L'euro compie dieci anni in un momento di grande difficoltà per l'Unione. In esclusiva per Yahoo Notizie, abbiamo chiesto a due grandi firme di spiegarci il loro punto di vista sulla moneta unica: un passaggio cruciale per il nostro Paese, che in questi mesi viene messo in discussione. Quale futuro per l'Euro? A confronto le opinioni di <b>Antonio Padellaro</b>, Direttore responsabile de Il Fatto Quotidiano, e <b>Ettore Gotti Tedeschi</b>, economista e presidente dello Ior.L'euro compie dieci anni in un momento di grande difficoltà per l'Unione. In esclusiva per Yahoo Notizie, abbiamo chiesto a due grandi firme di spiegarci il loro punto di vista sulla moneta unica: un passaggio cruciale per il nostro Paese, che in questi mesi viene messo in discussione. Quale futuro per l'Euro? A confronto le opinioni di Antonio Padellaro, Direttore responsabile de Il Fatto Quotidiano, e Ettore Gotti Tedeschi, economista e presidente dello Ior.
In collaborazione con Il Sussidiario.net

Borsa, i mercati volano su ipotesi del piano salva-euro

Secondo un editoriale del Financial Times, l'unica speranza per l'uscita dalla crisi del debito sarebbe l'intervento dell'Fmi. L'esortazione di Washington perché i Paesi dell'eurozona facciano "tutto il necessario per risolvere la zona euro crisi del debito sovrano", spiega il Ft, "sembra basarsi più sulla speranza e preghiera che su prove".

"Uscire dall'euro? Ipotesi assurda"

Di Antonio Padellaro

Direttore responsabile de Il Fatto Quotidiano.

La scelta di entrare nell’euro è stata per l’Italia un’autentica ciambella di salvataggio. Solo chi ha scarsa memoria ha dimenticato in quale situazione versavamo prima che la nuova valuta ci aprisse le porte dell’Europa che conta. Eravamo un Paese con una moneta debolissima, soggetto a crisi finanziarie continue, con un’inflazione alle stelle e dall’economia levantina, pur avendo un Pil tra i più alti del mondo. L’euro ci ha salvati, ed è stata l’unica scelta lungimirante della nostra classe dirigente negli ultimi 20 anni. Guai a rinnegare una decisione del genere, anche se ha comportato costi soprattutto per l’economia spicciola dei comuni cittadini. Nessuno nega che ci sia stato un innalzamento dei prezzi, ma la colpa non è stata dell’euro bensì della disonestà di chi ne ha approfittato in modo arbitrario.

Non è mancato chi ha puntato il dito contro il cambio lira/euro accettato dall’allora superministro dell’Economia, Carlo Azeglio Ciampi. Un prezzo però inevitabile, se si pensa alle resistenze fortissime all’ingresso del nostro Paese nell’area euro che venivano soprattutto dalla Germania. Ciò che al contrario poteva e doveva essere evitato era che la sostituzione della lira con l’euro producesse il raddoppio dei prezzi. Peccato che con l’introduzione della moneta unica europea tutto abbia iniziato a costare il doppio: era fin troppo facile arrotondare tutte le cifre come se un euro valesse mille lire. Tutto ciò avrebbe dovuto comportare una vigilanza spasmodica, rigorosissima, arruolando una speciale polizia per sorvegliare che i prezzi fossero mantenuti nei limiti della normalità e non schizzassero al rialzo. Questo non è stato fatto, ed è una colpa gravissima dei governi che si sono succeduti dopo l’ingresso dell’Italia nell’euro. Soprattutto dei governi della destra che sono rimasti al potere più a lungo.

Qualche economista, animato più dal gusto del paradosso che da un sano realismo, ha ipotizzato che l’Italia oggi possa uscire dall’euro. Un’ipotesi assurda, che non è nemmeno contemplata dai trattati europei. Viviamo in un momento difficilissimo, con una classe politica squalificata, ma che non avrebbe né la forza né il coraggio di prendersi una simile responsabilità. Le conseguenze di tale scelta sarebbero infatti catastrofiche, perché il ritorno alla lira comporterebbe un abbattimento pesantissimo del valore della nostra moneta ripercuotendosi in modo imprevedibile sulla vita dei comuni cittadini. Questo porterebbe presto al default definitivo dell’economia e dei conti pubblici italiani, facendo crescere la disoccupazione e impoverendo complessivamente l’intera nazione. Da ottavo Pil globale, scivoleremmo così nella schiera dei Paesi del Secondo o del Terzo mondo, e questo potrebbe anche segnare la dissoluzione dell’Unità nazionale. Quindi l’uscita dell’Italia dall’euro è un’ipotesi da non prendere nemmeno in considerazione.

Il vero problema è esattamente l’opposto: quale governo può garantire che i nostri bilanci possano raggiungere standard europei. Da questo punto di vista ci troviamo di fronte a un bivio. E il bivio non è sostituire Berlusconi con un altro governo, di destra o di sinistra, che non abbia la percezione del cambiamento in atto. Inoltre un governo deve essere sempre, e soprattutto oggi, la conseguenza di elezioni democratiche: non credo alle soluzioni tecniche, che tutt’al più possono fornire delle risposte di emergenza per periodi brevissimi. L’Italia non ha bisogno di misure di corto respiro, bensì di grandi riforme strutturali in grado di catalizzare il più ampio consenso possibile da parte di larghi strati della popolazione.

In vista delle prossime elezioni occorre quindi pensare a una coalizione trasversale che metta insieme anche partiti oggi tra loro contrapposti, ma determinati a confluire con estrema chiarezza sui punti fondamentali di un programma di risanamento dell’economia italiana. Chiedendo il voto degli elettori sulle riforme che si intendono intraprendere, e non sui volti dei politici o sui nomi dei partiti. Ciascuna coalizione deve indicare nel dettaglio le modalità con cui intende realizzare ciascuno dei seguenti interventi di risanamento: il pareggio di bilancio, il taglio delle spese improduttive, la riforma delle pensioni, l’introduzione della patrimoniale, la lotta all’evasione fiscale, la privatizzazione delle aziende pubbliche e la vendita dei beni dello Stato. Scegliendo infine i ministri non sulla base di una lottizzazione partitica, bensì individuando le personalità che in cinque anni siano in grado di portare a compimento l’intero programma. Tutto questo però oggi come oggi appare purtroppo come una soluzione impossibile

Tutti i confronti di Agorà

Scopri l'home page del progetto Agorà e tutti i confronti pubblicati fino ad ora. Ogni mercoledì gli editoriali di grandi firme, opinionisti ed esperti messi l'uno di fronte all'altro. Tutte le puntate »

EUROurgenza: l'Europa da ripensare

Di Ettore Gotti Tedeschi

Economista e presidente dello Ior.

Fare la moneta unica europea prima di aver realizzato un’Europa politica e culturale è stato certamente un “atto di coraggio”. Sottovalutare le forti disomogeneità nelle capacità competitive dei vari Paesi è stato un “atto di fede” che si è rivelato insoddisfacente. La sfortuna è stata creare l’euro in un contesto imprevedibile di crisi incombente.

L’euro nasce per rafforzare le economie dei paesi europei durante un ciclo di crescita economica forzata guidata dagli USA, a debito e insostenibile, che ha poi coinvolto la stessa innocente Europa nel suo crollo. E lo stesso euro è stato vittima di questo processo. La crisi economica attuale sta enfatizzando proprio le disomogeneità grazie alle quali ognuno sembra pensare a sè e non si dimostra compattezza nei salvataggi di chi è in difficoltà, si compongono alleanze di presunta omogeneità e si cercano “capri espiatori” fra i paesi vicini con problemi difficili da risolvere concorrendo ad aggravarli. L’Europa politica deve realizzarsi proprio ora per fronteggiare gli attuali problemi economici. Se non crediamo che questa si debba realizzare, l’euro rappresenterà un problema anzichè un vantaggio e la speculazione crescerà su questa incertezza e conseguente sfiducia.

Per l’Italia è stato bene entrare nell’euro, il problema è stato nelle condizioni di entrata. Decidere di entrarvi ha rappresentato un impegno che ha avviato un processo rinnovatore senza il quale oggi il nostro paese sarebbe in difficoltà superiori. Non dimentichiamo che fino agli anni ’90 l’Italia era caratterizzata da una presenza molto forte dello Stato nell’economia. Si stimava che più del 60% del PIL fosse prodotto, direttamente e indirettamente , da imprese controllate dallo Stato e da imprese che erano “protette” (e pubbliche quando perdevano). Per ottenere l’ingresso nella moneta unica, è stato necessario avviare la prima grande riforma economica: privatizzazioni e liberalizzazioni. Il fatto è che dopo quarant’anni di statalismo più orientato all’assistenzialismo che all’efficienza non è stato facile privatizzare e il risultato non è stato sempre positivo. Ma anche le manovre per ridurre il deficit e riportarlo alle condizioni imposte dal trattato di Maastricht per entrare nella moneta unica hanno prodotto conseguenze non previste.

Il nostro paese aveva un deficit annuo di circa sette punti percentuali e doveva ridurli ai tre punti imposti dal trattato. Ci si riuscì, ma i quattro punti di deficit furono ridotti per due punti con tasse, per un punto e mezzo circa con la diminuzione del costo del debito pubblico abbattendo i tassi di interesse e solo per mezzo punto con la riduzione dei costi. Il crollo rapidissimo della remunerazione dei titoli di Stato provocò l’indebolimento dei consumi e la ricerca di remunerazioni alternative che distrussero il risparmio (bond argentini, Cirio, Parmalat …).

Per fronteggiare poi la crisi economica “imprevista” l’euro poteva rappresentare un fattore di forza, se non fosse stato che le cosiddette exit strategy adottate da Usa e paesi europei sono apparse essere persino in conflitto. Gli Usa stanno nazionalizzando il debito eccessivo dei privati (per salvare le banche). Al contrario in alcuni paesi europei si vuole privatizzare il debito pubblico, trasferendone l’onere in vari modi ai privati, ricchi di risparmio. Queste due exit strategy possono provocare concorrenza tra il collocamento di nuovo debito Usa sui mercati e il debito dei Paesi europei, tradizionalmente più indebitati, il cui rischio è percepito in crescita dopo l’incertezza del salvataggio del debito della Grecia.

In tale contesto non credo sia l’euro da ripensare quanto l’Europa da realizzare in un momento storico in cui sta cambiando l’ordine economico mondiale. La moneta unica è uno strumento, un mezzo, che ha bisogno di un fine chiaro. E questo fine è il ruolo dell’Europa in tale nuovo ordine. Non credo che sia opportuno per nessun paese uscire dall’euro, né quelli deboli né quelli forti (la stessa Germania vedrebbe il suo marco rivalutarsi troppo e perdere competitività). Se le nazioni fossero imprese, molte di quelle che hanno valori e vantaggi sarebbero preda di take over amichevoli o ostili (essendo nazioni ciò può avvenire solo sulle attività più attraenti). Ma per un governante è bene riflettere come fosse un imprenditore: ridurre il rischio e crescere il valore degli assets. Detti take over ipotetici e simbolici, possono esser anche evitati con alleanze strategiche vere e governate. La più evidente alleanza strategica si chiama Europa. Da realizzare subito, prima di esser ancor più “svalutati” finanziariamente da agenzie di rating e dalla speculazione e poi takeoverizzati da nuovi colonizzatori attraverso acquisizioni subite o persino cercate in stato di disperazione e in mancanza di alternative.