Ahmad Massoud: "L'Afghanistan si può ancora salvare, ma resta poco tempo"

Ahmad Massoud, leader del Fronte di Resistenza Nazionale dell'Afghanistan, è ospite di The Global Conversation. Negli ultimi mesi il suo Paese ha subito un enorme cambiamento: dopo 20 anni di presenza di truppe straniere, l'Afghanistan è ora di nuovo nelle mani dei Talebani. Anche la sua vita è stata sconvolta: la provincia da cui proviene, il Panjshir, è stata conquistata dai Talebani e lei è stato costretto a lasciare il Paese. Cosa stava facendo il 15 agosto 2021?

Ero a Kabul. Sono rimasto lì fino agli ultimi istanti. Sono rimasto a Kabul e molte altre persone lo hanno fatto con una speranza: nonostante tutto, speravamo in una transizione pacifica. Una transizione pacifica dalla Repubblica dell'Afghanistan, una transizione lenta verso un governo ad interim che garantisse la pace e il dialogo. Poi forse le elezioni e un nuovo governo, di cui i Talebani avrebbero potuto far parte. Purtroppo, però, il crollo del governo, errori di calcolo e l'intenzione dei Talebani di non risolvere i problemi dell'Afghanistan attraverso la pace e il dialogo, ma con la forza, hanno portato alla catastrofe.

Mi pare che lei abbia cercato di negoziare con i talebani, come aveva fatto suo padre in passato, e mi risulta che le abbiano offerto una posizione nel loro governo. Può dirci qualcosa di più al riguardo?

Quando sono andato nella valle del Panjshir, una cosa era molto chiara: i Talebani dicevano che il presidente Ashraf Ghani non voleva la pace. Anche l'opposizione a Ghani, di cui facevo parte, non era contenta del modo in cui Ghani stava governando. Sapevo che il suo modo di governare avrebbe portato al collasso, lo vedevamo tutti come probabile. Ho pensato che forse è stata colpa di Ghani se i negoziati di pace non hanno funzionato. Quando ci è stata data l'opportunità di rappresentare il nostro popolo, ho intrapreso la strada del dialogo e del negoziato, parlando prima di tutto. Per questo abbiamo fatto degli sforzi. I Talebani parlano di sharia e di Islam, parlano di religione. Quindi ho pensato che gli accademici dell'Afghanistan avrebbero potuto essere dei buoni ambasciatori e mediatori. Gli ho chiesto di provare a svolgere questa funzione. Hanno fatto del loro meglio, ma purtroppo i Talebani non li hanno ascoltati. Ho anche pensato che forse gli accademici non erano stati molto diplomatici ed efficaci. Quindi è stata inviata una delegazione politica, ma senza risultati, i Talebani hanno rifiutato. Allora ho pensato che forse avrei dovuto farlo io stesso, parlando direttamente con diversi esponenti dei Talebani, per trovare un modo di fermare la violenza e arrivare alla pace.

Con chi ha parlato? Può dircelo?

Ho parlato con Amir Khan Muttaqi, ministro degli Esteri ad interim, ho parlato con Shahabuddin Delaware ministro dei Minerali e del Petrolio ad interim, ho parlato con il signor Khias, ho parlato con il signor Anas Haqqani, un leader talebano di alto livello, ho parlato con il signor Khalil Haqqani, ministro dei Rifugiati ad interim. So che ci sono divisioni all'interno dei Talebani, quindi a volte quando parlavo con una parte di loro mi dicevano: "No, non siamo noi quelli di cui parli, è un altro gruppo". Ma quando parlavo con l'altro gruppo erano loro a dire: "No, non siamo noi che combattiamo, è l'altro gruppo". Purtroppo questa ipocrisia era sempre presente.

Un paio di giorni dopo la caduta di Kabul, dal Panjshir lei ha scritto un editoriale per il Washington Post in cui diceva - cito testualmente - "sono pronto a seguire le orme di mio padre. I combattenti mujaheddin sono pronti ad affrontare ancora una volta i talebani. Abbiamo depositi di munizioni e di armi che abbiamo raccolto dai tempi di mio padre". Che ne è stato di quell'impegno, di quella lotta? A che punto è oggi la resistenza?

La resistenza è qualcosa che i Talebani hanno sempre negato. Siamo riusciti a catturare alcuni di loro, siamo riusciti ad abbattere i loro elicotteri, a sopravvivere ai rigidi inverni dell'Hindu Kush, e siamo riusciti a farlo senza alcun aiuto dall'esterno.

Si tratta di una scelta? O semplicemente la comunità internazionale non presta attenzione alla vostra causa?

Nessuno sano di mente direbbe che non abbiamo bisogno di nulla. Certo che abbiamo bisogno di sostegno. Ci serve aiuto. Sono ancora fermamente convinto che serva un'azione collettiva, un lavoro di squadra che unisca la comunità internazionale e le élite afghane, che non sono contente della situazione attuale, per trovare davvero la strada per il futuro dell'Afghanistan.

Quindi lei sta cercando una soluzione afghana per l'Afghanistan.

Assolutamente sì.

Gli Stati Uniti hanno detto di aver posto fine alla loro guerra infinita, ma quella guerra, la guerra contro il terrorismo, è tutt'altro che finita. Abbiamo visto cosa sta accadendo nella regione. Lei ha messo in guardia sui pericoli del ritorno dei Talebani, ha già detto che Al Qaeda opera nel suo Paese e che forse altri gruppi sono ospitati in Afghanistan dai Talebani. Perché, secondo lei, il mondo non reagisce? Perché nessuno fa nulla?

Credo che le ragioni siano due. La prima è che non viviamo nello stesso mondo del 2001. Viviamo in un mondo in cui l'interesse nazionale in questo momento è molto più importante degli interessi globali che contavano nel 2001. Le persone pensavano a lungo termine piuttosto che a breve termine. Credo che siano cambiate alcune cose: innanzitutto, la generazione più vicina all'epoca del secondo dopoguerra ricordava e comprendeva l'importanza di lottare per la libertà e la democrazia. Non dava per scontate libertà e democrazia. Sapevano il sangue che era stato versato, il sangue che avevamo sacrificato per avere tutto questo. Per questo il mondo è stato al fianco del popolo afghano durante l'invasione sovietica, e lo è stato nella lotta contro il terrorismo. Ma negli ultimi 20 anni, soprattutto con le nuove generazioni, c'è stato un piccolo cambiamento soprattutto in Europa: abbiamo iniziato a dare tutto per scontato. La vita, la democrazia, la libertà. Abbiamo dimenticato tutti i sacrifici fatti per sconfiggere il male. Questa è la mia opinione dopo avere vissuto in Europa per molti anni. La seconda ragione è la guerra in Afghanistan degli ultimi 20 anni. Il mondo ha profuso tutti i suoi sforzi negli ultimi 20 anni per fare qualcosa, ma ha fallito. E ora tutti pensano che non ci sia speranza. L'Afghanistan si può ancora salvare, ma non per molto ancora.

Come si può salvare l'Afghanistan? Cosa deve succedere per salvare il vostro Paese?

Credo che il mondo debba opporsi fermamente ai talebani e alle loro richieste. I paesi devono impegnarsi insieme, non individualmente, per trovare davvero una soluzione per l'Afghanistan. Tutte le parti devono essere coinvolte per trovare una soluzione politica o un processo che la legittimi, che prepari il terreno in Afghanistan a un governo legittimo. Perché dovrebbe funzionare? Per alcuni motivi. In primo luogo, i Talebani, dopo un anno al potere, hanno dimostrato di non essere in grado di governare. In secondo luogo, la gente se n'è resa conto. All'inizio c'erano molte persone fiduciose - li chiamavano addirittura Talebani 2.0, Talebani moderati - ma abbiamo visto che era tutto falso. Sono gli stessi. In terzo luogo, ci sono alcune divisioni interne ai Talebani, ci sono alcuni gruppi che non sono contenti della situazione. Ma sono una minoranza. Infine, alcuni degli altri Paesi che erano contrari alla presenza delle forze internazionali in Afghanistan e che per questo motivo sostenevano i Talebani, ora non lo fanno più. Si tratta quindi di un'opportunità che può portare al successo. Mio padre, quando venne in Francia nel 2001, suggerì fortemente di sostenere il governo afghano dell'epoca e di combattere il terrorismo senza la presenza di forze internazionali, perché sapeva che la presenza di forze internazionali in Afghanistan avrebbe reso il Paese una sorta di terreno di battaglia per altri rivali. Sappiamo tutti che molte superpotenze, che non si amano, fanno il loro gioco e hanno le loro agende. Quando una è presente in un Paese, l'altra fa tutto ciò che è in suo potere per ostacolare l'avversario. Ora che la presenza delle forze internazionali in Afghanistan è pari a zero, c'è l'opportunità di fare uno sforzo comune e di fare pressione in tal senso. Le nuove generazioni, soprattutto le donne, vogliono un cambiamento. Riusciremo a prevalere, ma abbiamo bisogno dell'attenzione e del sostegno del mondo ora, prima che diventi troppo tardi.

Ha citato suo padre, che rimane il simbolo di una lotta in nome di valori che, come lei stesso ha detto, il suo Paese condivide con l'Occidente. Pensa che se suo padre fosse vivo, le cose sarebbero diverse?

Assolutamente sì. Aveva le capacità, le competenze e tutto ciò che serviva. Inoltre era un genio militare. Nell'ultima fase della sua vita, parlando della lotta contro i Talebani in diversi incontri, soprattutto con la stampa e durante un viaggio in Europa, aveva detto che i Talebani non avevano più la capacità di sconfiggerci militarmente. Nel suo ultimo anno di vita sapeva che militarmente non sarebbe stato sconfitto. Per questo motivo la sua visita in Europa è servita ad aprire una nuova fase, una nuova era, un nuovo tipo di processo, simile a quello che propongo oggi, che prevede che tutte le parti si riuniscano per formare un nuovo governo in Afghanistan. Non voleva conquistare Kabul e imporre un suo governo, non era questo il suo obiettivo. Si opponeva a tutto questo. Voleva mettere fine alla diaspora dell'Afghanistan e far partire un processo per la formazione di un governo concordato da tutte le parti. Questo è ciò che stava facendo. Ma i Talebani, Al Qaeda e altri gruppi sapevano che se fosse rimasto in vita non avrebbero potuto perseguire i loro obiettivi. Al Qaeda sapeva che, con lui in vita, non avrebbe potuto fare del male all'Occidente. Così l'hanno eliminato e hanno attaccato le Torri gemelle. Se mio padre non fosse stato assassinato, non ci sarebbe stata la tragedia dell'undici settembre e oggi non saremmo in questa situazione.

Che tipo di padre era Ahmad Shah Massoud? Cosa ricorda di lui?

Ricordo la sua gentilezza, ricordo che era un insegnante molto severo e che mi insegnava l'arte, la poesia, la letteratura - amava la letteratura persiana, amava la poesia sufi.Era un uomo molto forte. Aveva quella specie di carisma, un aura intorno a sé che quando eri con lui ti faceva sentire tranquillo: "Non mi succederà nulla, perché lui è qui". Ricordo quando vennero tempi molto duri e il Panjshir era completamente circondato dai talebani, che volevano conquistarlo. Fu un periodo molto difficile, ma la gente del Panjshir era felice e sorridente. Quando gli chiedevo il motivo io notavo la loro espressione, come a dire "Perché lui è qui, risolverà tutto". Se è riuscito a sconfiggere i russi, potrà affrontare anche questa situazione. Lui era così. Era un faro di speranza. Era un faro d'amore, era gentile e moderato.

Aveva 12 anni quando ha perso suo padre, immagino che la sua famiglia abbia sofferto molto: la sua è una vita non comune. Perché continua a farlo? Vale ancora la pena di lottare?

Prima della nostra intervista lei ha parlato dell'Afghanistan, dicendo che si è innamorata del Paese all'istante. Beh, io vengo da quella terra. Sono stato benedetto. Alcuni la chiamano maledizione, ma io mi sento davvero benedetto per essere nato in quella terra, per essere parte di quel popolo, un popolo per cui vale la pena morire.