Aipoly, l'app che racconta il mondo ai non vedenti

Stefania Leo


Può un supercomputer descrivere il mondo a chi non ha la possibilità di vederlo? Questa è la sfida che Alberto Rizzoli punta a vincere con l'app Aipoly, un assistente virtuale capace di dire a persone con disabilità visive cosa le circonda, come sono vestite, cosa c'è sui muri alle loro spalle, attraverso immagini catturate da smartphone e una voce che elabora il risultato ottenuto.

Alberto Rizzoli e Marita Cheng

L'idea nasce in seno alla prestigiosa Singularity University, in cui ogni 3 mesi si danno il cambio 80 persone che spostano il proprio orologio mentale 15 anni nel futuro, per immaginare una realtà migliore che abbia un impatto su un miliardo di persone. Qui Rizzoli ha incontrato Marita Cheng, 26 anni, precoce talento della robotica eletta Giovane australiana dell’Anno nel 2012. Da questo sodalizio è nato Aipoly.

“Mi ci è voluta nemmeno una settimana per capire che avrei voluto lavorare con lei. È molto ambiziosa ed è convinta che con tanto duro lavoro e impegno, si può raggiungere ciò che si vuole”. Cheng proviene da una realtà umile, al contrario di Alberto il cui cognome è già testimonianza di un lignaggio importante. È infatti il figlio di Angelo Rizzoli, editore, imprenditore, produttore, scomparso nel dicembre 2013. Aipoly, in qualche modo, è divenuto realtà grazie anche alla sua famiglia.

“Durante un seminario abbiamo osservato le capacità di un supercomputer nel descrivere immagini ed emozioni, mi è tornato in mente un episodio della mia infanzia. Durante le estati trascorse nella nostra casa in Toscana, veniva a trovarci un amico non vedente. Mentre era con noi, gli descrivevo intere scene che avvenivano intorno a lui. Insieme a Marita ci siamo chiesti se un computer poteva replicare questa esperienza”.

Hanno dunque voluto mettere alla prova Watson, il supercomputer IBM divenuto celebre per la sua vittoria nel quiz televisivo americano Jeopardy!. “Grazie all'accesso a milioni e milioni di pagine e informazioni disponibili in rete, l'algoritmo era in grado di riconoscere situazioni ed emozioni, oltre ad ambienti e oggetti, ed era in grado di restituire le informazioni costruendo una narrazione”.

Aipoly infatti riesce anche ad interpretare le emozioni contenute in un'immagine. “Un supercomputer ha ricevuto da noi migliaia di foto e descrizioni di concetti ed emozioni, grazie ai tag. Dopo la 100millesima immagine taggata con la parola “amore”, può darci con una certa probabilità la presenza del concetto in una situazione. Se gli si mostra una foto di due persone che si baciano, ad esempio, al 99% ci dirà che è amore. Davanti a un abbraccio sarà meno certo”.

Nel lavorare ad Aipoly, ora in fase di test per la versione beta, lo stesso Rizzoli ha potuto sperimentare una vasta gamma di emozioni. “Uno dei primi a sperimentare l'app è stato il direttore del centro non vedenti Lighthouse for the Blind and Visually Impaired, a San Francisco. La prima cosa che ha chiesto al software è di dirgli cosa ci fosse sul muro dietro la sua scrivania. Ciò che mi ha sorpreso è stata la sua curiosità, che la nostra app sembrava incoraggiare. Ed era proprio questo che volevamo: far crescere in ogni non vedente la voglia di conoscere il mondo, di appropriarsene, personalizzandolo.”

La personalizzazione è un grande mantra della Singularity University. “Quando sei lì ti dicono: 'Non leggete le notizie appena svegli, non vi servirà a nulla. Interessatevi piuttosto l'uno all'altro.'”. L'obiettivo del campus è creare soluzioni che abbiano un impatto nel futuro su un miliardo di persone e questo è possibile solo comprendendo le vere necessità delle persone. Rizzoli ha applicato il concetto ad Aipoly, ma ne intravede una declinazione anche per l'editoria, il campo in cui da generazioni opera la sua famiglia. 

“Per cambiare l'editoria bisogna investire sul digitale, verso un'informazione personalizzata che arrivi al momento giusto. Un esempio è il terremoto in Cile di questi giorni. Due membri del mio anno sono cileni. Appena ricevuta la notizia ho aperto Facebook, l'azienda editoriale più grande al mondo che non ha una sola pagina di carta in circolazione. Mi è arrivata una notifica che mi ha informato del fatto che i miei due amici erano al sicuro. Era ciò che volevo sapere, nel giusto tempo e al momento giusto. Per accedere a questo tipo di informazioni, dobbiamo creare un network fondato sull'empatia e costruito su esperienze peer-to-peer, capaci di raccontare ogni tipo di storia e fenomeno presenti nel mondo”.

 

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