All'Accademia dei Lincei Bina Agarwal su comunità agricole e genere

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Roma, 19 nov. (askanews) - Gli aspetti legati al genere nelle comunità agricole: al di là della famiglia": questo il titolo e il focus della Annual Balzan Lecture 2019 tenuta oggi all'Accademia dei Lincei da Bina Agarwal, docente di Economia dello Sviluppo e Ambiente presso l'Università di Manchester (Regno Unito), Premio Balzan 2017 per gli studi di genere.

Con la riflessione "Beyond Family Farming: Gendering the Collective", l'economista indiana concentra la sua attenzione sulla trasformazione istituzionale dell'agricoltura. Tramite l'osservazione di alcune realtà in India, analizza le prospettive di sviluppo economico e sociale in rapporto alle diverse forme di organizzazione del lavoro agricolo nei Paesi in Via di Sviluppo.

Nella conferenza organizzata dalla Fondazione Internazionale Balzan "Premio" e dall'Accademia Nazionale dei Lincei, Bina Agarwal ha fatto notare che, "nel contesto della preoccupazione globale per la sicurezza alimentare, la povertà e i mezzi di sussistenza sostenibili, poca attenzione è stata rivolta alla trasformazione istituzionale dell'agricoltura.

La discussione si è concentrata prevalentemente sulla necessità o meno di favorire le aziende agricole piccole (che sono la maggioranza a livello globale) o quelle grandi di tipo commerciale".

"Alcuni riconoscono alle piccole aziende agricole un potenziale significativo nel fornire sicurezza alimentare e concreti mezzi di sussistenza, mentre altri preferiscono le grandi aziende agricole commerciali per motivi di efficienza economica. Nessuna delle due realtà comunque fornisce una soluzione adeguata ai problemi che deve affrontare la gran parte degli agricoltori. Da un lato, i piccoli agricoltori, e specialmente la crescente percentuale di donne agricoltrici, sono poveri che vivono nei Paesi in Via di Sviluppo con risorse decisamente limitate", ha spiegato la docente dell'Università di Manchester, secondo cui d'altro canto "almeno per il futuro prossimo, lo sviluppo agricolo resta la soluzione principale che può ridurre la povertà nelle campagne ed assorbire la grande quantità di manodopera esistente o in fase d'ingresso sul mercato del lavoro, vista la limitata disponibilità di posti di lavoro in altri settori. Le grandi aziende agricole commerciali non sembrano in grado di farlo. Si richiede quindi un modello alternativo di agricoltura che coinvolga i piccoli proprietari, al di là del modello agricolo famigliare".

C'è da chiedersi se l'approccio collettivo, cioè l'agricoltura di gruppo possa essere un'alternativa. "laddove piccoli agricoltori (e in particolare le donne) mettono volontariamente in comune la loro terra, forza lavoro, capitali e competenze per creare aziende di medie dimensioni (senza abbandonare i loro diritti sulle terre di proprietà) e coltivare in modo collettivo, dividendo costi e benefici". Insomma, si chiede ed esorta a chiedersi la studiosa, se "questo modello indicare una strada verso forme di sussistenza più sostenibili per milioni di piccoli proprietari dai mezzi limitati e spesso senza reddito. Più specificatamente, quali prospettive di successo hanno i collettivi femminili nei confronti delle sfide che provengono dalle azioni di questo tipo"

Nonostante la collaborazione tra agricoltori nel campo dell'approccio al mercato sia stata diffusa, sia dal punto di vista geografico che storico (anche in Europa e Nord America), tipicamente essa non ha previsto la produzione congiunta del bene immesso sul mercato, e per questo motivo non ha presentato le stesse sfide o portato gli stessi potenziali benefici della "cooperazione interamente integrata" che viene richiesta dall'agricoltura di gruppo.

L'idea dell'agricoltura di gruppo di per sé non è nuova, sottolinea Bina Agarwal, ma negli anni ha assunto forme diverse, dalla collettivizzazione socialista imposta dall'alto all'agricoltura cooperativa promossa dallo stato come parte delle riforme agricole negli anni '50 e '60 nei Paesi di nuova indipendenza dopo l'occupazione coloniale all'agricoltura di gruppo intrapresa da alcuni Paesi europei;.

Come è possibile "dare un genere ai collettivi agricoli" in modo da aiutare le donne agricoltrici a migliorare il loro accesso alla terra e alle risorse, ad acquisire autonomia nelle decisioni relative alla produzione, a esercitare il controllo su di esse e a costruirsi un'identità riconosciuta come lavoratrici agricole? In seguito alla crescente partecipazione femminile all'economia agricola, è fondamentale rispondere a questa domanda, non solo per conferire potere economico alle donne che operano in agricoltura, ma anche per aumentare la produttività delle aziende agricole e stimolare la crescita nei Paesi in Via di Sviluppo. Allo stesso modo, è necessario chiedersi se tali collettivi possano anche emancipare le donne dal punto di vista sociale e politico.

Un'occasione rara per rispondere a queste domande è stata fornita da due esperimenti effettuati negli anni duemila negli stati indiani del Kerala e Telangana dove gruppi formati esclusivamente da donne hanno messo in comune la terra da coltivare, condiviso la forza lavoro, i costi delle materie prime e i ricavi. Basandosi su indagini campione in ogni stato, Agarwal confronta gruppi solo femminili con piccole aziende agricole a conduzione famigliare (il 95% delle quali è diretta da uomini) in termini di produttività e profitti.