L'alimentazione in tempo di crisi: diventare vegetariani non basta (ma aiuta)

La scelta vegetariana potrebbe essere sempre più forzata, nei prossimi 40 anni. E' una teoria di alcuni dei più importanti scienziati dell'acqua al mondo, spiegata dal Guardian.

La questione è tanto semplice e lineare quanto potenzialmente drastica, visto che richiede provvedimenti nel breve e medio periodo onde evitare catastrofi a più lungo termine. E non si tratta affatto del solito grido d'allarme fine a se stesso.  Se al momento gli esseri umani ricavano il 20% del fabbisogno proteico da prodotti di origine animale, potrebbero dover ridurre questo approvvigionamento al 5%.

Se non accadrà, le conseguenze potrebbero anche essere catastrofiche. Perché? Per l'acqua, appunto: «Non ce ne sarà a sufficienza, per produrre cibo per i 9 miliardi di esseri umani che popoleranno il pianeta nel 2050 se seguissimo questo trend e se si continuasse a seguire la dieta tipo dei paesi occidentali». Lo ha spiegato Malik Falkenmark dello Stockholm International Water Institute.

Insomma: potrebbe verificarsi il paradosso per cui la "competizione" per l'acqua potrebbe vedere come parti in gioco esseri umani e animali da allevamento.

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L'adozione di una dieta vegetariana (come si diventa vegetariani? Lo spiega Yahoo! Lifestyle) sarebbe quindi un'opzione per aumentare la quantità d'acqua disponibile, visto che non verrebbe più utilizzata in larga misura per gli allevamenti. D'altro canto, che la situazione attuale e lo stile di vita cui siamo abituati siano insostenibili, è dimostrato anche da altri dati: «Novecento milioni di persone che già soffrono la fame e 2 miliardi di persone soffrono di malnutrizione, nonostante il fatto che per la produzione alimentare pro capite continui ad aumentare».

Ma la carne si riduce, fatalmente, per questioni molto meno globali e molto più locali: la crisi economica, infatti, è uno degli alimenti che salta più facilmente dalla lista della spesa, in tempo di crisi. Fin dal 2010 l'Istat evidenziava un calo, in seguito alle difficoltà economiche, proprio di acquisto e consumo di carne (-3%).  Oggi i dati parlano di un aumentoedlla pasta e del pane e una diminuzione più drastica della carne (-6%), ma anche del pesce (-3%) e dell'ortorutta (-3%)

La crisi cambia le abitudini della spesa, insomma. Coldiretti fa sapere che il 62% degli italiani va alla ricerca di offerte speciali nei supermercati; il 49% controlla i prezzi fra negozi diversi; il 50% sceglie solo frutta e verdura di stagione e sempre più spesso senza intermediazione, ovvero cercando di acquistare direttamente dal produttore.  E per risparmiare, gli italiani ritornano al fai da te: pasta, pizza, marmellate, sottaceti, dolci: tutto fatto in casa. Il che può avere anche effetti positivi e piacevoli. E' interessante notare anche che la recessione "forza" anche in questo caso verso scelte alimentari più sostenibili.

Questo è il lato che potrebbe far sembrare il bicchiere mezzo pieno. Il problema vero, però (oltre al fatto che stiamo parlando solamente di quella fetta di mondo che continua a veleggiare nel suo stile di vita occidentale, e non di quei 3 miliardi di persone che vivono con meno di 2 dollari al giorno) è che la crisi, nonostante tutte le attenzioni che si possano dedicare a promozioni di ogni genere, incide pesantemente sulle abitudini degli italiani. Che di conseguenza si nutrono peggio: «Le famiglie italiane a basso reddito hanno un tasso obesità al 36%, quelle ad alto reddito al 20%. La dieta mediterranea è in via di estinzione». Lo spiega Marialaura Bonaccio dei laboratori della Fondazione “Giovanni Paolo II” dell’università Cattolica del Sacro Cuore di Campobasso, sciorinando i dati di uno studio svolto su un campione di 13.262.

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Un esempio di stile di vita diverso: il freeganesimo


Un corollario della recessione è il fatto che la spending review del Governo prevede la soppressione, fra gli altri enti, dell'Inran, l’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione. Una decisione che, oltre a far licenziare 80 persone, «determinerà la dispersione di un patrimonio di ricerca scientifica di un ente che esiste dal 1939 e che ha strutturato la dieta mediterranea» tracciando linee guida per un'alimentazione sana e conducendo progetti per le scuole per combattere l'obesità infantile.

In Europa, i supermercati provano ad adeguarsi con porzioni "mini", adatte a tutte le tasche, ma non è cambiando la spesa che si risolverà il problema. Il problema è globale, ed è figlio di un sistema che dovrà cambiare in maniera più generale: «I prezzi stanno di nuovo salendo e il cambiamento climatico sta danneggiando molto di più le dinamiche produttive. a crisi alimentare è stata creata dalla globalizzazione della produzione degli alimenti, dalle multinazionali, dall’introduzione di nuove politiche nella produzione di alimenti specialmente nei Paesi in via di sviluppo. Le due crisi, economica e alimentare, sono legate alle politiche del neoliberismo che vanno a discapito di molti settori della società come i piccoli agricoltori e consumatori (nel caso della crisi alimentare) e della classe media (nel caso della crisi finanziaria)».

E' il punto di vista di Walden Bello, sociologo e attivista filippino.

Ed è anche un punto di vista molto sensato. Non è detto, insomma, che basti diventare vegerariani, per risolvere i problemi.

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