Allerta clima tra G20 e Cop26. Ma la malattia è ancora più finanziata della cura

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(Photo: DANIEL LEAL-OLIVAS via Getty Images)
(Photo: DANIEL LEAL-OLIVAS via Getty Images)

Gli indicatori climatici sono fuori controllo. I leader di Cina e Russia si defilano. Le previsioni degli scienziati ci proiettano in un mondo in cui gli uragani a Catania e gli incendi indomabili in Siberia diventano la norma. I combustibili fossili attirano come una calamita i soldi dei governi per la ripresa post covid. Era difficile immaginare una partenza più in salita per la Cop26, la conferenza organizzata dalle Nazioni Unite a Glasgow dal 1 al 12 novembre per definire gli impegni dei governi a difesa della stabilità climatica.

È un caos che rispecchia la mancanza di un soft power capace di dare forza alle capacità crescenti della green economy che avrebbe gli strumenti tecnologici e finanziari per guidare la transizione dall’economia del petrolio e del carbone all’economia delle rinnovabili e del recupero della materia. L’ultima parola comunque non è detta: nell’arco di due settimane, dalle conclusioni del G20 di Roma a quelle della Cop26, si misurerà la possibilità di un accordo all’ultimo istante.

Il tempo però è scaduto. A 40 anni dai primi allarmi dei climatologi e a 29 anni dalla solenne firma a Rio de Janeiro della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici, la concentrazione di CO2 in atmosfera invece di diminuire è cresciuta del 50% rispetto al momento in cui la prima macchina a vapore azionata dal carbone è entrata in funzione. Cosa significhi questo fatto non lo possiamo sapere per conoscenza diretta, perché l’homo sapiens non ha mai sperimentato una condizione analoga. Ma ha costruito gli strumenti scientifici per immaginarlo: sappiamo che l’ultima volta che l’anidride carbonica ha raggiunto valori elevati come quelli attuali i livelli del mare erano di 20-25 metri più alti.

(Photo: Jorg Greuel via Getty Images)
(Photo: Jorg Greuel via Getty Images)

I tre scenari possibili

Mentre discutevamo, mentre la CO2 si accumulava in cielo, la temperatura è già salita di oltre un grado rispetto ai livelli preindustriali. Se facessimo un miracolo potremmo fermare la crescita a 1,5 gradi, l’obiettivo massimo del range previsto dall’accordo di Parigi del 2015. Anche questo miracolo non sarebbe indolore, perché la tenaglia siccità-alluvioni che adesso stiamo sperimentando si stringerebbe ancora un po’. Ma non tanto da mandare in tilt il nostro modo di vivere: potremmo adattarci. Basterebbe però che la temperatura salisse di un altro mezzo grado raggiungendo i 2 gradi (l’obiettivo minimo dell’accordo di Parigi) perché il prezzo diventi più alto e la spinta di destabilizzazione aumenti: 420 milioni di persone in più sarebbero frequentemente esposte a ondate di calore estreme raddoppiando il numero di vittime da caldo.

Il fallimento di Glasgow aprirebbe poi un terzo scenario. Se procedessimo alla velocità attuale delle emissioni serra, andremmo a sbattere contro un muro alto poco meno di 3 gradi. L’ultima stima delle Nazioni Unite è 2,7 gradi. E potrebbe anche crescere perché, dopo lo stop pandemico del 2020, l’economia sta ripartendo con le contraddizioni di ieri (l’instabilità dell’economia dei combustibili fossili) e le incertezze dell’oggi (l’inquietudine di una transizione che cambia le regole del gioco). Con 3 gradi avremmo siccità che durano 5 volte di più rispetto a quelle di un mondo più caldo solo di 1,5 gradi. Le estati con il Polo Nord senza ghiaccio diventerebbero la norma. La fuga dalle aree inaridite del pianeta innescherebbe migrazioni bibliche.

Quale di questi tre scenari è più probabile? Le carte finora uscite nel poker di questa conferenza sul clima non aiutano l’ottimismo. I combustibili fossili stanno dominando la scena della ripartenza economica. Cina e Russia hanno fissato il traguardo della decarbonizzazione al 2060 invece che al 2050, facendo slittare di fatto gli impegni di medio termine che le economie avanzate hanno fissato al 2030. Biden fatica a far passare un piano economico innovativo in un Congresso in cui la lobby dei fossili ha un peso determinante.

Eppure qualche segnale di schiarita potrebbe ancora arrivare. Le Nazioni Unite e l’Unione europea, che guidano il fronte della stabilità climatica, hanno in mano assi che non sono stati ancora calati. Ad esempio proprio le difficoltà della ripartenza economica globale mostrano i rischi determinati da un sistema di approvvigionamento rigido e dalla catena lunga di rifornimento, mentre un’economia basata su fonti rinnovabili, alta capacità di storage energetico, recupero e riuso dei materiali sarebbe più flessibile, più resistente agli stress, più capace di far nascere posti di lavoro.

E la posta in gioco motiva la scommessa. Secondo le previsioni della prudente International Energy Agency, il mercato del vento, del sole, delle batterie, dell’idrogeno e delle celle a combustibile varrà oltre 1.000 miliardi di dollari l’anno entro il 2050, un fatturato paragonabile a quello attuale del petrolio. Con il beneficio aggiuntivo della riduzione di incendi, alluvioni e risalita dei mari.

Per dare fiato alla transizione energetica ci vuole però una capacità di governance globale simile a quella che è stata messa in campo per frenare l’avanzata del Covid-19. Ma nel caso del coronavirus tutto è più chiaro. In pochi hanno messo in discussione la necessità di un’azione rapida e risolutiva per limitare al massimo i danni della pandemia. Certo, ci sono state a livello globale esitazioni, incertezze ed errori, ma i governi che hanno dimostrato una peggiore capacità di reazione sono stati colpevoli di un ritardo misurabile in mesi.

Nel caso del clima lo scenario è molto diverso: siamo in ritardo epocale rispetto ai primi allarmi sulle conseguenze dell’aumento dei gas serra. Cioè sulla minaccia di un disastro che in termini di vittime e di durata del danno è molto peggiore di quello prodotto da covid-19. E la conferenza Onu sul clima che si aprirà il primo novembre a Glasgow sottolinea, come mai era successo in passato, la distanza tra le indicazioni della comunità scientifica e le scelte dei governi.

(Photo: wildart via Getty Images)
(Photo: wildart via Getty Images)

I rapporti delle agenzie internazionali

Partiamo dal quadro ambientale fornito negli ultimi tre mesi dai report delle maggiori autorità mondiali in materia di energia e clima. Ad agosto il sesto rapporto dell’Ipcc (Intergovernamental Panel on Climate Change) ha ricordato che in cielo abbiamo la più alta concentrazione di CO2 da almeno 2 milioni di anni e il livello medio del mare nel ventesimo secolo è aumentato più rapidamente rispetto a qualsiasi altro secolo precedente almeno da 3.000 anni.

A ottobre il World Energy Outlook 2021 dell’Agenzia internazionale dell’energia ha calcolato che gli impegni attuali sul clima garantiscono solo il 20% della riduzione delle emissioni al 2030 necessaria per arrivare allo scenario di emissioni nette zero entro il 2050: raggiungere quel traguardo richiede investimenti in progetti e infrastrutture di energia pulita che vanno triplicati nel prossimo decennio.

Pochi giorni fa l’Unep, il Programma ambiente delle Nazioni Unite, ha annunciato che il consumo previsto di energia ricavata da combustibili fossili sarà più del doppio del massimo previsto dall’accordo siglato da tutti i Paesi a Parigi nel 2015. Cioè più del doppio di quello che permetterebbe di contenere l’aumento della temperatura entro 1,5 gradi a fine secolo.

E nel frattempo le cronache hanno mostrato che il futuro climatico è già qui e ci presenta un conto salato. Gli incendi dopati dal clima mutante hanno fatto toccare all’Amazzonia il record di aree andate in fumo, hanno sconfitto l’iper tecnologica California, hanno divorato le terre del circolo polare artico. Le alluvioni sono arrivate a devastare pianure del centro Europa che si ritenevano al sicuro. Non si fa in tempo a registrare un record di caldo che viene già battuto dal successivo.

(Photo: UUGANSUKH BYAMBA via Getty Images)
(Photo: UUGANSUKH BYAMBA via Getty Images)

Ma i governi continuano a investire sui fossili

Insomma teoria e pratica combaciano. Le previsioni sulle conseguenze dell’aumento dei gas serra si sposano con i fatti. Tutto chiaro allora? Nemmeno per idea. Perché - contraddicendo gli impegni assunti a Parigi nel 2015, le indicazioni della comunità scientifica e i pareri degli esperti - i governi continuano ad allargare i cordoni della borsa finanziando la malattia più della cura, i combustibili fossili più delle rinnovabili. È un po’ come se la linea Bolsonaro sul Covid, provare a risolvere il problema negandolo, avesse la maggioranza tra i decisori politici.

Dunque la conferenza sul clima di Glasgow, a cui partecipano i rappresentanti di più di 190 Paesi, si apre con un divario che sembra difficile colmare. Dopo il lungo stop per la pandemia, l’economia si sta rimettendo in moto in modo disordinato, e la tentazione di saltare gli impegni ambientali per tornare sulla più nota strada dei combustibili fossili è forte. L’effetto rimbalzo fa sì che le emissioni di anidride carbonica si avviino nel 2021 verso il secondo maggior aumento annuale nella storia. E gli equilibri politici che si profilano rendono molto difficile raggiungere l’obiettivo della conferenza: un’accelerazione dell’impegno al taglio dei gas serra da parte dei Paesi responsabili delle maggiori emissioni.

Cina in difficoltà

La fotografia del presente ci consegna l’immagine della Cina come inquinatore numero uno: è responsabile di quasi il 30% delle emissioni con quasi il 20% della popolazione. Anche calcolando le emissioni pro capite si vede che un cinese emette più anidride carbonica di un cittadino dell’Unione europea (ma meno di uno statunitense). E perfino misurando il peso storico delle emissioni serra complessive, da quando il carbone ha cominciato ad alimentare la rivoluzione industriale, la Cina figura al secondo posto dopo gli Stati Uniti.

In realtà da tempo Pechino ha smesso di giocare solo in difesa sul clima. Sia perché la sua agricoltura è minacciata dal lento prosciugarsi dei ghiacciai himalaiani e le città costiere sono esposte alla risalita dei mari. Sia perché ha conquistato una leadership di mercato in molti settori delle rinnovabili. Ma le difficoltà di approvvigionamento energetico durante gli ultimi mesi (con intere aree del nord-est rimaste senza riscaldamento) hanno spinto i governi locali a ridare fiato al carbone (la Cina brucia più della metà del carbone utilizzato a livello globale). E il governo centrale ha presentato programmi avanzati su tetti verdi e veicoli elettrici, ma ha rifiutato di ridurre le emissioni prima del 2030, la data entro la quale le economie avanzate hanno fissato quote consistenti di tagli alla CO2.

(Photo: Barcroft Media via Getty Images)
(Photo: Barcroft Media via Getty Images)

I nodi economici

L’esito della Cop26 è sostanzialmente legato a due nodi economici intrecciati. Il primo è che, come ha chiesto l’inviato speciale del presidente americano per il clima americano, John Kerry, il fronte dell’impegno ambientale mirato a una rapida decarbonizzazione riesca a raggiungere un numero di Paesi sufficiente a muovere la larga maggioranza del Pil globale.

Il secondo è che l’impegno a stimolare questo processo con un aiuto pari a 100 miliardi di dollari l’anno per la riduzione delle emissioni e l’adattamento nei Paesi a basso reddito diventi realtà. La promessa è del 2009, fino all’ultimo anno contabilizzato, il 2019, all’appello mancavano ancora 20 miliardi.

Un’eventuale intesa su questi punti potrebbe portare a un accordo di principio che apra la strada a un’accelerazione reale. I veri compiti infatti si faranno a casa muovendo le leve delle singole economie. E su questo piano l’Unione europea parte avvantaggiata. Green Deal, Next Generation Eu e Fit for 55 sono le basi su cui il vecchio continente può costruire un nuovo rilancio che potrebbe dare vantaggi non solo ambientali ma anche economici. A patto di trovare la coesione che serve. Gli anni Venti potranno riecheggiare quelli del Novecento, come ha auspicato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen parlando degli “anni ruggenti della transizione ecologica?”

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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