Al Sud la festa di laurea non teme manco la pandemia (né De Luca)

NAPLES, CAMPANIA, ITALY - 2019/11/29: A banner depicting campania region governor Vincenzo De Luca labeled by protesters as one of the global polluters based on political choices displayed during the third Global Strike For Future, also known as Friday for Future protest, inspired by the young Swedish activist Greta Thunberg to fight the climate change. (Photo by Antonio Balasco/KONTROLAB/LightRocket via Getty Images) (Photo: KONTROLAB via Getty Images)

Al Sud, la Festa, fosse anche quella di laurea, nonostante lo spettro ormai sicuro della disoccupazione, resta un affare serio, vitale, addirittura materia di studio antropologico. Perfino in tempi di pandemia. Lì, nell’aula magna, un istante dopo la proclamazione, almeno ai miei tempi, giungeva un bidello, costui, prim’ancora dei parenti, si congratulava con l’ex studente con tono da vicereame: “Complimenti, dottore!”. S’intende, che il buon uomo si aspetta una mancia. Quando mi laureai, fui l’unico a non pagare le foto che il Cartier-Bresson di zona era venuto a scattare a prezzo esorbitante. Tutti gli altri si precipitarono a sganciare, mi sembra di ricordare, 200 mila lire; costi di allora, eravamo infatti nel 1980.

    Dall’ideale cielo delle facoltà, intanto, presiedeva ogni cosa il capo dell’ordine goliardico locale, certo Ninni VII, pluridecennale fuori corso di ingegneria, feluca nera. Questo per dire che il dramma concreto del coronavirus, da molti, nel magico Sud studiato da Ernesto De Martino, e forse non soltanto lì, viene vissuto come un semplice inciampo, se non un insulto blasfemo alla doverosa, necessaria, apotropaica festa stessa di laurea. Fa bene il presidente della Campania, Vincenzo De Luca, a prestare attenzione al problema, addirittura pronunciando parole durissime, pur di impedire che i neolaureati possano imbandire, con amici, parentado, fidanzate e vicini di casa, le tavolate dei festeggiamenti, posto che nel pieno della pandemia ogni assembramento è doverosamente vietato. Disse il governatore con toni implacabile da dissuasore: “Mandiamo i carabinieri, ma li mandiamo con i lanciafiamme”. Frase tuttavia servì a ispirare invece un videogioco in rete: una rivisitazione di Space Invaders, dove appunto il governatore di Campania risponde ai nemici come un valente fiammogeno. Saette di Covid-19 si scontrano con corone di alloro pronte a cingere il capo dei “dottori” .

    Immaginiamo che semmai saranno riaperte le sale-gioco e umidi cral, lo stesso videogame resterà ben frequentato, così che molti neolaureati possano trascorrere le giornate riflettendo sulla flagellazione che giunge dall’alto tasso di disoccupazione.

    Al Sud la festa di laurea resta comunque sostanzialmente assimilabile, retaggio degli anni del tardo boom, a un’idea di mobilità sociale, e poco importa che molto sia mutato nel frattempo, compreso l’arrivo del numero chiuso, irrilevante che perfino la professione medica non faccia più chissà impressione sul vicinato: “Mio figlio dottore!” non è frase che brilli più.  

     Idem per battesimi, prime comunioni, banchetti di nozze, riunioni di “comparaggio”, esequie. I semplici chiamano tutto ciò “il giorno più bello”, gli antropologi parlano invece di “evento eccezionale”. In molti contratti matrimoniali dei secoli precedenti l’Illuminismo, poco prima che la testa del duca Gennaro Serra di Cassano finisse mozzata proprio a Napoli, la sposa promessa pretendeva, nero su bianco, che il coniuge la accompagnasse alla festa annuale della santa o del santo patroni. La festa di laurea, in nome di una presunta modernità, rappresenta dunque il trampolino sociale, la santificazione ludica della conquista di un altrove professionale; non costringetemi ora a citare Alberto Sordi nei panni del padre furente nel “Tassinaro”, così quando il figlio quasi ingegnere gli chiede di passare a lui la licenza del mezzo di trasporto.

    In questi nostri tristi frangenti si scontrano dunque due eventi eccezionali: la pandemia (anzi, parlando del Sud chiamiamola pure “peste”), e il bisogno di santificare in termini di secolarizzazione la propria esistenza sociale attraverso appunto il banchetto, il “trattenimento”, la festa. La feluca di Ninni VII nel frattempo ha lasciato il posto alla corona di alloro munita di nastro, l’abito buono e i parenti anche loro abbigliati nel migliore dei modi. Dunque, Natura, cioè virus, contro con Cultura, cioè Rito, ritenuto irrinunciabile, nonostante la legittima ordinanza di non assembrarsi. Più che il carabiniere in questi casi occorrerebbe l’esperto di scienze umane, e non è detto che questi riuscirebbe a convincerli. Anche i francesi, per sanare la crisi d’Algeria, a un certo punto mandarono laggiù un signore che di professione faceva addirittura l’etnologo, Jacques  Soustelle, non servì però a molto, nel 1962 l’indipendenza algerina trionfò. Speriamo bene.

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