Partendo dalla notizia che vedete qui sotto abbiamo messo a confronto, in esclusiva per Yahoo Notizie, gli editoriali di due esperti: <b>Alessandro Meluzzi</b>, psichiatra, e <b>Massimo Picozzi</b>, criminologo e direttore di MACRIF, Master in Criminologia forense della Liuc. Ecco i loro commenti sulla sovra esposizione in tv di delitti e cronaca nera.Partendo dalla notizia che vedete qui sotto abbiamo messo a confronto, in esclusiva per Yahoo Notizie, gli editoriali di due esperti: Alessandro Meluzzi, psichiatra, e Massimo Picozzi, criminologo e direttore di MACRIF, Master in Criminologia forense della Liuc. Ecco i loro commenti sulla sovra esposizione in tv di delitti e cronaca nera.
Per saperne di più sul progetto 'Agorà' clicca qui.
In collaborazione con Il Sussidiario.net
Roma, accusato di stupro si lancia dalla finestra del Commissariato e muore

La tv enfatizza le notizie sui crimini e trascura la disoccupazione

Yahoo! Notizie A preoccupare gli italiani sono soprattutto crisi economica e disoccupazione, ma i Tg nazionali dedicano a questi temi poco spazio, preferendo largheggiare sugli argomenti relativi alla criminalità e alla sicurezza, ai quali viene dedicato notevole attenzione.

"La cronaca nera in tv trasformata in criminality"

Di Alessandro Meluzzi

Psichiatra

I grandi maestri del giornalismo amavano ripetere che la dimensione della cronaca si nutre totalmente delle famose tre S: sesso, sangue, soldi. Oggi però la cronaca nera si è trasformata in un genere che oserei definire criminality. Ha infatti oltre alla dimensione del reality anche quella della quotidianità, ma anche quella della confidenza con i soggetti che lo animano. Chi non considererebbe Sarah, Yara, il giovane di Garlasco, la mamma di Cogne o Rudy Guede tutti dei personaggi che avendo popolato i tinelli per una quantità di ore di pranzo potrebbero quasi essere considerati degli ospiti abituali o perlomeno ricorrenti della vita familiare? Anche il male quindi finisce per essere in qualche modo neutralizzato, in una sorta di sindrome dell’iper-realtà che ha tra i suoi probabili effetti quello di anestetizzare la coscienza.

Si spiega allora perché la dimensione della cronaca, quella che una volta era chiamata la nera o la giudiziaria, è diventata qualcosa di diverso. Una sorta di reality pervasivo nel quale la raffigurazione degli ambienti finisce col diventare la proiezione di luoghi conosciuti, perché simili a quelli di cui si compone la nostra quotidianità. La Perugia degli studenti stranieri, l’Avetrana delle campagne assolate del Mezzogiorno, la dimensione della laboriosa vita prealpina bergamasca rotta nei suoi rituali di piccolo benessere recentemente conquistato dal lavoro, da un rapimento inspiegabile, oppure l’omicidio del lesto ma leale caporalmaggiore Parolisi, forse colpevole di un efferato uxoricidio legato all’infedeltà, diventano qualcosa che va al di là del melodramma italiano per essere una sorta di sociologia popolare che include in sé anche gli elementi della propria degenerazione ma anche del proprio riscatto. Se infatti questa dimensione riesce a essere nutrita da una prospettiva di lettura critica, capace di leggere il fenomeno all’interno di una pedagogia popolare possibile, allora non siamo nel campo del puro voyeurismo. Guardare il male può essere anche un modo di ricercare un orizzonte di bene, o perlomeno di prevenire i rischi ambientali in cui il male germina.

Va detto peraltro che tutto questo esercizio anche intellettuale è facilitato dal fatto che sembra che coloro che sarebbero davvero disposti e predisposti dalla società a ricercare il colpevole, non sembrano più in grado di farlo. Più proliferano i test al Dna, e più diminuiscono le capacità di svolgere delle indagini di polizia tradizionali basate sulla logica deduttiva. Oggi il tenente Colombo, Sherlock Holmes, la signora Fletcher, o Hercule Poirot non sembrano avere diritto di cittadinanza in coloro che fanno le indagini. Ma forse dipende dal fatto che per uno strano meccanismo, ognuno aspira a fare un altro mestiere: i giudici aspirano a fare i politici e i poliziotti a diventare degli opinionisti. Se inoltre nelle indagini tradizionali il risultato si otteneva quando il colpevole confessava, oggi invece nessuno confessa più nulla. In primo luogo perché la strategia degli avvocati tende a far negare tutto il negabile. E inoltre perché la nostra società non conosce più la dimensione del peccato.

La colpa è una nevrosi mentre invece il peccato è un fatto interiorizzato che può persino portare verso il pentimento, il riscatto e quindi la redenzione. In assenza di peccati rimane solo un torbido e latente senso di colpa, come una malattia febbrile, che tende a un certo punto a far confondere allo stesso interessato i confini della realtà o quello della ricostruzione. E allora torna la dimensione del criminality che diventa quindi non soltanto un ritratto sociologico, non soltanto un giallo permanente, non soltanto un’espressione di voyeurismo, ma anche una sorta di grande psicodramma collettivo in cui entrano in gioco le grandi passioni dell’esistenza di una comunità. Un po’ come capitava in fondo nella tragedia greca dove venivano messe in campo le grandi passioni e le grandi dinamiche su cui si basava la convivenza nella polis. Beh, questa forse è una forzatura, nessuno penserebbe di accostare Quarto grado a Sofocle. Ma certamente c’è anche in questa dinamica una dimensione dell’evoluzione che la tv generalista ha reso il nuovo tessuto connettivo, il nuovo sistema nervoso corale, il nuovo network in cui le nostre coscienze galleggiano, speriamo senza affogare.

"Un tempo si uccideva per ragioni più chiare, subito comprensibili"

Di Massimo Picozzi

Criminologo e direttore di MACRIF, Master in Criminologia forense della Liuc

Sembra che tutti vogliano diventare criminologi, o esperti della scena del crimine. Non è semplice capire il perché di questa moda. Certo la passione per la “nera” non è solo di oggi, se è vero che in mezzo ai bombardamenti e alle tragedie della seconda guerra mondiale, le prime pagine dei giornali raccontavano piuttosto le gesta di Leonarda Cianciulli, la saponificatrice di Correggio. E poi le fila di curiosi davanti ad un tribunale, per assistere ad un processo, non sono cominciate con Annamaria Franzoni per il delitto di Cogne, con Rosa Bazzi e Olindo Romano per la strage di Erba. Come dimenticare le udienze del caso Montesi, le strambe dichiarazioni di Pietro Pacciani al banco degli imputati, e in tempi più recenti, l’aula affollata di Verona, tutti a vedere Pietro Maso e il suo aspetto da ragazzino viziato.

Forse, a impressionarci, è la quantità di delitti di cui sentiamo parlare ogni giorno, anche se il numero delle vittime di omicidio volontario in Italia è molto inferiore a quello che si registrava solo quindici anni fa. Siamo passati da circa 1800 delitti l’anno, a poco più di 600. Piuttosto, se c’è un motivo per essere preoccupati, quello non sta nei numeri, ma nel movente. Un tempo si uccideva per ragioni più chiare, subito comprensibili, come il denaro, il potere, la passione. Oggi capita che ad ammazzare sia il buon padre di famiglia, la ragazzina della porta accanto, i vicini di casa. E le vittime hanno il volto innocente di Sarah, Yara, Melania o quello di Alessia e Livia, le gemelline svizzere scomparse nel nulla.

Come dice Emile Cioran, il male, al contrario del bene, ha il duplice privilegio di essere affascinante e contagioso.

Affascinante e contagioso, perché ognuno di noi si porta dentro un lato oscuro, una zona d’ombra. Però non ne andiamo fieri, abbiamo bisogno di un modo per rinnegarla, per fingere che non ci appartenga, il trucco più efficace è quello di proiettarla sugli altri, convincersi che noi siamo buoni, che “quelle cose” noi non le faremmo mai: chi compie gesti simili dev’essere per forza un mostro. Ogni volta che per lavoro mi trovo di fronte a un assassino spero sempre che voglia venirmi incontro, darmi una mano. Vorrei uscire da una cella, da un carcere, da un manicomio criminale, con la certezza di avere riconosciuto il mostro.

Ma non succede mai.

Fare il criminologo non ha nulla a che fare con le serie televisive, e nemmeno con quello che sta scritto nei manuali universitari. Il confine tra giusto e sbagliato, tra sano e malato, tra bene e male non è tracciato con un segno netto e deciso, qualcosa di chiaro e riconoscibile. Piuttosto c’è sempre una linea d’ombra.

Leggi anche:

Stiamo andando incontro a una nuova crisi globale?

Francesco Giavazzi, Economista, scrittore e editorialista del Corriere della Sera, e Tito Boeri, Editorialista de La Stampa e coordinatore del sito Lavoce.info.

Leggi i due editoriali a confronto »