Allerta Copasir: "Serve legge sul radicalismo online e in carcere"

·4 minuto per la lettura
(Photo: )
(Photo: )

Settantuno persone sono state espulse dall’Italia, solo nel 2021, per rischi legati alla radicalizzazione jihadista. Sono, invece, 144 i foreign fighters monitorati. E, ancora, nelle carceri italiane si contano, secondo i dati del Dap, 313 detenuti controllati per scongiurare che si radicalizzino. Parte da questi numeri il Copasir per dare la sveglia al Parlamento. L’estremismo islamico, prima che perseguito quando si verificano i reati, va prevenuto. E per farlo serve, alla svelta, una legge: “Il Comitato - si legge nella relazione, approvata ieri, sul contrasto alla radicalizzazione jihadista in Italia - segnala l’esigenza urgente e non più dilazionabile di un intervento legislativo che doti il nostro Paese di una disciplina idonea a contrastare in modo più incisivo il crescente fenomeno della radicalizzazione di matrice jihadista”.

Terreni fertili per la nascita degli estremismi, è spiegato nel documento redatto dai deputati Enrico Borghi e Federica Dieni, sono il web e i penitenziari. Per tenere lontana la minaccia della radicalizzazione - e di tutte le sue possibili conseguenze, atti terroristici compresi - bisogna mettere regole chiare e di ampio spettro nero su bianco. Per farlo, però, non si deve necessariamente partire da zero.

“Fratelli d’Italia ha ripetutamente sostenuto, spesso in totale solitudine, l’urgenza di contrastare il dilagare dell’integralismo islamista. Bene che finalmente la questione sia ufficialmente entrata tra le emergenze nazionali. Ora il Parlamento proceda al più presto all’approvazione delle proposte di legge da tempo depositate da Fdi su questa importante materia”, ha scritto su Facebook Giorgia Meloni. In verità, però, un proposta di legge per prevenire e contrastare il radicalismo jihadista in Parlamento era nata già da anni, sulla scia dei provvedimenti voluti da Marco Minniti.

Nella scorsa legislatura Andrea Manciulli e Stefano Dambruoso, entrambi all’epoca deputati e molto esperti del tema - furono i relatori del decreto antiterrorismo - avevano scritto un progetto di legge che era passato alla Camera. Non riuscì ad avere il sì del Senato, perché la legislatura era volta al termine, ma è stato riproposto identico dopo le elezioni ed ora è al vaglio della commissione Affari costituzionali di Montecitorio. Il provvedimento, si legge nella relazione, ha come principale obiettivo la prevenzione: creare gli strumenti giusti affinché le persone di fede islamica non si radicalizzino e utilizzarli in carcere come a scuola, online come nel mondo del lavoro. In tutti quei settori della società dove, insomma, è possibile che si creino sacche di estremismo.

Il testo della precedente legislatura è considerato un punto di partenza che probabilmente dovrà essere ampliato. Quel che è certo è che, dopo l’allerta del Copasir, i lavori per una legge ad hoc sul tema dovrebbero iniziare a correre. Possibilmente, anche se il tema è divisivo e convergere su un testo sarà tutt’altro che facile, con l’adesione di tutte le forze politiche: “È lodevole che il Copasir abbia approvato all’unanimità la necessità di avere una legge sul contrasto alla radicalizzazione islamica perché, come avevamo già scritto, il fenomeno non si combatte se non mettendo insieme la parte della repressione con un importante lavoro di prevenzione. Quest’ultima deve essere rivolta soprattutto alle nuove generazioni, poiché assistiamo a una crescita dell’interesse al jihadismo proprio nei giovani. È importante che ci sia uno spirito di coesione tra le forze politiche del Paese, perché il terrorismo è una materia in cui bisogna farsi trovare uniti”, dice ad Huffpost Andrea Manciulli, attualmente presidente di Europa Atlantica.

Per quanto secondo il Copasir una legge sia indifferibile, in Italia il rischio di radicalizzazione islamica è meno alto che altrove, grazie all’accoglienza. “Il lavoro che fanno le associazioni, le parrocchie, ma anche la propensione della religione cattolica ad accogliere, ha consentito di attenuare al massimo il pericolo di radicalizzazione, anche negli ultimi tre anni, quando il flusso di migranti è aumentato. In altri Paesi, pensiamo alla Francia e alla Danimarca, questo non è accaduto ”, ci spiega Stefano Dambruoso. Magistrato di lungo corso, si è occupato di terrorismo prima nelle procure che in Parlamento. “La sola repressione - avverte, richiamando la relazione del Copasir - non sarà sufficiente a superare e sconfiggere il radicalismo jihadista. Bisogna creare progetti e programmi di sviluppo interreligioso e multiculturale. In vari settori della società. Nelle scuole e nelle carceri, dove è necessario avere una dirigenza aggiornata, ad esempio”. Una particolare attenzione va dedicata a internet “sia per quanto riguarda il dark web che la rete ordinaria”, perché i rischi che la radicalizzazione parta dal mondo virtuale sono alti.

Per fare tutto questo, però, le buone intenzioni non bastano: “Una legge è necessaria”, ribadisce Dambruoso. La palla, ora, al Parlamento.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli