Agricoltura, Istat: in 10 anni coltivato più grano duro meno mais

Red
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Image from askanews web site
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Roma, 6 apr. (askanews) - Aumenta la coltivazione di frumento duro, scende quella del mais in Italia. Nel confronto tra il 2010 e il 2020, emergono infatti decisi cambiamenti fra le varietà cerealicole, soprattutto nelle coltivazioni del frumento duro e del mais. Il frumento duro aumenta la sua incidenza sul complesso delle superfici cerealicole, passando dal 36,9% del 2010 al 40,3% del 2020. La coltivazione del mais, al contrario, incide sempre meno sul totale dei cereali: passa dal 26,7% al 20,1%. E' quanto emerge dal report dell'Istat "Coltivazioni agricole | annata agraria 2019-2020 e previsioni 2020-2021".

Un discreto incremento caratterizza anche il frumento tenero (dal 15,8% del 2010 al 16,7% del 2020) e l'orzo (dal 7,8% all'8,8%). Non si registrano, invece, variazioni significative per i restanti cereali, alcuni dei quali mantengono incidenze simili a quelli di 10 anni fa.

La Puglia, spiega l'Istat, è la regione che registra la maggior superficie investita in frumento duro: nel 2020, 344.300 ettari, conto i 283.870 ettari nel 2010, anno in cui la Sicilia deteneva il primato della superficie (301.821 ettari). La crescente propensione a investire nella coltivazione di frumento duro può essere ricondotta all'aumento dei prezzi dovuto, a livello sia nazionale sia mondiale, alla scarsità dell'offerta rispetto alla domanda. Questa tendenza sembra confermata anche nelle previsioni di semina per l'annata agraria 2020-2021.

Per quanto riguarda il mais, invece, risultano significative le riduzioni di superficie in Lombardia (da 221mila ettari nel 2010 a 137mila ettari nel 2020) e nel Veneto (da 229mila ettari a 154mila ettari). In dieci anni, a livello nazionale, il calo della superficie a mais è del 35% (da 927mila ettari a 603mila ettari). Nonostante il mais rappresenti la prima coltura cerealicola nazionale in termini di produzione e per livello di resa produttiva per ettaro, il settore maidicolo ha perso progressivamente competitività a causa di una serie di criticità convergenti: la contrazione dei prezzi, gli elevati costi fissi e il maggiore rischio sanitario a cui sono esposte tali colture che incide anche sulla componente variabile dei costi.