Dopo le rivoluzioni del Nord Africa, il movimento degli Indignados in Spagna e la rivolta contro l'austerity dei giovani greci, ci siamo chiesti se questi movimenti giovanili contageranno anche l'Italia. Abbiamo intervistato, in esclusiva per Yahoo Notizie, <b>Fausto Bertinotti</b>, ex Presidente della Camera e leader storico di Rifondazione Comunista, e <b>Marco Tarquinio</b>, direttore del quotidiano Avvenire.Dopo le rivoluzioni del Nord Africa, il movimento degli Indignados in Spagna e la rivolta contro l'austerity dei giovani greci, ci siamo chiesti se questi movimenti giovanili contageranno anche l'Italia. Abbiamo intervistato, in esclusiva per Yahoo Notizie, Fausto Bertinotti, ex Presidente della Camera e leader storico di Rifondazione Comunista, e Marco Tarquinio, direttore del quotidiano Avvenire.
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"L'Italia non è diversa dagli altri"

Fausto Bertinotti

Ex Presidente della Camera

Tra le proteste degli Indignados, le rivolte di Londra e il malcontento sempre più diffuso anche in Italia corre un filo rosso che sarebbe un grave errore sottovalutare. E’ la tesi di Fausto Bertinotti, ex presidente della Camera dei Deputati ed ex segretario di Rifondazione comunista, secondo cui per comprendere la realtà in atto nel nostro Paese non bisogna sottolineare le differenze con il resto dell’Europa, ma “rendersi conto che ovunque sta spirando un’aria di rivolta”.

Ritiene che anche in Italia possa emergere un movimento giovanile paragonabile agli Indignados spagnoli o alle proteste di Grecia, Londra, Nord Africa e Cile?

Quello dei movimenti giovanili è un fenomeno che investe un’intera area geopolitica, quella cioè del Mediterraneo e dell’Europa. Naturalmente le forme di espressione del malcontento sono diverse, perché diversi sono i bacini politici. Ma il fatto che emerge come la novità degli ultimi mesi è lo spirare ovunque di un’aria di rivolta. E questo può assumere forme diverse, come quella di Egitto e Tunisia da una parte, degli Indignados in Spagna o, in modo ancora differente, la sommossa di Tottenham. Forme diverse quindi, ma che si situano nella stessa area di alcuni fenomeni avvenuti in Italia come la Piazza delle donne, la ribellione della Fiom contro il Marchionnismo, la raccolta delle firme e il trionfale risultato dei referendum sull’energia e sull’acqua, ma anche le elezioni dei sindaci e infine le mobilitazioni previste per i prossimi mesi di settembre e ottobre. In tutti questi episodi c’è un significativo tratto comune: il potere costituito chiude qualsiasi forma di relazione con la società civile e demolisce una democrazia, costruendo una sorta di fortilizio che solleva tutti i ponti levatoi. In molti hanno parlato di “colpo di Stato bianco” o di commissariamento, ma la sostanza è la stessa: la democrazia è sospesa e c’è un nucleo di comando che decide le misure economiche e sociali da applicare, creando disuguaglianze offensive. Sarebbe un errore quindi esaltare le differenze tra i vari movimenti di protesta a livello europeo, senza sapere rintracciare un filo comune. E quest’ultimo è rappresentato dallo scontro tra un potere oligarchico dominato dalle logiche dell’economia e del mercato, e masse giovanili che si trovano depredate del loro futuro e si ribellano quindi contro questo potere.

Quali sono le motivazioni, politiche, economiche e sociali, che differenziano il malcontento giovanile in Italia da quello dei Paesi dove sono state organizzate le rivolte?

Non direi che in Italia la situzione sia particolarmente diversa dagli altri Paesi: ovunque c’è una restrizione impressionante degli spazi di democrazia. Basta vedere quanto è avvenuto in agosto, quando sono state adottate delle misure, sulla base di sollecitazioni europee, che sostanzialmente hanno nominato un proconsole nel nocciolo duro del governo del Paese. E in questo nocciolo duro sono presenti maggioranza e opposizione. Dunque l’Italia è dentro fino al collo in questo fenomeno. Non sto dicendo che per forza domani Milano sarà Tottenham, e Roma sarà Atene. Ma non perciò Milano e Roma sono fuori da quest’area caratterizzata da un lato da un potere che si concentra e diventa respingente, dall’altra da un movimento di popolo guidato dalle nuove generazioni che dice: “Io non ci sto”. E lo fa con una radicalità che è sotto gli occhi di tutti.

In Italia negli ultimi mesi, a parte alcune eccezioni, non sono avvenuti episodi violenti. Quanto è reale il rischio che si possano verificare in futuro?

Le violenze non si possono escludere a priori. Ma prevedere non vuol dire giustificare, e comunque le violenze a differenza delle rivolte non sono un esito obbligato. Ma se in un’area la disoccupazione complessiva è del 30% e quella giovanile è di una persona su due, come puoi aspettarti che non esploda la protesta, in assenza di risposte concrete? La crisi della civiltà europea produce queste rivolte, e nella crisi della civiltà europea c’è la crisi della politica. E’ la politica che dovrebbe essere la cerniera civilizzatrice dei movimenti, ma siccome nessuno apre uno spazio al compromesso, i giovani scelgono altre strade per manifestare il loro disagio. Anche in Italia si sono consumati gli spazi di mediazione tra la protesta e le scelte politico-istituzionali. Come ha scritto Curzio Maltese, “il grande problema dell’Occidente è in realtà un enorme problema politico: non esiste più una sinistra”.

"Siamo un popolo più 'morbido'"

Marco Tarquinio

Direttore del quotidiano Avvenire dal 2009

La realtà dell’Italia è molto diversa e per nulla assimilabile a quella dei Paesi dove i movimenti giovanili di protesta hanno preso maggiormente piede. Tra le principali differenze, la funzione di ammortizzatore sociale esercitata dalle famiglie e la tendenza a risolvere i conflitti in modo non violento. A sostenerlo è il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, che ritiene però che tutte le istituzioni debbano impegnarsi per evitare che anche l’Italia si ritrovi nella stessa situazione degli altri Paesi europei.

Ritiene che anche in Italia possa emergere un movimento giovanile paragonabile agli Indignados spagnoli o alle proteste di Grecia, Londra, Nord Africa e Cile?

Le tensioni che si stanno manifestando in Europa sono legate alla crisi del modello economico e sociale occidentale, che a fronte di un potente processo di invecchiamento del Vecchio continente sta facendo le maggiori vittime soprattutto tra i più giovani, che non hanno prospettive per il loro futuro. Il movimento giovanile di protesta trova quindi le sue radici in una preoccupazione che fa rima sempre più spesso con disperazione. In Italia però, a differenza di altri Paesi, possiamo contare su un altro welfare parallelo che è quello garantito fino a oggi dalle famiglie che rappresentano il principale ammortizzatore sociale del Paese. Anche se occorre dire che la rete delle famiglie è sempre più sotto stress per il disinteresse, l’indifferenza e l’ostilità fiscale che ha segnato l’atteggiamento nei suoi confronti da parte dei governi di ogni colore che si sono succeduti alla guida del Paese. E’ dei giorni scorsi la ricerca Censis/Unipol che conferma che la metà delle giovani famiglie sta perdendo la capacità di risparmio e investimento. E se il peso del debito pubblico che oggi grava su di me, nato alla fine degli anni ‘50 quando in Italia veniva al mondo un milione di bambini all’anno, è pari a 29mila euro, le nuove generazioni avranno un debito perlomeno doppio, perchè il numero di bambini che nascono oggi è dimezzato. Un debito schiacciante, avvilente, che assorbirà quello che dovrebbe essere speso per i servizi pubblici essenziali.

Quali sono le motivazioni, politiche, economiche e sociali, che differenziano il malcontento giovanile in Italia da quello dei Paesi dove sono state organizzate le rivolte?

In questo periodo continuo a ricevere numerose lettere di ragazzi che si sono laureati, hanno superato i concorsi pubblici, e una volta terminato il loro percorso di studi mi scrivono: “Stiamo comprando un biglietto di sola andata per l’estero”. Negli ultimi sette o otto anni i nostri migliori talenti se ne sono andati per motivi di studio o di lavoro, e non tornano indietro. Questo è un grave depauperamento, che ha un’altra faccia: in Italia si è svalutato molto il significato del lavoro manuale. Il nostro è un Paese che è diventato grande nel mondo proprio grazie alla manualità degli italiani, al confine tra l’artigianato e l’arte propriamente detta. Oggi invece sembra che le uniche possibilità di lavoro siano quelle nei servizi, come colletti bianchi.

In Italia negli ultimi mesi, a parte alcune eccezioni, non sono avvenuti episodi violenti. Quanto è reale il rischio che si possano verificare in futuro?

Il contesto sociale italiano grazie a Dio è diverso. Le statistiche annuali sui reati ci dicono che per esempio in Italia ci sono meno violenze gratuite e aggressioni rispetto agli altri Paesi europei. Siamo un popolo più “morbido” di altri, e abbiamo la grande capacità di gestire i grandi movimenti di protesta in polemica ma anche in allegria. Qualche volta gli episodi violenti si verificano anche da noi: se riandiamo con la memoria al G8 del 2001, rimane come monito del fatto che piccoli gruppi di provocatori sono stati in grado di fare deragliare una manifestazione che, nello spirito della maggioranza dei partecipati, non era animata da obiettivi violenti. Quello che mi preoccupa di più in questo momento sono le punte aspre di certi movimenti come il No Tav. Ho una grande stima di quanti stanno facendo la battaglia con civiltà e armati solo di argomenti seri, ma non di chi sta usando la violenza. Anche se confido negli anticorpi che il nostro Paese ha sempre saputo produrre in momenti cruciali della nostra storia, quando si avvicinava l’insidia e la minaccia della violenza. Credo quindi che nel nostro Paese possiamo affermare le ragioni più diverse, senza cadere nei vortici che hanno segnato le contestazioni di Gran Bretagna e Spagna.