Ai partiti che s'arrovellano sul Quirinale dico: ricordiamoci di Einaudi

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FOTO D'ARCHIVIO DELL'EX PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA EINAUDI (Photo: ANSA )
FOTO D'ARCHIVIO DELL'EX PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA EINAUDI (Photo: ANSA )

«Il liberalismo non è rappresentato dai liberali, ma da Lei». E lei era Lui, Benito Mussolini. A cui il filosofo Giovanni Gentile, nella famosa lettera con cui accettava la tessera del partito fascista, nel ’23, da liberale autentico «per profonda e salda convinzione», attribuiva nientedimeno che il titolo di rappresentante massimo del vero liberalismo.

Povero liberalismo, si dirà, strattonato da tutte le parti. Ma non è il caso di fare ora un capitolo di storia delle idee, né di polemica politica o di confronto ideologico. Basti dire che in realtà tutte le parole della politica sono fatte della materia – storta, nervosa, a volte tumultuosa – di cui è fatta la storia. Camminano, come si dice, sulle gambe degli uomini: non le si può definire in vitro, né degustarle in purezza, come un calice di vino o una fetta di prosciutto. Per questo, non si guadagna molto dalla celebre disputa sul liberalismo fra Benedetto Croce e Luigi Einaudi, se se ne rileggono i termini domandandosi chi, in astratto, avesse ragione. O chi fosse più liberale, vero e autentico liberale. Certo è che nessuno dei due avrebbe mai innalzato lo Stato a luogo primo e ultimo di realizzazione della vita dello spirito, come fece Gentile. Croce stese il Manifesto degli intellettuali antifascisti, e Einaudi fu tra i suoi firmatari: una linea di demarcazione era tracciata. E inoltre (a proposito di gambe, e di camminate), nessuno dei due avrebbe mai rinunciato, in età avanzata, al bastone da passeggio. Lo usava l’uno, lo usava l’altro, e tutti e due mostravano così di provenire da un altro tempo, e, forse, da un’altra Italia.

Come però entrarono nell’Italia nuova: quella del dopoguerra, quella dei partiti di massa, del Patto atlantico e di un quadro economico e sociale profondamente mutato? Che direzione impressero ai loro pensieri, quando si trattò di ricostruire il Paese, le sue istituzioni, il tessuto produttivo, una nuova cultura civile e democratica? Entrambi accettarono l’onere dell’impegno politico. Entrambi, pur avendo votato a favore della monarchia, furono nell’Assemblea costituente e ebbero responsabilità di governo. Ma lo spirito di partecipazione, di adesione all’Italia repubblicana, fu diverso. Gennaro Sasso, tra i maggiori studiosi di Croce, ha sostenuto che il liberalismo crociano era nato dall’angoscia per il destino dell’Europa, dal timore che l’idea di libertà, faro luminoso della storia europea, lungi dall’essere una conquista definitiva, andasse anzi gravemente declinando. L’angoscia del filosofo non venne affatto meno con la fine del conflitto bellico e la sconfitta dei totalitarismi, ed anzi, se possibile, si accentuò, una volta che gli fu chiara quanto distante fosse l’Italia democristiana, socialista e comunista, dal mondo liberale d’anteguerra.

Einaudi, invece, senza dismettere i suoi abiti di insigne studioso, e di gentiluomo piemontese, assunse incarichi pubblici di rilievo con l’animo di chi intende fattivamente determinare la politica economica della ricostruzione. Consapevole che se la libertà, come fatto morale, fiorisce in qualunque clima economico, tuttavia «per l’uomo comune, nei rapporti con i suoi simili, è un fatto strettamente connesso con la struttura economica della società».

Non so se equivalga a ragionare con il senno di poi (nel caso, pazienza), ma la metterei volentieri così: se rientri dall’Italia per andare a guidare la Banca d’Italia, se De Gasperi ti chiama a tenere il Bilancio nel primo Dicastero senza socialisti e comunisti (ed è una condizione che tu hai posto, e su cui lo statista trentino conviene), se infini arrivi al Quirinale e da lì puoi accompagnare la prima stagione centrista della politica italiana, forse ti conviene avere per le mani una dottrina liberale che non considera il quadro delle istituzioni giuridiche e economiche privo di significato per la libertà che si tratta di assicurare.

Era il punto di massima distanza dalle tesi crociane, quello che procurò il maggior disaccordo. Per Croce, non si poteva definire la libertà «per mezzo dei suoi istituti, ossia giuridicamente […], non bisogna porre un legame di necessità concettuale tra essa e questi, che, essendo fatti storici, le si legano e se ne slegano per necessità storica». In teoria, dunque, il principio liberale è compatibile per il filosofo napoletano con i più diversi assetti economici: non è vincolato a uno specifico regime di proprietà, o a una misura minima di interventismo statale o ad altri ordinamenti giuridici. Per Einaudi invece alla domanda decisiva – può esistere liberalismo dove non esista proprietà privata e tutto appartenga allo stato? – la risposta era una soltanto: no. Più in generale, si dà – e come se si dà – un nesso fra liberalismo e liberismo economico, e il primo non è veramente tale senza l’altro.

È stato osservato che, in realtà, la parola stessa, «liberismo», è una squisitezza tutta italiana, un termine che solo in Italia usiamo, per sganciare il liberalismo come dottrina politica dagli istituti economici ai quali si accompagna. Ce l’abbiamo, insomma – viene da dire – perché abbiamo avuto una filosofia dello spirito come quella di don Benedetto.

Non conta allora se e quanto Einaudi avesse ragione, in termini astrattamente dottrinari. Ce l’aveva in realtà, e lo spiegò bene Bobbio, che capiva lo «stringimento di cuore» di Einaudi nel vedere «con qual disdegno il Croce parlasse dei mezzi»: non solo il fine non può essere dissociato dai mezzi, ma la teoria del liberalismo è proprio, in generale, «la teoria di quei mezzi».

Però le filosofie, questo lo pensava anche Croce, non si confutano su un piano puramente formale (benché i filosofi abbiano un obbligo di rigore negli argomenti, di cui a volte si dimenticano), bensì su un piano storico. E dunque si può dir così: nel mondo possono ben succedersi ristrutturazioni capitalistiche, reaganomics e thatcherismo, stagioni liberali e neoliberali, globalizzazioni e finanziarizzazioni dell’economia, liberalizzazioni e privatizzazioni: noi rimaniamo un Paese con una quota di prodotto interno lordo intermediato dallo Stato decisamente elevata (e livelli di tassazione, pure quelli, assai alti). Tutto questo in cambio di cosa? Di una parola del dizionario in più. Che, evidentemente, sta lì solo per tenerci a distanza dai sommovimenti mondiali.

Poi Einaudi fu eletto alla Presidenza della Repubblica, dove ci finì, a quanto pare, per via di un letto. Lo ha scritto Andreotti, nei suoi diari: quando De Gasperi seppe che De Nicola, convinto evidentemente di essere rieletto, aveva già fatto trasportare il suo letto personale da Palazzo Giustiniani al Quirinale, ruppe gli indugi e scelse di puntare sul ministro degli Esteri, Carlo Sforza. I franchi tiratori, impallinandolo, fecero il resto, e, alla quarta votazione, passò Einaudi.

Per dire che genere di Presidente fosse, si racconta sempre la storia della mela, che, durante un pranzo al Quirinale, Einaudi tagliò in due, domandando ai commensali chi ne volesse metà. Ma a me sembra molto più significativo il racconto dell’incontro con il padre dei fratelli Cervi, con il quale il Presidente si intrattenne a parlare di poderi, di terre da coltivare e irrigare, e del nipote accolto come un figlio dopo l’eccidio dei sette fratelli. Poi, come nella pagina di un Vangelo laico, agli ospiti presenti all’incontro (un alto magistrato, la medaglia d’oro della Resistenza Boldrini, il pittore-scrittore Carlo Levi, che aveva portato il ritratto dei fratelli Cervi), Einaudi domandò: «forseché i sette fratelli si sarebbero sacrificati se non fossero stati un po’ pazzi costruttori della loro terra e se il padre non fosse stato un savio creatore della legge buona per la sua famiglia? Si sarebbero fatti uccidere per il loro paese, se fossero stati di quelli che noi piemontesi diciamo della «lingera» e girano di terra in terra, senza fermarsi in nessun luogo? Lo scrittore-pittore rispose: Credo di no; il magistrato e la medaglia d’oro consentirono. Ed il presidente chiuse: Credo anch’io di no e strinse la mano al padre ed a tutti».

Un apologo, quasi una parabola. Con una «leggerissima velatura patriarcale», come ebbe a dire Gianfranco Contini. Ma mentre partiti e leader politici si arrovellano per risolvere il rebus del Colle – mandare Draghi, persuadere Mattarella, scegliere una donna, cercare un accordo trasversale o serrare i ranghi e andare fino in fondo con candidati di bandiera – vien fatto di domandarsi se comunque una qualche velatura non ci voglia, per dare all’Italia un Presidente con pari autorevolezza, pari reputazione, pari senso delle istituzioni.

Una velatura, magari un bastone da passeggio, una trattenuta simpatia per l’uomo comune, e nessun dottrinarismo, nessuna demagogia. E poi: niente roboanti patenti di autenticità e niente ripari di parole, per scansare i compiti che la vita economica ci assegna. Facciamolo così, il tredicesimo Presidente.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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