La crisi dell'euro e la corsa contro il debito pubblico nazionale ha messo in luce i punti deboli dell'attuale Unione Europea. In esclusiva per Yahoo Notizie, abbiamo messo a confronto le opinioni di <b>Emma Bonino</b> e <b>Niccola Porro</b>. Nei loro editoriali commentano la situazione attuale dell'Unione e indicano qual è secondo loro la strada giusta da seguire per questa realtà sopranazionale. <b><a target="_blank" href="https://it.notizie.yahoo.com/che-cos-%C3%A8-il-progetto--agor%C3%A0-.html">[Che cos'è Agorà?]</b></a>La crisi dell'euro e la corsa contro il debito pubblico nazionale ha messo in luce i punti deboli dell'attuale Unione Europea. In esclusiva per Yahoo Notizie, abbiamo messo a confronto le opinioni di Emma Bonino e Niccola Porro. Nei loro editoriali commentano la situazione attuale dell'Unione e indicano qual è secondo loro la strada giusta da seguire per questa realtà sopranazionale. [Che cos'è Agorà?]
In collaborazione con Il Sussidiario.net

Una Federazione leggera per l’Europa

Di Emma Bonino e Marco De Andreis

Emma Bonino è stata commissario europeo, è ora vice-presidente del Senato.
Marco De Andreis, già funzionario europeo, dirige l’ufficio studi economici dell’Agenzia delle Dogane.


Di fronte alla profondità di questa crisi dell’euro, molti cominciano a dire che bisognerebbe affiancare alla Banca Centrale Europea un ministero delle Finanze dell’Unione – recentemente lo hanno sostenuto Jean Claude Trichet e Jacques Attali, l’Economist e il Fondo Monetario Internazionale.

La traduzione di questo auspicio in un linguaggio piano è che l’unione monetaria va completata con un’unione politica. Perché un ministero delle Finanze presuppone tasse, che a loro volta servono a pagare funzioni di governo. Se gli Stati membri non trasferiscono all’Unione alcune funzioni di governo non si danno né Tesoro né Finanze europei.

A meno che non ci si voglia limitare a raccogliere soldi per re-distribuirli. Che è ciò che l’Unione fa già oggi col proprio bilancio: solo sussidi, trasferimenti. Ma, e giustamente crediamo, i tedeschi non vogliono una transfer union, un’unione la cui principale e quasi unica ragion d’essere siano i trasferimenti – né tantomeno se questi ultimi saranno su scala molto, molto maggiore di quel magro 1% del PIL dell’UE che è oggi il bilancio europeo.

Se non si comincia ad affrontare da subito quel nodo che l’Europa si rifiuta di sciogliere dai primi anni ’50 – l’unione politica – a furia di agire sempre e solo sotto la pressione degli eventi, si rischia di trasformare l’Europa in un mostro istituzionale.

Con l’emissione di eurobond su larga scala, ad esempio, l’UE diventerebbe un’entità con nessuna funzione di governo importante al di fuori della sfera economica, senza un Tesoro, con un bilancio minuscolo speso tutto in sussidi di dubbia utilità, gravata da un enorme debito pubblico tra il 60 e l’85% del PIL dell’eurozona – ma con una moneta rivale del dollaro su scala globale, una Banca Centrale, una Corte di Giustizia, un Parlamento a elezione diretta. L’idea di Stati Uniti d’Europa si scontra regolarmente con il timore – particolarmente forte in Gran Bretagna e nei paesi nordici - di creare un cosiddetto superstato europeo che soffochi gli stati nazionali.

Ma la Federazione europea che sarebbe realisticamente giusto fare oggi, lungi dall’essere un superstato sarebbe al contrario una “Federazione leggera” che assorbe e spende attorno al 5% del PIL europeo – la spesa pubblica degli stati nazionali europei maggiori si aggira attorno alla metà dei rispettivi PIL. Queste risorse sarebbero sostitutive e non aggiuntive rispetto alla spesa pubblica nazionale perché accompagnerebbero il trasferimento al centro federale di funzioni di governo oggi svolte dagli Stati membri. Quali? A nostro avviso dovrebbero essere la difesa, la diplomazia (compresi gli aiuti allo sviluppo e quelli umanitari), il controllo delle frontiere e dell’immigrazione, la creazione delle grandi reti infrastrutturali europee, alcuni programmi di ricerca scientifica di grande respiro e gli aiuti alle regioni più povere e in ritardo di sviluppo.

Con un bilancio di 600-700 miliardi di euro l’Unione potrebbe svolgere, quando ce n’è bisogno, funzioni di stabilizzazione macro-economica e redistribuzione via ordinaria manovra fiscale, tassando di più gli stati in espansione e meno quelli in recessione. Silenziosamente, senza creare la pubblicità e le enormi aspettative che circondano i vertici dell’eurozona sugli aiuti ai paesi in difficoltà. E abbiamo visto che la sproporzione tra aspettative e risultati regolarmente peggiora la situazione.

L’altro ostacolo all’unione politica dell’Europa è la riluttanza, che hanno tutti gli Stati membri, chi più chi meno, a perdere sovranità proprie a favore di un centro federale. Ma la perdita di sovranità c’è già ed è palese. Quando, il 5 agosto scorso, il governo italiano ha finalmente ceduto alle pressioni della BCE e del resto dell’eurozona annunciando l’anticipo del pareggio di bilancio, Mario Monti ha adombrato il concetto di commissariamento del nostro esecutivo da parte di “un governo tecnico sopranazionale … con sedi sparse tra Bruxelles, Francoforte, Berlino, Londra e New York”. Ma per lo stesso commissariamento sono già passati greci, portoghesi, irlandesi e spagnoli. E anche la sovranità tedesca è di fatto limitata dalle responsabilità che la Germania ha verso il resto dell’eurozona.

Se dobbiamo fare i conti con “un governo tecnico con sedi sparse”, non è meglio allora passare a un governo politico a livello federale, a Bruxelles, con un mandato e dei poteri definiti e circoscritti per legge? Un governo cui tutti hanno ceduto un pezzo della propria sovranità su un piede di parità, che può tassare e spendere cifre non enormi – una “Federazione leggera” – ma significative. Sono ormai sessant’anni che l’Europa elude la soluzione del suo problema politico. A noi sembra arrivato il momento di sciogliere questo nodo.

L'Europa delle contraddizioni

Di Nicola Porro

Vicedirettore de “il Giornale”

L’Europa è una di quelle conquiste che viene considerata intoccabile. E spesso sotto all’ombra di questa fanciulla, non più così in fiore, si consumano i peggiori luoghi comuni. Tutto ciò che è europeo è per definizione positivo, tutto ciò che lo mette in discussione è da biasimare. Lo spirito europeista mantiene pressoché intatto il suo fascino. La presa risiede evidentemente nella sua capacità di rappresentare un freno alle spinte guerrafondaie che hanno caratterizzato il vecchio continente per secoli. Criticare l’Europa vuol dire, paradossalmente, aprire ai conflitti nazionalistici.

Un grande economista e giornalista francese Frederic Bastiat, diceva: “Dove non passano le merci passano le armi”. Come a dire: un luogo di libero scambio aiuta la fratellanza tra i popoli. Al contrario protezionismi e dazi incentivano le battaglie. Il mercato, intendeva il pensatore liberale, è pacifico.

E in fondo l’Europa su questo terreno ha fatto i suoi passi più significativi: il mercato comune e la moneta unica.

Oggi si deve però avere la libertà di affermare che qualcosa si è inceppato. E tanto più l’Europa ha aumentato la sua dimensione, tanto più le sue contraddizioni stanno emergendo.

La più eclatante di tutte si chiama euro. La moneta unica è uno di quegli esperimenti da laboratorio, il cui risultato finale però non si conosce. È un rischio fortissimo. Una generalizzata e condivisa retorica ci ha raccontato la grande conquista che l’Italia ha fatto nell’appartenere sin da subito alla moneta unica. I politici che lo hanno ottenuto sono tra i pochi che oggi ancora non sono stati dileggiati dalla furia antipolitica che ci circonda. Ma è ancora possibile chiedersi se quella scelta sia stata giusta? Utile? Corretta?

Ci sono due considerazioni da fare. La prima riguarda chi ha scelto di non fare parte dell’euro. Il caso eclatante è quello inglese, e di alcuni paesi del nord Europa, che non sono piombati nel più nero medioevo (le loro crisi economiche sono perfettamente in linea con quelle del resto dell’eurozona) per questa loro scelta isolazionista. La seconda è che l’Italia, pur partecipando all’euro, non ha disciplinato la sua finanza pubblica. Insomma la moneta unica non ha avuto quel beneficio, che taluno le assegnava, di vincolo esterno alle nostre follie fiscali. D’altronde il nostro ingresso nella moneta unica non è avvenuta attraverso una radicale riforma del sistema di spesa pubblica, ma grazie ad una eurotassa straordinaria. Ci siamo fatti più belli con il trucco.

Ciò che vale per l’Italia, cioè la conquista dell’euro come vittoria di bandiera e non già come rivoluzione economica, vale per il resto dell’eurogruppo. E l’attuale che sta investendo i debiti pubblici di tutto il mondo ne è la più chiara testimonianza. In crisi è un modello in cui vi è una moneta unica, un tasso di sconto fissato dalla banca centrale valido per tutti, e saggi di interesse di mercato diversi per ogni paese. La divergenza tra le politiche fiscali ed economiche dei membri dell’euro, rappresenta una follia nell’architettura comunitaria.

Una lucida follia che ha avvantaggiato taluni. Coloro che partivano da comportamenti sobri nelle finanze pubbliche, la Germania in specie, hanno goduto del vantaggio competitivo di correre la corsa della produzione della ricchezza con costi per interessi più bassi e produttività più alta. Insomma si è amplificato il ben gestire della finanza pubblica. Chi ha fatto meglio i compiti pubblici, ha vinto anche nel settore privato, innescando un circolo virtuoso che ha sbaragliato il campo della competizione economica.

Oggi la situazione non è più sostenibile. Si deve scegliere. Disinnescare l’euro avrebbe dei costi inimmaginabili. Ma tenerlo in piedi somministrando delle aspirine alle diverse politiche fiscali ed economiche sarebbe da folli.

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