Partendo dalla notizia che vedete qui sotto abbiamo messo a confronto, in esclusiva per Yahoo Notizie, gli editoriali di due esperti: <b>Massimo Giannini</b>, editorialista del quotidiano la Repubblica, di cui dirige anche il supplemento economico "Affari e Finanza", e <b>Oscar Giannino</b>, economista e conduttore di radio24. Ecco i loro commenti sulla possibilità che si verifichi una nuova recessione.Partendo dalla notizia che vedete qui sotto abbiamo messo a confronto, in esclusiva per Yahoo Notizie, gli editoriali di due esperti: Massimo Giannini, editorialista del quotidiano la Repubblica, di cui dirige anche il supplemento economico "Affari e Finanza", e Oscar Giannino, economista e conduttore di radio24. Ecco i loro commenti sulla possibilità che si verifichi una nuova recessione.
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In collaborazione con Il Sussidiario.net

Una nuova crisi? L'America stenta, l'Europa frena

ASCA Sui mercati finanziari stanno aumentando i timori sulla capacità di ripresa economicadegli Stati Uniti, l'Eurozona è ancora alle prese con le pressioni sui paesi periferici a causa dei gravi squilibri nei conti pubblici e intanto si vanno profilando nuove bolle all'orizzonte.

"l’Italia non è affatto uscita dalla crisi, l’Italia non sta affatto meglio"

Di Massimo Giannini

Editorialista del quotidiano la Repubblica, di cui dirige anche il supplemento economico "Affari e Finanza"

Come stazioni della nostra via crucis quotidiana, gli indicatori economici degli organismi e delle istituzioni nazionali e internazionali ci ricordano ogni giorno quello che già sappiamo e viviamo sulla nostra pelle. L’Italia è un Paese fermo, che declina nella palude di una recessione latente.

Gli ultimi dati sono dell’Ocse, che nel suo superindice previsionale segnala una generale “perdita di slancio della crescita”, e in particolare fotografa per l’Italia “evidenti segnali di rallentamento”. La stessa tendenza segnalata in questi ultimi giorni dalla Confindustria, dalla Ue, dalla Banca d’Italia. “Tornare alla crescita”, è stato il grido d’allarme e di dolore lanciato da Mario Draghi nelle sue Considerazioni finali del 31 maggio.

Dall’avvio della ripresa nell’estate di due anni fa – ci ricorda il governatore – l’economia italiana ha recuperato soltanto 2 dei 7 punti percentuali di prodotto interno lordo persi nella crisi. La produzione arranca. La produttività ristagna. La competitività ripiega. Le imprese soffrono, per difendere le ragioni di scambio su un export sempre più esposto alla concorrenza globale. Le famiglie stentano, per tutelare non più un livello dei consumi ormai già ampiamente ridotto, ma una propensione al risparmio ormai già parzialmente intaccata.

Questa è la realtà dei fatti, a dispetto della propaganda governativa che continua a descrivere un Belpaese che non c’è, e a mentire su “un’Italia che è uscita meglio degli altri dalla crisi”. Due bugie in una sola frase: l’Italia non è affatto “uscita” dalla crisi, l’Italia non sta affatto “meglio” degli altri. Ma proprio in questo inspiegabile e irresponsabile deficit di analisi, che accomuna almeno in parte Berlusconi e Tremonti, sta il cuore del problema italiano. Finché chi governa non ammette il gap strutturale che ci fa diversi e peggiori delle altre grandi democrazie occidentali, è impossibile avviare un’exit strategy per uscire fuori dalla palude. Ed è impensabile prendere in mano con coraggio l’agenda delle otto riforme che lo stesso Draghi, prima di traslocare a Francoforte come presidente della Bce, ha consegnato all’establishment di un Paese sempre più disilluso e scoraggiato.

Come sostiene Robert Reich nel suo “Aftershock” (appena uscito da Fazi Editore) la Grande Recessione mondiale è tecnicamente finita. Ma le sue scosse di assestamento sono appena cominciate. E le fondamenta del sistema economico e sociale sono profondamente incrinate. La crisi ha aperto un abisso nelle condizioni materiali di vita dei ricchi e dei poveri. E l’Italia, scrive l’ex ministro del Lavoro dell’era Clinton, “è uno dei Paesi con il maggior livello di disuguaglianza dei redditi” in tutto l’Occidente.

Al vertice della piramide sociale prospera una rendita spaventosa, dove l’1% della popolazione detiene il 70/80% del reddito. La novità è che in mezzo e alla base della piramide, ormai, c’è davvero di tutto: non più il lumpenproletariato moderno dei precari e dei giovani “neet” che non studiano e non lavorano, ma anche piccoli imprenditori falliti e professionisti ai margini della categoria, operai del privato e dipendenti del pubblico.

Riscrivere il patto sociale, per rilanciare le imprese e salvare questo nuovo “ceto medio”, sembra l’unica via per uscire da questa strisciante e asfissiante recessione all’italiana.


Leggi anche:

Stiamo andando incontro a una nuova crisi globale?

Francesco Giavazzi, Economista, scrittore e editorialista del Corriere della Sera, e Tito Boeri, Editorialista de La Stampa e coordinatore del sito Lavoce.info.

Leggi i due editoriali a confronto »

"Una bolla bancaria e immobiliare cinese avrebbe effetti devastanti"

Di Oscar Giannino

Economista, giornalista e conduttore di Radio24

No, personalmente non credo affatto a una depressione generale nel 2011. La crescita mondiale resta abbondantemente sopra il 4% annuo, grazie a una quindicina di Paesi emergenti, Cina alla testa, che nel prossimo decennio hanno ottime prospettive di continuare guadagni di prodotto procapite eguali o superiori al 5% annuo. In questa prospettiva, un blocco e una successiva discesa vorticosa del motore della crescita, cioè il commercio mondiale – che tra fine settembre 2008 e maggio 2009 era sceso disastrosamente a volumi e valori nell’ordine del 60% addirittura inferiori al pre-Lehman – appare del tutto inipotizzabile.>

Ciò non significa che non vi siano molti falò di crisi pervicacemente accesi. Come testimoniato dai corsi azionari 2011, che da inizio anno hanno quasi dovunque il segno meno o zero nel mondo che “conta”, tranne pochissime eccezioni come la Polonia. I fuochi sotto la cenere riguardano in prima battuta il mondo avanzato, mentre per gli emergenti il rischio è diverso. Negli Stati Uniti il problema numero uno per la tenuta del ritmo di crescita non è l’occupazione, anche se ovviamente su di essa si focalizzano tutti coloro che per una ragione o per l’altra “presentano il conto” all’attuale amministrazione Obama, che nei sondaggi resta disastrosamente bassa quanto a giudizio popolare di fronte alla crisi. I segnali più preoccupanti sono di altro tipo, e riguardano l’immobiliare da una parte e la politica monetaria dall’altra. Gli andamenti dei fallimenti individuali da eccessiva esposizione ai mutui continuano a essere troppo elevati rispetto al previsto, perché i prezzi del mattone non accennano a riprendersi in maniera significativa, dopo cali a doppia cifra pluriennali nella stragrande maggioranza degli Stati più colpiti dalla bolla. >

Circa seicento banche minori – alle quali non si è applicato il protocollo dei salvataggi Too Big To Fail – ne hanno fatto le spese sinora, ed è un bilancio disastroso. In più, la politica monetaria della FED resta orientata a orientamenti iperlassisti – si tratta da anni della banca centrale più proclive all’abbandono di ogni indipendenza rispetto alla politica, e questo è male – ma la velocità di trasmissione della moneta e aggregati come M3 non rivelano affatto segni di tendenziale fiducia i una crescita sostenuta, che negli Usa significa tra il 3 e il 4% e non intorno al 2% come nella vecchia Europa. Le ristrutturazioni e la maggior produttività in molti settori della manifattura e dei servizi sono stati intensi, con rapida espulsione di manodopera, ma la ripresa della domanda interna – che negli Usa sostiene i due terzi dell’output potenziale – continua a dover fare i conti con la necessità di lungo periodo di riallineare un eccesso di debiti privati innalzando la propensione al risparmio, e con l’enorme risparmio negativo posto in essere dal debito pubblico federale in eccessiva espansione.>

In Europa, la tensione è in realtà fortissima. A 18 mesi ormai dall’esplosione della crisi dell’eurodebito, il default greco è sempre dietro l’angolo. La recessione in nome del rigore a cui la Germania ha spinto gli euromembri più deboli non ha risolto l’eccessiva esposizione ai loro titoli pubblici del sistema bancario, in primis di quello franco-tedesco, e ha rinviato scelte come la ristrutturazione parziale del debito affiancata dall’emisisone di eurobonds che sarebbe stata preferibile piuttosto che spingere milioni di europei all’avversione verso l’euro, Francoforte e Bruxelles, con governi saltati in serie ed estendersi di fenomeni di populismo nazionalista e sciovinista. La stessa Germania, al di là della sua forte crescita, del rigore nella finanza pubblica e dei suoi guadagni di produttività e sui mercati asiatici, resta con un sistema bancario la cui parte pubblica delle Landesbanken non ha risolto la pessima qualità dei suoi attivi patrimoniali. >

Nella parte debole dell’Europa noi compresi, al contrario, il rafforzamento patrimoniale del sistema bancario dovuto a Basilea3 induce a ulteriori restrizioni di credito, che complicano la vita quando i tassi di crescita sono negativi o inferiori all’unità come nel caso italiano. L’Europa dunque vede accentuarsi le sue divergenze interne, tra la parte germanica e baltica che impone al resto del continente criteri e scelte che ne accentuano i divari. La convenzione tedesca è di rinviare il problema al 2013, cioè dopo le prossime elezioni. L’interesse europeo e della tenuta dell’euro era l’esatto opposto.>

Il problema americano e quello europeo sono però rallentamenti generali del percorso di uscita dalla crisi, non il segno di una crisi globale. Ad essa si può tornare solo nel caso in cui la Cina vada incontro a forti surriscaldamenti del suo sistema del credito a sostegno dei consumi, sin qui fronteggiato da una politica monetaria rigorosa e molto attenta a evitare crisi bancarie senza per questo rinunciare a spingere il sistema verso criteri meno opachi e più rigorosi. Una crisi da bolla bancaria e immobiliare cinese avrebbe effetti devastanti globali, ed è bene augurarsi che alla banca centrale cinese sappiano bene fare il loro mestiere.