L'isola di Lampedusa continua a vivere l'emergenza migranti: nel Cie, nato per ospitare 400 persone, ne sono state stipate più di tremila, e la convivenza sull'isola tra abitanti e immigrati diventa sempre più difficile.  In esclusiva per Yahoo Notizie, abbiamo chiesto l'opinione di due persone che vivono l'emergenza in prima persona: <b>Bernardino De Rubeis</b>, Sindaco di Lampedusa e Linosa, e il sacerdote <b>Vittorio Nozza</b>, Direttore Caritas Italiana.L'isola di Lampedusa continua a vivere l'emergenza migranti: nel Cie, nato per ospitare 400 persone, ne sono state stipate più di tremila, e la convivenza sull'isola tra abitanti e immigrati diventa sempre più difficile. In esclusiva per Yahoo Notizie, abbiamo chiesto l'opinione di due persone che vivono l'emergenza in prima persona: Bernardino De Rubeis, Sindaco di Lampedusa e Linosa, e il sacerdote Vittorio Nozza, Direttore Caritas Italiana.
In collaborazione con Il Sussidiario.net
Sbarchi, dal governo solidarietà ai lampedusani

Sbarchi, dal governo solidarietà ai lampedusani

"Dall'inizio di quest'anno sono sbarcati nelle Isole Pelagie 51.596 cittadini extracomunitari su un totale di 60.656 sbarchi totali sulle coste italiane nel 2011. A Lampedusa non sono più presenti cittadini stranieri irregolari. Da quando è attivo il nuovo accordo, sono stati rimpatriati a Tunisi 841 extracomunitari clandestini di nazionalità tunisina. ...

"Ospitalità, ma regolamentata"

Di Bernardino De Rubeis

Sindaco di Lampedusa e Linosa.

Il Cie di Lampedusa, se paragonato alle carceri italiane, è un vero e proprio albergo a cinque stelle. Nel Centro di soccorso e di Prima Accoglienza, che era nato per ospitare 400 persone e poi è stato allargato fino a un massimo di 1.200, è sempre stata garantita la dignità degli immigrati. Ciascuno di loro riceve vestiti, è sfamato, ha diritto a dieci sigarette al giorno e a una scheda telefonica: un trattamento che i detenuti italiani non si sognano neppure. Come se non bastasse, gli immigrati possono utilizzare liberamente un cellulare. Ho quindi seri dubbi sulla sincerità di quanti affermano che nei Cie sarebbe violata la dignità dell’essere umano.

Certo, quando in una struttura che può ospitare fino a 1.200 persone ne sono ammassate 3mila non c’è più dignità che tenga, e si accumulano problemi di sicurezza, di ordine pubblico e igienico-sanitari. Queste situazioni sono provocate dagli sbarchi continui, e non invece dalla cattiva volontà delle nostre autorità. Lo sa bene la popolazione di Lampedusa, che dal 9 febbraio scorso ha accolto in tutto 55mila immigrati. Il primo ad aprirsi è stato il fronte tunisino, dopo la caduta di Ben Alì, e quindi è stata la volta di quello libico.

Di recente alcuni dei 1.500 tunisini approdati nel corso dell’ultima ondata hanno incendiato tre dei quattro padiglioni del Cie, per poi fuggire nelle strade. Quindi hanno occupato una pompa di carburante, minacciando di farla esplodere con una bombola di gas. I lampedusani, finora sempre molto comprensivi, a quel punto si sono spazientiti. Una reazione più che comprensibile, se si pensa che quest’ultimo episodio ha creato dei gravi rischi per l’incolumità delle persone. Che cosa sarebbe successo se, per una tragica fatalità, la situazione fosse sfuggita di mano facendo deflagrare il distributore? Le tensioni tra gli immigrati e i lampedusani sono durate in tutto circa 25 minuti, poi la situazione è stata riportata alla normalità dalla polizia. In precedenza sull’isola non si erano mai verificati problemi di ordine pubblico, nemmeno lo scorso marzo quando 6.300 immigrati circolavano liberamente sul territorio e la popolazione tunisina aveva superato quella italiana.

Siamo sempre stati tolleranti nei confronti degli extracomunitari, pur sapendo che la nostra accoglienza perfino esagerata ha determinato nel tempo un calo del turismo sull’isola pari al 70%. Quando si discute dei fatti di cronaca che riguardano Lampedusa, non bisogna dimenticare che la nostra è una realtà a vocazione turistica e che vuole vivere grazie alle sue attività ricettive. Lampedusa e Linosa hanno dimostrato, in questi lunghi anni, di volere e sapere accogliere, perché noi siamo per la vita e non per la morte. Non ci dimentichiamo mai che gli immigrati sono persone, e rinnoviamo loro ogni volta la nostra ospitalità. A condizione però che questa sia ben gestita e regolamentata, e che Lampedusa diventi un primo porto sicuro in vista dell’immediato trasferimento in Italia ed eventualmente in Europa. Gli sbarchi sono stati identificati dal governo Berlusconi e dal ministro Roberto Maroni come un’emergenza umanitaria, ed è quindi giusto che l’Unione europea se ne faccia carico.

In molti si sono chiesti se gli immigrati andrebbero accolti o respinti. Io ritengo però che occorre distinguere tra due tipologie di extracomunitari. Da una parte ci sono quelli che provengono dall’Africa sub-sahariana e che vanno accolti, perché sono persone che fuggono dalla guerra e dalla disperazione. Hanno quindi il diritto di chiedere lo status di rifugiato, cercando di ricominciare una nuova vita nel nostro Paese. Ben diverso il discorso per quanto riguarda i tunisini. In base all’accordo bilaterale vigente, il loro destino è uno solo: essere rimpatriati. Il motivo per cui vengono in Italia non è per fuggire dalla guerra, ma per migliorare la loro condizione economica. Il governo italiano ha deciso di regolamentarne i flussi, accettandone da un minimo di mille a un massimo di 10mila l’anno. Dal gennaio 2010 i cittadini della Tunisia possono raggiungere l’Italia presentando una semplice richiesta al consolato. Non hanno quindi nessuna necessità di mettere le loro vite a repentaglio affidandole alle associazioni malavitose che lucrano sullo smercio di carne umana.

"Una risposta non più rinviabile"

Di Sac. Vittorio Nozza

Direttore Caritas Italiana.

Lampedusa. Le proteste della popolazione esasperata, le rivolte dei migranti che hanno dato fuoco al centro che li ospitava. Un’isola associata di primo impulso a questa cronaca drammatica. Due note di storia, per comprendere meglio. Era il 1986 quando i riflettori si accesero sulla piccola isola di Lampedusa, persa nel Mediterraneo, tra la Libia e la Tunisia. La notte del 14 aprile le forze armate libiche lanciarono contro Lampedusa due missili SCUD, senza centrare l’obiettivo. Ma la notorietà, che ne avrebbe fatto un luogo simbolo, giunse negli anni ’90 quando Lampedusa assunse, suo malgrado, il ruolo di crocevia del Mediterraneo e frontiera d’Europa. Il crescente arrivo di migranti e soprattutto di richiedenti asilo provenienti dal nord Africa, trasformò quest’isola in meta costante di flussi misti (composti cioè di migranti economici e rifugiati politici) determinati principalmente dalla crescente chiusura delle politiche d’ingresso da parte degli Stati europei, improntate su un regime di visti molto restrittivo.

Nel corso di questi primi nove mesi del 2011, durante i quali la primavera araba ha ridisegnato profondamente l’assetto geo-politico del Mediterraneo, oltre 56 mila persone sono giunte sull’isola siciliana e tra queste circa la metà di origine tunisina. Si tratta di numeri importanti di fronte ai quali la piccola comunità locale, nonostante tutto, ha dimostrato grande generosità e un profondo spirito di solidarietà, messo in diverse fasi a dura prova da una non sempre efficace gestione dell’emergenza. Ne sono testimonianza i fatti di febbraio quando oltre 7.000 migranti sono stati costretti a vivere per settimane sull’isola in condizioni di grande precarietà, al punto da far temere per la salute di tutta la popolazione. Nei mesi successivi, l’emergenza ha visto una gestione più attenta e competente attraverso la Protezione Civile Nazionale che ha garantito l’accoglienza di decine di migliaia di profughi anche grazie alla disponibilità delle Caritas diocesane che sul territorio nazionale in diverse strutture hanno accolto 3.000 persone provenienti dal Nord Africa.

Più recentemente, invece, per settimane migliaia di tunisini sono stati trattenuti nel centro di primo soccorso e accoglienza in attesa di un loro rimpatrio. Le condizioni di sovraffollamento – che molti organismi avevano segnalato da settimane - e la prospettiva del rimpatrio hanno fatto crescere la protesta dei migranti che è esplosa in modo violento ed ha portato all’incendio del centro, scatenando nel contempo anche la rabbia della popolazione locale, stremata e da troppo tempo sotto pressione. Un episodio che era già accaduto nel 2009, in situazioni analoghe. In seguito a questi eventi sono stati presi provvedimenti che ad oggi appaiono ancora inadeguati.

È evidente, quindi, che la difficoltà di trovare un giusto equilibrio tra l’esigenza di controllare i confini nazionali, gestire un’emergenza internazionale e garantire una necessaria accoglienza, ha indotto il Governo a scelte a tratti confuse, che spesso si sono rivelate inadeguate. Il dovere di una risposta a chi cerca una soluzione al proprio progetto di vita - che non trova oggi sbocchi in paesi piegati dalla guerra e dalla crisi economica e sociale - appare irrinunciabile e non più rinviabile.

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