Alex Prager, quando l'occhio della fotografia crea la realtà

Lme

Milano, 28 nov. (askanews) - La fotografia è un'arte sottile, a volte sottovalutata nella sua componente di costruzione e pensiero, oltre che di generazione di storie che sono, a tutti gli effetti, opere di fiction, a prescindere dalla componente di "realtà" che possono contenere. Il punto è proprio il fatto che, come ogni forma d'arte, la realtà che viene definita dalla fotografia è posteriore allo scatto, si chiarifica solo dopo averlo visto; l'opera, in sostanza, agisce da creatore, non da testimone. O, meglio, la testimonianza, a sua volta, anticipa l'argomento di cui si fa portatrice, e non lo segue, come verrebbe da pensare. Questo discorso vale a maggior ragione per la cosiddetta "fotografia d'arte", definizione che perde senso nel contemporaneo, dove gli strumenti espressivi dell'arte - senza aggettivi a traino - sono amplissimi e comprendono la ripresa fotografica in maniera assoluta e rilevante, basti pensare a figure come Cindy Sherman, Wolfgang Tillmans, Jeff Wall. O Alex Prager, losangelina classe 1979, regista e fotografa, cui la Fondazione Sozzani di Corso Como a Milano dedica, fino a gennaio 2020, una mostra che copre dieci anni di lavoro, tra immagini accuratamente costruite e film.

"Silver Lake Drive", curata da Nathalie Herschdorfer, direttore del Musée des beaux-arts di Le Locle in Svizzera, rappresenta una vera e propria immersione in un mondo a parte, apparentemente molto simile al nostro, ma, come direbbe Ben Lerner, "solo un po' diverso", non a caso ispirato fin dal titolo della mostra all'universo mentale di David Lynch. Un mondo fatto di chiarezza di visione, messe in scena più realistiche della realtà, film avvolgenti, non solo per la distribuzione degli schermi su tre pareti della stanza di proiezione. Insomma, fotografie e video che sono completamente calati nella temperie del contemporaneo, che, come si diceva poco sopra, hanno la forza per definire esse stesse l'idea di realtà su cui vanno a insistere. Opere nelle quali sia la componente citazionista, per esempio di Hitchcock o del surrealismo alla Magritte, sia quella di cura del look dei soggetti - che è accurata in modo maniacale - convergono verso un'idea di arte a tutto tondo, semplicemente arte. Che ha la capacità di dialogare, anche qui come fa la grande letteratura, con luoghi ed esperienze diverse: e i lavori della serie "Crowd" dedicati alla spiaggia di Pelican Beach non possono non farci pensare al padiglione della Lituania premiato all'ultima Biennale di Venezia, con il piccolo particolare che Alex Prager li ha realizzati nel 2013 o ancora a uno dei grandi film di riferimento nel mondo delle immagini in movimento come "The Crowd" di Philippe Parreno, datato 2015. Il tempo, come si vede, nell'arte non è lineare, ma rispecchia flussi che fanno pensare a Borges o alla fisica teorica.

Realizzate con attori e comparse professioniste, le fotografie e i film di Prager, rappresentata dalla Lehman Maupin Gallery, sono una drammaturgia a se stante, che richiama ovviamente l'immaginario americano alla William Eggleston, ma che vanno oltre, fino all'interno delle emozioni, come nel caso de "La Grande Sortie", della prima ballerina dell'Opera Bastille, Èmilie Cozette, filmata in scena, con un'idea di occhio cinematografico che è la cifra del lavoro di Alex Prager come artista.