Partendo dalla notizia che vedete qui sotto abbiamo messo a confronto, in esclusiva per Yahoo Notizie, gli editoriali di due economisti: <b>Francesco Giavazzi</b>, scrittore ed editorialista del Corriere della Sera, e <b>Tito Boeri</b>, Editorialista de La Stampa e coordinatore del sito <a target="_blank" href="https://ec.yimg.com/ec?url=http%3a%2f%2fwww.lavoce.info%2f%26quot%3b%26gt%3bLavoce.info%26lt%3b%2fa%26gt%3b.&t=1398376985&sig=D16Nei5ISPLKPBG28347_g--~B Ecco i loro commenti sulla possibilità che si verifichi una nuova recessione.Partendo dalla notizia che vedete qui sotto abbiamo messo a confronto, in esclusiva per Yahoo Notizie, gli editoriali di due economisti: Francesco Giavazzi, scrittore ed editorialista del Corriere della Sera, e Tito Boeri, Editorialista de La Stampa e coordinatore del sito Lavoce.info. Ecco i loro commenti sulla possibilità che si verifichi una nuova recessione.
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In collaborazione con Il Sussidiario.net

Una nuova crisi? L'America stenta, l'Europa frena

ASCA Sui mercati finanziari stanno aumentando i timori sulla capacità di ripresa economicadegli Stati Uniti, l'Eurozona è ancora alle prese con le pressioni sui paesi periferici a causa dei gravi squilibri nei conti pubblici e intanto si vanno profilando nuove bolle all'orizzonte.

"Le economie hanno ripreso a crescere ovunque"

Di Francesco Giavazzi

Economista, scrittore e editorialista del Corriere della Sera

Quello che emerge agli occhi di qualsiasi osservatore attento è che certamente ci sono stati segnali di un netto rallentamento dell’economia americana. Ma quello che non è chiaro, e da cui dipendono i rischi di una eventuale nuova recessione, sono le vere ragioni di quanto sta avvenendo.

Da una parte infatti il terremoto in Giappone ha interrotto la cosiddetta «supply chain», cioè l’esportazione di beni intermedi negli altri Paesi che li utilizzano poi per la produzione di beni finali. Questo sta producendo tuttora degli effetti sull’industria di tutto il mondo e in particolare degli Stati Uniti. Ora però la supply chain giapponese sta riprendendo, e presto si capirà se era questa la vera causa del rallentamento delle produzione americana. In questo caso si tratterebbe solo di un effetto temporaneo, mentre se le cause fossero diverse il quadro sarebbe allora più preoccupante.

È molto difficile dire oggi che cosa accadrà entro un anno. Quello che è certo è che non si possono in alcun modo condividere le affermazioni dell’economista Nouriel Roubini, secondo cui «anche se c’è una ripresa, siamo ancora nel mezzo della crisi e abbiamo molte difficoltà davanti a noi». È la convinzione dello stesso ministro Tremonti, ma che non è supportata da alcun fatto. Ciò che è avvenuto al contrario è che l’economia mondiale ha evitato una grandissima depressione nella quale saremmo inevitabilmente caduti, se le banche centrali non fossero intervenute in modo deciso. Fu infatti proprio il mancato intervento delle banche centrali a causare la depressione degli anni ’30.

Adesso stiamo uscendo dalla crisi, anche se ovviamente non si tratta di un percorso lineare, ma quanti affermano che saremmo ancora nel mezzo del guado non si rendono conto della realtà. Le economie hanno ripreso a crescere ovunque, anche se non dappertutto in modo omogeneo: nei Paesi emergenti con ritmi addirittura del 10%, negli Stati Uniti nonostante i temporanei rallentamenti la tendenza è positiva e anche in Germania e nel resto dell’Europa si registra il segno più. A quanti, tra i catastrofisti, ricordano che i bilanci degli Stati mondiali sono ancora poco solidi, andrebbe ricordato che il debito deve essere ridotto in modo molto lento. Dare un’accelerata produrrebbe effetti molto gravi portandoci alla recessione e rovinando intere economie nazionali. È quello che sta facendo la maggior parte dei Paesi, mentre da questo punto di vista gli Stati Uniti sono più indietro perché sono ancora privi di un programma di rientro dal debito.

Non condivido inoltre la posizione dell’economista Michael Pento, secondo cui «la crisi in Grecia si sta allargando alla Spagna diventando molto difficile da gestire». La crisi greca infatti non si sta allargando alla Spagna, ma sta rimanendo in Grecia. Una crisi simile sta toccando il Portogallo: sono questi i due Paesi con le maggiori difficoltà. La Spagna al contrario sta rapidamente uscendo dalla crisi, come pure l’Irlanda. Sono quindi due situazioni molto diverse. Certo, come dice Angela Merkel, l’euro sta affrontando la fase più difficile dal momento della sua nascita, e il suo dissolvimento ci riporterebbe indietro di 60 anni. Le difficoltà della Grecia vanno quindi risolte, ma non credo che se anche Atene fallisse e uscisse dall’euro, questo vorrebbe dire la morte della moneta unica.

(Testo raccolto da Pietro Vernizzi)

"Possiamo evitare una seconda recessione"

Di Tito Boeri

Editorialista de La Stampa e coordinatore del sito Lavoce.info

Ancora nel 2011 permangono diversi motivi di preoccupazione per l’economia e la finanza in Europa. Le principali incognite riguardano la gestione della crisi greca, e io mi auguro che a livello europeo si arrivi a delle decisioni chiare nel più breve tempo possibile. E’ perdurante una situazione di incertezza e questo non potrà che avere dei riflessi negativi sull’economia e sulla finanza pubblica a livello europeo.

Mervyn King, governatore della Banca d’Inghilterra, ha affermato che «avere a che fare con la crisi delle banche è stato difficile, ma in definitiva c’era il bilancio del settore pubblico sul quale potevano essere trasferiti i problemi. Ma di fronte ai debiti dei governi non c’è soluzione». E’ questa la nuova fase della crisi che dobbiamo affrontare.

A livello europeo abbiamo una crisi del debito, che è una crisi seria ma in qualche modo gestibile. Il nodo da sciogliere per riuscire a risolvere i problemi è innanzitutto legato al fatto che nei Paesi dell’area euro è avvenuto un processo di integrazione imperfetto, che cha portato a un’unione monetaria senza una corrispettiva unione fiscale. A mio giudizio la lezione da trarre dalla crisi greca è che noi dobbiamo muoverci per avere un’unione fiscale al fianco dell’unione monetaria.

Mi auguro che i politici europei siano per una volta lungimiranti, e capiscano che questa è la direzione in cui occorre muoverci. Bisogna uscire dalla crisi della Grecia ed evitare il contagio della crisi del debito pubblico, rafforzando il coordinamento delle politiche fiscali a livello europeo e muovendosi nella direzione di un’unione fiscale vera e propria. I rischi legati alla crisi greca non sono in ogni caso di entità minore. E’ molto probabile che si vada verso una ristrutturazione del debito di Atene, ma se non arriveranno rassicurazioni molto decise da parte di altri Paesi, il rischio che gli spread si allarghino ulteriormente è molto alto.

Più in generale va osservato però che i rischi più seri della cosiddetta «double dip», cioè di una seconda recessione a livello mondiale, sono rientrati. Ai tempi della Grande Depressione, dopo la crisi del ‘29 ci fu anche quella del ’33, che fu un periodo particolarmente difficile. Ma la ragione di questa ricaduta dell’economia era legata al fatto che vennero adottate delle misure politiche sbagliate per correggere la crisi. Tra queste la guerra commerciale scatenata dagli Stati Uniti, che imposero dei dazi sulle importazioni portando a un tracollo del commercio mondiale. In molti Paesi furono adottate delle politiche fiscali restrittive, e questo ebbe come conseguenza il fatto che furono penalizzate le prospettive di crescita dell’economia mondiale. Questa volta la reazione delle autorità politiche è stata di tono molto diverso rispetto ad allora, e questo ci ha messo nelle condizioni di evitare una seconda recessione o, in altre parole, una Grande Depressione nel 2009, il cui rischio sembra scongiurato.

Quello che conta ora è stabilire un percorso credibile di rientro dal debito pubblico. Deve essere studiato un piano in modo tale da non penalizzare l’economia: se rientriamo dal debito ma il Pil crolla, questo non ci porterà infatti nessun beneficio. Occorre quindi tassare soprattutto beni e patrimoni che non siano in qualche modo collegati con la crescita, intervenendo inoltre sulle spese pubbliche inutili ed eccessive.