Alberto Genovese, il giudice: "Era vigile, cercava solo il piacere personale"

Alberto Genovese, il giudice:
Alberto Genovese, il giudice: "Era vigile, cercava solo il piacere personale" (Foto Facebook)

Il gup di Milano Chiara Valori espone le motivazioni della sentenza con cui ha condannato Alberto Genovese a 8 anni e 4 mesi per due casi di violenze sessuali con uso di droghe.

VIDEO - Alberto Genovese lascia aula dopo la sentenza

Le telecamere interne della camera di Terrazza Sentimento mostrano come Alberto Genovese "abbia sempre agito in condizioni vigili, mentre l'unica che versava in uno stato di sostanziale incoscienza" era la modella 18enne. Lo scrive il gup Chiara Valori, la quale ha anche respinto la tesi difensiva della seminfermità mentale, anche legata all'uso di cocaina. Per il giudice il "comportamento" di Genovese è "apparso lucido e orientato sin dalle ore immediatamente successive ai fatti".

La lucidità dell'ex imprenditore, inoltre, sarebbe confermata dal fatto che, dopo gli abusi del 10 ottobre 2020 sulla 18enne, ha cercato "di far sparire le registrazioni video" e ha consegnato "8mila euro a Daniele Leali per mettere a tacere" la vittima. Inoltre, "tra il 4 e il 5 novembre ha anche pagato del denaro" a un'altra ragazza "probabilmente per analoga ragione".

Per il gup "non può dirsi in alcun modo dimostrato che il particolare funzionamento psichico di Alberto Genovese" sia mai "evoluto in un disturbo della personalità, né vi è prova che ciò lo abbia incolpevolmente indotto alla tossicomania". Al contrario, si evidenzia "in modo palese" che le sue condotte, ma anche quelle dell'ex fidanzata condannata a 2 anni e 5 mesi per concorso nella violenza di Ibiza ai danni di una seconda modella, "siano state pesantemente condizionate dall'uso massiccio e prolungato di stupefacenti". Il consumo di droghe avrebbe quindi influenzato il comportamento di Genovese, ma non lo avrebbe reso incapace di intendere e di volere.

Anche a Ibiza, la "persona offesa non ha alcun ricordo di quanto avvenuto all'interno della camera da letto, mentre entrambi gli imputati hanno dettagliatamente offerto il proprio racconto, accompagnando poi la ragazza fuori dalla stanza in stato catatonico, mentre essi apparivano del tutto vigili e attivi".

LEGGI ANCHE: Caso Genovese, procura chiude indagini: pedopornografia tra nuove accuse

Luigi Liguori, l'avvocato di parte civile della 18enne violentata, aveva criticato la provvisionale da 50mila euro disposta dal giudice a fronte di un'istanza per danni, anche fisici, da quasi 2 milioni. Il gup chiarisce che la stessa ragazza ha riferito che aveva già deciso di "abbandonare" la strada di modella, "indipendentemente dai fatti" del processo e dalle "conversazioni intercettate" risulta che non ha "mutato stile di vita".

In un passaggio delle motivazioni della sentenza, il giudice per le indagini preliminari ha fatto sapere che "Sarah Borruso, fidanzata di Alberto Genovese, sentita prima che emergessero a suo carico profili di penale responsabilità, ha riferito come il lussuoso appartamento in cui vivevano (sito al piano attico e superattico dello stabile sito in piazza Santa Maria Beltrade n. 1, con vista sul Duomo) da tempo fosse teatro di feste e ricevimenti, divenuti particolarmente frequenti nel periodo del lockdown dovuto all'emergenza Covid-19, stante l'impossibilità di organizzare eventi in luoghi pubblici".

L'ex compagna, inoltre, avrebbe riferito agli inquirenti che "Genovese aveva perfino creato una chat su Whatsapp, denominata 'Sentimento Crew', cui partecipavano anche Daniele Leali", indagato in un secondo filone d'inchiesta, e diverse altre persone. Borruso ha raccontato che "quando il padrone di casa decideva di organizzare una festa, mandava un messaggio in chat e la macchina si metteva in moto". Poi ha precisato "che a queste feste 'si mangia, si beve e ci si può drogare gratis'". Essendo l'unico del gruppo ad avere consistenti disponibilità economiche, "tutte le spese erano a carico di Genovese, comprese quelle per l'abbondante approvvigionamento di sostanze stupefacenti". Come emerso dal processo, l'ex fidanzata era vittima di una dipendenza psicologica dall'uomo, che l'avrebbe persino portata a partecipare alla violenza nella villa in Spagna, ai danni della modella 23enne.

LEGGI ANCHE: Business, droga e sesso: il pericoloso triangolo degli imprenditori "geni"

Proseguono le accuse nei confronti di Genovese: per il giudice, infatti, "le pratiche sessuali" portate avanti dall'ormai ex imprenditore venivano "coltivate e costantemente ricercate" e "ha scientemente e pervicacemente organizzato la propria vita relazionale intorno a una sessualità che così intendeva esercitare". Si accontentava dell'iniziale assenso delle ragazze, "attratte dal lusso che lo circondava", da "un mondo di privilegi" e dalla "grande disponibilità" di droghe. Si vantava anche delle sue "pratiche di chem-sex".

Quel che accadeva dopo, spiega ancora il gup, "non era più un problema per Alberto Genovese". I video "mostrano la disinvoltura" con cui proponeva o "somministrava i diversi tipi di sostanze stupefacenti". Le immagini, inoltre, documentano "tutte le fasi della violenza sessuale" nei confronti della modella 18enne, in stato di incoscienza ma che era riuscita a gridare "slegami, basta!". Lo stesso Genovese, scrive il gup, ha "ammesso di aver provato raccapriccio" rivedendo quei filmati.

Per il gup, Genovese era "spregiudicato" e "cercava solo il suo piacere". Tuttavia, dopo l'arresto nel novembre 2020, avrebbe "positivamente intrapreso un lungo percorso di disintossicazione" e si sarebbe "adoperato per riparare il danno da reato, formulando offerta risarcitoria reale in favore delle persone offese e in generale della collettività". Questo, insieme al "corretto comportamento tenuto nel corso del giudizio" in abbreviato (che prevede un terzo di sconto della pena) e alla "collaborazione processuale prestata" gli sono valse il riconoscimento delle attenuanti generiche.