Ainis: "Green pass, la strategia dell'induzione di Draghi ha funzionato"

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(Photo: Leonardo Cendamo via Getty Images)
(Photo: Leonardo Cendamo via Getty Images)

“Il green pass rappresenta un bilanciamento tra diversi valori nell’interesse della democrazia. Si può introdurre nei luoghi di lavoro purché in modo generale e ragionevole, quindi è giusto non distinguere tra pubblico e privato”. Ci sono però dei limiti: “Licenziare chi non adempie sarebbe una sanzione sproporzionata, ricordo che la Repubblica italiana è fondata sul lavoro”. Il costituzionalista Michele Ainis analizza la “strategia dell’induzione” seguita dal governo: “Il diritto può usare tre leve: il premio, il castigo e l’induzione. Il green pass rappresenta la terza: anziché incoraggiare un comportamento scoraggio quello opposto privando chi lo compie di un ventaglio di diritti o rendendone impervia la fruizione”. In questo quadro, il docente “promuove” la richiesta dei sindacati di tamponi gratuiti: “Imporre un costo per esercitare un diritto implicherebbe una discriminazione per censo poiché non tutti hanno lo stesso reddito o patrimonio”.

Professore, il governo ha deciso l’introduzione del green pass nei luoghi di lavoro sia pubblici che privati. Vede una differenza - sul piano del principio giuridico - tra imporlo per accedere a bar e palestre piuttosto che a scuole e uffici?

Sì, c’è un salto di qualità: i diritti non sono tutti uguali. Possiamo chiamare secondari quelli che riguardano l’uso del tempo libero, per esempio andare allo stadio o al cinema, e fondamentali quelli che attengono al lavoro e all’istruzione. Ma faccio una premessa: il mestiere del costituzionalista è bilanciare valori e punti di vista che sono spesso nemici tra loro e che nell’interesse della democrazia vanno contemperati.

E alla luce di questa premessa, il green pass come va valutato?

Come, appunto, un bilanciamento perché non impone un obbligo – che pure la Costituzione permetterebbe nei limiti dell’articolo 32 – e dunque rispetta la sensibilità di chi rifiuta il vaccino. Quest’ultimo, però, deve sottoporsi alla tortura dei tamponi ogni due giorni. Vede, il diritto può usare tre leve: il premio, il castigo e l’induzione.

Quale funziona meglio?

Possono agire anche in contemporanea. Nel primo caso, c’è la funzione promozionale del diritto, nel secondo la funzione deterrente: per contrastare il randagismo posso multare chi abbandona un cane o dare un beneficio fiscale a chi ne adotta uno, o fare entrambe le cose. Il green pass è una terza via: anziché incoraggiare un comportamento scoraggio quello opposto privando chi lo compie di un ventaglio di diritti o rendendone impervia la fruizione.

Ma chi deve pagare, allora, la “tortura” dei tamponi: il cittadino che non si vaccina o lo Stato che tenta di indurlo a farlo?

La conseguenza del mio ragionamento è che se oggi non c’è un obbligo vaccinale ne deriva la libertà di non vaccinarsi. Ma non si può allora imporre un costo per esercitare un diritto: poiché non tutti hanno il medesimo reddito e patrimonio, le condizioni di esercizio del diritto al tampone – e quindi, di accesso a un diritto costituzionale come il lavoro o la scuola - sarebbero condizionate dal censo. E questo, come è ovvio, rappresenterebbe una discriminazione. Quindi, i tamponi devono essere gratuiti o fortemente calmierati.

Quali sanzioni vede ipotizzabili per il dipendente che non si vaccina? Un eventuale licenziamento sarebbe legittimo?

Penso di no. Credo che non si potrebbe licenziare un lavoratore neppure se entrasse in vigore l’obbligo vaccinale tout court. Ricordo che la Repubblica italiana è fondata sul lavoro, e dunque si tratterebbe di una sanzione sproporzionata. Mentre un demansionamento sarebbe legittimo.

A proposito di discriminazioni, non si rischia di finire con i Pro Vax che vanno in ufficio e i No Vax che lavorano in smart working da casa?

Nella vicenda della pandemia il diavolo è sempre stato nei dettagli. Perché chiudere le discoteche sì e i teatri no? Vanno prese decisioni più generali e proporzionate possibile. Ad esempio, se il green pass fosse stato applicato ai dipendenti pubblici ma non a quelli privati, sarebbe stato irragionevole e contrario al principio di eguaglianza.

Ma procedere per categorie non rischia di ledere proprio il principio costituzionale dell’eguaglianza dei cittadini?

Dipende dall’omogeneità o dall’eterogeneità delle categorie. Per fortuna abbiamo le Corti Costituzionali che sono custodi della ragionevolezza di queste scelte. Vedo differenze tra i vigili del fuoco e gli insegnanti, mentre mi sembra più difficile distinguere tra l’addetto allo sportello di una banca privata e quello dell’anagrafe.

Il dibattito tra No Vax che lanciano accuse di “dittatura sanitaria” e i Pro Vax che invitano alla “responsabilità” è infuocato. La Lega, oggi in Senato, ha rivendicato il diritto a esprimere le proprie opinioni, aggiungendo che è meglio farlo in Parlamento che nelle piazze. Ma qual è il confine, in questa situazione, tra libertà individuali e responsabilità collettiva? Non stiamo tutti spostandolo, magari senza accorgercene?

C’è stata indubbiamente una radicalizzazione del dibattito. Anche a me sono arrivati dai No Vax messaggi non proprio di affetto. Certo, dire come ha fatto anche qualche politico o scienziato, che chi non si vaccina deve pagarsi le cure in ospedale è una bestemmia costituzionale. Vede, chi si vaccina teme i danni del Covid, chi non lo fa teme i danni del vaccino. Entrambi temono per la propria pelle, ma c’è una differenza tra i due schieramenti: chi si vaccina tutela anche la salute altrui. Il presidente Mattarella ha giustamente ricordato il dovere costituzionale della solidarietà sociale. Insomma, la libertà di chi non si vaccina non va negata ma ha minor pregio costituzionale di chi si immunizza.

Fa bene il governo a continuare con l’estensione mirata del green pass o l’obbligo vaccinale farebbe cadere tutti i distinguo?

L’obbligo vaccinale è la più politica delle scelte politiche. La Costituzione lo ammette purché proporzionato, generale e ragionevole. Ma è una decisione basata sull’intensità dell’emergenza. Secondo Carl Schmitt il succo del potere è proprio il potere di decidere sullo stato d’emergenza.

Oggi, con quasi l’80% della popolazione vaccinata e lo strumento dei green pass, il presupposto dell’intensità dell’emergenza persiste?

Non dell’emergenza assoluta. Nel febbraio 2020 eravamo tutti agli arresti domiciliari, ora siamo in una situazione di allarme. Se il vaccino fosse stato disponibile un anno e mezzo fa l’obbligo sarebbe stato indiscutibile. Adesso, mi sembra più opportuno procedere con la graduale applicazione della strategia dell’induzione. Ovvero, la leva del diritto che il governo ha scelto finora.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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