Alessandro Barbero, lo storico pop che si fa carne e sangue alla prova dell'arena

·4 minuto per la lettura
07/07/2020 Biella, ritratti di Alessandro Barbero (Photo: Nicola MarfisiNicola Marfisi / AGF)
07/07/2020 Biella, ritratti di Alessandro Barbero (Photo: Nicola MarfisiNicola Marfisi / AGF)

Alessandro Barbero è uno e trino. Non nel senso religioso del termine, che a lui, piemontese, che non rinnega di esser (stato) comunista con tanto di tessera firmata da Enrico Berlinguer, la trinità cattolica mal si attaglierebbe. Invece, le differenti dimensioni dello studioso attengono alle sue capacità professionali.

Barbero è ovviamente uno storico, forse in questo momento il più popolare nel Paese, ma anche un narratore, più di un antico premio Strega lo provano le notevoli strutture dei suoi testi, e soprattutto un eccellente divulgatore. In questa terza arte, siamo ai livelli del fenomeno.

Le sue formidabili doti antiretoriche, accentuate da una voce tanto sottile quanto ordinaria e da una gestualità persino naif, sono lontanissime dallo stereotipo del guru. Barbero non affabula, ma dimostra. Non seduce, riporta. È sì assertivo, come lo sono spesso i fatti, i suoi migliori alleati, ma non vuole convincere. Non cerca seguaci, insomma.

Eppure questo anti Steve Jobs - citarne uno per citarli tutti - deve il suo innegabile successo proprio alla Rete. Lo strumento principe del consenso immediato. L’arma di radicalizzazione di massa. È in Rete, su YouTube, che Barbero diventa - abbastanza suo malgrado visto che non ha i profili social da influencer classico - icona di verità.

I suoi interventi ai festival, le sue lezioni su temi non proprio popolari come Federico II di Prussia o lo ius primae noctis, vengono visualizzati, forse anche visti, da centinaia di migliaia di utenti. La sua carriera di divulgatore lanciata in tv nel 2007 dal re Piero Angela si impenna. Fa un salto di specie. Il brillante accademico, ordinario di Storia Medievale all’Università degli Studi del Piemonte Orientale, oltre quaranta pubblicazioni, diventa virale.

Oggi, dopo una produzione mostruosa di testi storici, da “Dante” a “Il mito angioino nella cultura italiana e provenzale fra Duecento e Trecento”, è anche il leader indiscusso dei podcast, e a giudicare dalle classifiche si finirebbe per immaginare un Paese colto, pronto a discutere - numeri alla mano - del carcere di Fenestelle o dell’impronta di Carlo Magno sull’Ue.

Un Paese disponibile a sfatare fake news, luoghi comuni sulla Resistenza o mitologie neoborboniche proprio grazie alle virtù di debunker del professore, che dimostrando non poco realismo, non si illude. “Semplicemente il passato è un posto divertente in cui passare un po’ di tempo”, dichiara al Fatto qualche anno fa. Insomma, a forza di studiarli per secoli, gli italiani finisci per conoscerli.

Così non dovresti sorprenderti, e probabilmente Barbero sorpreso non lo è affatto, se dopo tutti questi anni di costruzione della reputazione finisci nel tritacarne se decidi di entrare a gamba tesa non su uno ma su una coppia di temi caldi del momento. Le foibe e il green pass. Carne da macello mediatico di primissima scelta che lo pongono in pochissimo tempo sulle barricate con professionisti del pensiero estremo come Tomaso Montanari, ed estremisti dei comportamenti come i no vax. Un posizionamento talmente pericoloso che è meglio fare un passo indietro.

Sulla tragedia degli italiani massacrati dagli iugoslavi per evitare di essere frainteso scrive una bella paginata su La Stampa in cui precisa che non voleva sminuire i fatti ma opporsi alla retorica della Festa del Ricordo che mira a equiparare foibe alla Shoah. Che poi Barbero sia da sempre contro la corrente revisionista lo dimostrano sue dichiarazioni contro una risoluzione Ue che nel 2019 mise sullo stesso piano nazifascismo e comunismo: “Un Parlamento non dovrebbe mai esprimersi sulla Storia, mai”. E qui è difficile dargli torto.

Poi c’è la scelta di firmare con altri trecento docenti un appello contro il green pass obbligatorio nelle università. Barbero non è no vax, ha fatto la doppia dose, ma è per la chiarezza dell’obbligo vaccinale. “Credo che Dante il girone degli ipocriti avrebbe trovato modo di riempirlo fino a farlo traboccare, con i nostri politici”, ha aggiunto con proprietà filologica, non senza vena provocatoria. Insomma, un po’ se l’è cercata, un po’ non vedevano l’ora, e il carnage è partito. E non ha risparmiato nemmeno un’autorità pop della verità storica.

“Chi glielo ha fatto fare?”, è la domanda di chi lo conosceva e lo apprezzava per moderazione e competenza, chi lo voleva super partes e forse ne rimuoveva le sue attitudini a schierarsi e a polemizzare. Chi lo voleva influencer del bene assoluto, senza asperità, liscio come lo schermo di un iPhone, dovrà ricredersi. Ma un po’ - vogliamo immaginare - finirà per ricredersi anche lui. “Chi me lo ha fatto fare?”, potrebbe domandarsi un po’ ammaccato. Ma da bravo professore imparare presto la lezione su cosa succede a chi, persino trinità indiscussa, decide di farsi carne e sangue e scendere nell’arena.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli