Dopo un 2011 che ha visto protagoniste parole come crisi, recessione e spread, cosa dobbiamo aspettarci dal 2012? Abbiamo chiesto a due economisti di fare le loro previsioni per l'anno appena iniziato: a confronto le opinioni sul 2012 economico di <b>Oscar Giannino</b> e <b>Ugo Arrigo</b>.Dopo un 2011 che ha visto protagoniste parole come crisi, recessione e spread, cosa dobbiamo aspettarci dal 2012? Abbiamo chiesto a due economisti di fare le loro previsioni per l'anno appena iniziato: a confronto le opinioni sul 2012 economico di Oscar Giannino e Ugo Arrigo.
In collaborazione con Il Sussidiario.net
Monti: Nessuno può dire quando finirà la crisi economia e finanziaria

Monti: Nessuno può dire quando finirà la crisi economia e finanziaria

Roma, 18 gen. (LaPresse) - "Nessuno è in grado oggi di stabilire quando finirà l'attuale crisi economica e finanziaria". Così Mario Monti in un'intervista concessa alla Radio Vaticana, in merito alla crisi ed alle conseguenze che essa avrà. "La crisi, per essere superata in tutti i suoi gravi profili, richiede di guardare in avanti con coraggio, con speranza, ma anche di riscoprire le proprie radi…

2012, poco sopra allo zero

Di Oscar Giannino

Giornalista economico

Con la stima Istat al -0,2% di Pil nel terzo trimestre, la correzione al ribasso dei due precedenti, e una perdita nel quarto che tutti stimano abbondantemente superiore a quella del terzo, l'Italia è di nuovo tecnicamente in recessione. Il prossimo 2012 le stime per l'intera euroarea sono di una crescita di poco superiore allo 0, se i primi due trimestri confermeranno la caduta degli ultimi due. Anche in Germania dopo il +3.6% del 2010 e il +2,8% del 2011 la frenata potrebbe portare il Pil di solo mezzo punto sopra lo zero.

E' l'effetto della lunga miccia greca sulla sostenibilità dell'eccesso di consumo pubblico finanziato a debito, dopo che tra 2008 e 2009 avevamo dovuto affrontare nel mondo anglosassone e nel sistema bancario l'eccesso di consumo privato finanziato a debito. Questa volta, nell'euroarea almeno – per gli usa, l'eccesso di debito è problema rinviato al presidente che si elegge a fine 2012, nel frattempo è la Fed a reggere la crescita e non è escluso un Quantitative Easing 3.0 l'anno prossimo – l'effetto -freno non è “subito”, ma direi quasi consapevolmente “voluto” dagli euroleader virtuosi, dove per “virtuosi” bisogna intendere non solo ad accettabile equilibrio di finanza pubblica ad un minor tasso di intermediazione pubblica del reddito ma anche capaci di elevata produttività nell'economia reale. La Germania da 2 anni a questa parte ha sostituito i mercati all'imbelle giudizio discrezionale di organi politici comunitari, Ecofin e Consiglio Europeo, che in un decennio si sono rivelati custodi incapaci della disciplina su cui l'euro è nato. Per questo i mercati hanno colpito duro differenziando i premi al rischio sovrano. In quattro fasi: prima paesi europeriferici deboli, Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna. Poi, da luglio a fine settembre, un Paese eurocore debole, l'Italia ad alto debito bassa crescita e alte tasse e spesa pubblica. Poi i paesi eurocore sin lì considerati “forti”: Francia, Olanda e Austria. Infine la rottura della curva temporale, coi titoli pubblici a due anni considerati a maggior rischio dei decennali, segnale che l'euro non terrà nel breve, cioè nel 2012.

Ripeto, è stato un processo voluto. Per far capire ai governi e alle opinioni pubbliche dei Paesi che hanno solo approfittato dei bassi tassi dell'euro che ora non è più ammesso rinviare equilibrio di finanza pubblica e produttività nell'economia reale. Altrimenti, nell'euro resterà solo chi ne è capace. Non sono tra coloro che considerano questo processo come espressione di una volontà di potenza tedesca. Sciocchezze. Chi invoca che sia la Bce a monetizzare i debiti pubblici nazionali affermando “facciamo come negli Stati Uniti”, in realtà spaccia facile oppio. In buona o catti8va fede, dimentica che sono i governi nazionali a voler tenere separati i mercati dei beni e dei servizi dei diversi Paesi europei. Così facendo, gli effetti di un unico tasso d'interesse in aree macroregionali a diverse curve di costo resta nell'impossibilità do potersi autoequilibrare per mobilità spontanea dei diversi fattori della produzione. Ma se la politica continua a voler difendere la propria sovranità non solo su spesa e tasse, ma anche sul mercato del lavoro tanto dipendente quanto delle professioni e del controllo proprietario delle imprese, allora la politica non può invocare il torchio monetario di Francoforte. Ognuno a casa sua deve sapere che si sta nell'euro solo con bassi deficit pubblici, poco debito e alta produttività.

Perché a mercati separati una moneta unica si regge non solo sulla parsimonia pubblica, ma su bilance dei pagamenti non troppo dissimili. E' esattamente questo il rebus da sciogliere nel 2012. Attualmente, la Germania ha un attivo di parte corrente che batte quello cinese, di 6 punti di Pil annuo. Espressione di una fortissima competitività nel'export, e di un flusso netto di capitali sugli asset tedeschi come beni rifugio. Tutti gli altri 26 paesi dell'Ue hanno peggiorato la loro posizione rispetto a Berlino.

La Bce con Mario Draghi ha dato una prima risposta efficace al problema della tenuta bancaria continentale, con le aste di liquidità triennale e con l'estensione dei collaterali impegnabili a Francoforte. Le banche trovano così la possibilità di non finire gambe all'aria, cortissime di liquide e ricapitalizzande come sono, e c'è da sperare che vorranno utilizzare questa ingente liquidità e la prossima che continueranno generosamente a ricevere a costi bassissimi con impieghi a famiglie e imprese, non comprando titoli di Stato. Non è la soluzione alla tenuta dei debiti sovrani, ma è la giusta premessa per raffreddare la caduta dell'economia reale.

Il problema nei prossimi due trimestri è se i governi eurodeboli si metteranno in condizione di fare quel che finalmente “devono”. Ed è su queste premesse, che personalmente valuto la prima manovra finanziaria del governo Monti. Ottima la parte previdenziale, con l'allineamento e l'innalzamento energico dei tetti di anzianità e vecchiaia e il contributivo prorata esteso a tutti. Non è solo questione di maggior equilibrio nei saldi. Era dovuta per equità intergenerazionale. Buono l'alleggerimento della componente lavoro dell'Irap, anche se non ne verrà che un modesto effetto in termini di crescita, visto che servirà soprattutto ad abbassare il tax rate reale delle grandi imprese. Buona anche la reintroduzione dell'imposizione immobiliare, che aveva privato le Autonomie della fonte primaria su cui rafforzare da subito la propria responsabilità impositiva. Non buona invece l'impostazione di migliorare i saldi “prendendo dove si può” cioè aumentando ancora una volta le entrate, con un florilegio scomposto di addizionali locali e diverse forme di patrimoniale – dal conto titoli disposto dal governo precedente si è passati al conto bancario, a sovrattasse “sul lusso”, alla tassa di stazionamento sulle barche, alle aliquote variabili con cui si è riaperto lo scudo fiscale.

Pessime, dal mio punto di vista, le re cose essenziali che ancora mancano.
Primo: un significativo abbattimento dello stock di debito pubblico da raggiungere non attraverso strangolanti avanzi primari che avvitano la recessione se perseguiti con incrudimento fiscale, bensì attraverso cessione di 20-30 punti di Pil di mattone di Stato. L'abbattimento sale ulteriormente, se si dismettono anche molte delle migliaia di società municipalizzate.

Secondo: un'energica riforma sistemica del prelievo, finalizzata alla crescita. E' un errore colossale introdurre forme di prelievo patrimoniale tanto disorganiche dal mattone agli investimenti finanziari, e in assenza anche di qualunque criterio che contemperi le passività accese a fronte dei patrimoni. Questo tipo di scelta avrebbe avuto ben altro effetto se esercitata in coerenza contestuale a due altre scelte. La delega fiscale su deduzioni e detrazioni, concentrando gli attuali 190 miliardi di minor gettito solo su tre priorità e cioè persona, famiglia e crescita, e liberando circa 40-50 miliardi di contributi a fondo perduto che attualmente vanno solo a vantaggio di pinguI nicchie protette. E una energica revisione del sistema del prelievo, abbassando le aliquote su lavoro e impresa con l'abbattimento del cuneo fiscale, bilanciando su imposte indirette e diminuzione complessiva della pressione attraverso abbattimento di spesa da drastico dimagrimento del perimetro pubblico.

Terzo: le riforme per alzare la produttività, da quella del mercato del lavoro alle liberalizzazioni. Non sono un europessimista. Berlino in soli 4 anni, dopo il 2001 quando stava ben peggio dell'Italia,.ha mutato dalle fondamenta finanza pubblica e produttività. Si può fare. A patto che la politica la smetta di mentire. E si prenda la responsabilità di spiegare agli italiani che se cresciamo così poco da 15 anni la colpa non è degli evasori fiscali. Ma del fatto che lavoriamo in pochi, perché lo Stato è pingue e inefficiente, costa troppo e ci strangola, e sin qui ha comprato consenso con la promessa di difendere l'indifendibile.

Perché essere pessimisti sul 2012

Di Ugo Arrigo

Professore di Finanza Pubblica all’Università di Milano-Bicocca

Vi sono almeno tre solide ragioni per essere pessimisti sull’andamento dell’economia nel 2012. In primo luogo la nuova fase di recessione economica che nella vecchia Europa sarà più accentuata rispetto alle altre economie sviluppate e in Italia più consistente rispetto alle maggiori economie europee. L’assenza di crescita non potrà che accentuare i nostri problemi di finanza pubblica, vanificando almeno in parte gli effetti attesi delle differenti manovre e rendendo in tal modo più difficile puntellare il pericoloso stock del debito. Alla certezza dei nuovi problemi di salute del paziente rappresentato dall’economia nazionale si accompagnano i dubbi circa la capacità dei suoi dottori, i responsabili della politica economica nazionale, di quella europea e degli organismi internazionali d’intervento, di interpretare correttamente i problemi e di individuare cure efficaci. Questa è le seconda ragione del pessimismo. E in ogni caso i rimedi da essi sinora suggeriti e provati, in primo luogo il consolidamento dei conti pubblici, non si sono rivelati idonei ad affrontare la malattia e sembrano anzi aver accentuato i sintomi anziché attenuarli. Questa è la terza ragione.

E’ utile partire da una diagnosi sintetica dei problemi del nostro sistema economico. Per la sua parte pubblica esso sono ben noti, hanno carattere strutturale ma la recessione economica ha avuto il doppio effetto di accentuarli e di trasformarli in fattori dirompenti rispetto al normale funzionamento anche del sistema privato. Essi possono sintetizzati nei seguenti: peso eccessivo del settore pubblico nel sistema economico, spesa pubblica elevata e in parte consistente improduttiva o comunque sovradimensionata rispetto a quantità e qualità dei servizi pubblici prodotti, pressione fiscale eccessiva per di più gravante su una platea limitata di contribuenti al fine di esentare di fatto da equivalenti doveri fiscali la rimanente parte. Ad essi si aggiungono una burocrazia pubblica di debole preparazione tecnica e soprattutto succube della politica, dipendendo strettamente da essa per la propria carriera, e una classe politica pletorica, anche meno preparata della burocrazia e soprattutto priva di una visione generale e di un orientamento all’interesse generale del paese. E’ evidente che mescolando per un tempo sufficientemente lungo tutti questi ingredienti non si poteva che giungere ad un esito disastroso, accelerato ed accentuato dalla grande recessione del biennio 2008-9 e dai suoi strascichi tuttora operanti.

Bisogna inoltre aggiungere a questo quadro il fatto che la nostra economia privata non pullula certo di imprenditori schumpeteriani, dediti alla crescita delle imprese attraverso l’innovazione e gli investimenti. Sono invece assai più diffusi gli imprenditori ‘concessionari’, le cui dimensioni di mercato e risultati economici sono frutto più che della loro abilità dei vantaggi conseguiti tramite regole ad hoc, sostegni pubblici di natura protezionistica e aiuti economici diretti, e gli imprenditori di stato, moderna variante dello stato imprenditore, i quali sono in missione diretta per conto della politica (a tal fine compensati) come nel caso dei patrioti salvatori dell’italianità di Alitalia. Si può sostenere in sintesi che in Italia la concorrenza sia la competizione tra imprenditori per ottenere i favori del governo più che quella dei consumatori e che essa porti in tutt’altra direzione rispetto alla realizzazione di un sistema economico in grado di difendersi nella competizione internazionale. Si sono mai chiesti i nostri imprenditori come riescano i loro colleghi tedeschi a conseguire margini elevati con alti salari e alto costo del lavoro e a realizzare un export e un attivo commerciale impressionanti? In Italia sembra invece che le sorti della fetta di torta dei margini d’impresa siano indissolubilmente legate alla capacità di compressione della fetta di torta salariale anziché alla capacità, che dovrebbe essere tipicamente imprenditoriale, di accrescere le dimensioni della torta totale. Essa invece non cresce, nella migliore delle ipotesi, mentre nella peggiore si riduce.

In questo quadro problematico nel quale il peso dello stato, rappresentato dalla spesa pubblica, continua a crescere gravando su un’economia di mercato che continua a restringersi, si inserisce la recente propensione ad attuare manovre straordinarie di finanza pubblica con cadenza poco più che mensile. L’obiettivo dichiarato è molto semplice: conseguire il pareggio di bilancio e interrompere in tal modo la crescita del debito anche in valore assoluto e non solo in rapporto al Pil. Peccato che il consolidamento fiscale non sia ininfluente sulla crescita economica. Il FMI ha studiato gli effetti sul Pil reale di correzioni di bilancio attuate nell’arco di un trentennio da paesi avanzati ed è pervenuto alla stima di elasticità di risposta che nella migliore delle ipotesi risulta pari a circa 0,5 (lo ha ricordato De Nardis su lavoce.info). Questo significa che se poniamo pari a 100 la correzione di bilancio attuata dovremmo attenderci una perdita di Pil (minor crescita del Pil rispetto all’assenza di correzione) pari a circa 50 nell’arco di un biennio. Ovviamente il bilancio pubblico perderà anche le entrate fiscali su quei 50 che possiamo stimare, considerando la nostra fiscalità marginale prossima al 60%, più vicine a 30 che a 25. Alla fine la correzione fiscale attesa per 100 si rivelerà solo di 70 e forse anche meno se consideriamo che il minor Pil oltre alle minori entrate fiscali darà probabilmente luogo anche a una maggior spesa per protezione sociale. E se con quel 100 si preventivava ragionieristicamente di raggiungere il pareggio di bilancio esso non sarà in realtà più alla portata ma richiederà ulteriori correzioni dei conti che non faranno che accentuare il rallentamento dell’economia in un avvitamento recessivo. Non è forse ciò che abbiamo già iniziato a fare con queste tre manovre in meno di sei mesi?

Bisognerebbe allora domandarci se non sia il caso di pensare a rimedi in grado di affrontare il problema della sostenibilità di un elevato debito pubblico senza dover pericolosamente perseguire il pareggio di bilancio nel corso di recessioni economiche. Poiché il problema si colloca nello stato patrimoniale del settore pubblico, trattandosi appunto della voce debito, non si può ricercare il rimedio direttamente nello stato patrimoniale senza passare più di tanto per il conto economico? Ad esempio la privatizzazione di immobili pubblici e imprese a controllo pubblico va nella direzione auspicata e non presenta controindicazioni in termini di effetti recessivi. Anzi imprese privatizzate potrebbero, una volta gestite meglio, contribuire in maniera assai più efficace alla crescita.

Le due tipologie di asset non sono tuttavia sullo stesso piano: privatizzare immobili può portare a introiti più consistenti ma ha il difetto di non ridurre il peso dello stato nel sistema economico perché non diminuisce il ruolo dello ‘stato produttore’. Per ridurre il debito è dunque necessario privatizzare anche gli immobili ma per ridurre il ruolo dello stato e accrescere quello del mercato è necessario cedere le imprese pubbliche. E con cessione di imprese si intende la rinuncia al controllo pubblico, non la semplice vendita di quote di minoranza che non sarebbe stata chiamata privatizzazione ai tempi di Margaret Thatcher. Vi sono due argomenti principali utilizzati da chi si oppone a questa idea. Il primo osserva che la cessione di asset non ha nel breve periodo effetti consistenti sullo stock del debito, che nel frattempo continua a crescere. E’ vero, tuttavia essa può avere un ruolo cruciale nel diminuire in maniera consistente il fabbisogno annuale, sostituendo depressive manovre di incremento delle imposte. L’effetto principale atteso è in realtà di tipo indiretto: se si dà il segnale che lo stato intende ritirarsi dagli spazi tipici del mercato lo spread dovrebbe ridursi. Alla fine la minor spesa per interessi, come già avvenuto negli anni ’90, sarebbe un multiplo dei proventi da privatizzazioni. Questo vale evidentemente per la cessione del controllo di imprese, non per quella degli immobili. Il secondo argomento addotto è quello del presunto carattere strategico delle imprese candidate alla privatizzazione. Le imprese cosiddette strategiche sono in realtà solo imprese essenziali al nostro sistema economico. E’ essenziale che rimangano in Italia? Che rimangano anche a proprietà italiana? O che rimangano a proprietà italiana pubblica? Vi sono molti esempi internazionali in grado di dimostrare che basta la prima condizione. E nel caso delle imprese a rete non si vede come qualche acquirente straniero potrebbe sradicare le reti dal suolo per trasferirle nel suo paese. E’ però evidente che se si privatizza in maniera trasparente vendendo a chi paga di più arriveranno necessariamente acquirenti stranieri che ai nostri politici di professione non piacciono perché essi non parlano inglese mentre gli stranieri non parlano il politichese. Ma in tal caso noi contribuenti saremmo davvero garantiti circa l’effettivo ritiro dello stato e della politica dalle attività che hanno natura propria di servizi di mercato.