Allevatori alla guerra contro gli "hamburger vegani": ora Bruxelles deve decidere

Claudio Paudice
·Giornalista, L'HuffPost
·5 minuto per la lettura
carne (Photo: Burger)
carne (Photo: Burger)

Può un hamburger privo di carne essere chiamato hamburger? E una “salsiccia vegana” è pur sempre una salsiccia? Una bistecca può essere definita tale anche se di soia? Dietro il dilemma semantico che questa settimana sta affliggendo il Parlamento Europeo si cela in realtà uno scontro per le quote del mercato alimentare che si dilunga da mesi. La questione della corretta denominazione dei prodotti alternativi alla carne rientra nella definizione della Pac (Politica agricola Comune) e quindi nell’organizzazione della filiera agricola nel mercato interno dell’Ue. Non è quindi un affare di poca importanza, tutt’altro. Gli allevatori europei, associati sotto la sigla di Copa-Cogeca, sono da tempo sul piede di guerra per tutelarsi da quello che definiscono un marketing ingannevole della “carne fake”. Il rischio, denunciano, è che l’uso distorto o ambiguo della denominazione generalmente associata alla carne animale induca in errore i consumatori, a detrimento del loro settore. Secondo uno studio della Coldiretti il 93% degli italiani che non segue un regime alimentare vegetariano o vegano è tratto in inganno dalla “finta carne”. In altre parole, leggendo sulle etichette le parole “hamburger” o “salsiccia”, il cliente può credere che l’apporto nutrizionale sia, grossomodo, lo stesso.

Spetta al Parlamento Europeo risolvere la disputa tra le associazioni degli allevatori e trasformatori europei da una parte e le grandi multinazionali come Nestlè, Beyond Meat e Unilever, già da tempo attive nell’industria del green food, dall’altro. Ad aprile 2019 Strasburgo aveva inizialmente stabilito che nessun prodotto di derivazione vegetale potesse evocare la denominazione delle carni. Il dibattito poi è rientrato nel vivo in questi giorni e si è arricchito di ulteriori emendamenti, aprendo nuovi scenari che hanno riattizzato le proteste della filiera agroalimentare. C’è chi chiede di vietare l’uso di parole come “bistecca”, “salsiccia” o “scaloppina” e di tutte le parole associate alla carne animale per prodotti che non la contengono. Ma si fanno strada anche altre proposte, come quella di consentirne l’uso purché accompagnato da chiari riferimenti all’origine vegetale del cibo o l’ipotesi di un compromesso che vieterebbe sì l’uso di queste definizioni per le carni sintetiche ma lasciando tuttavia alla Commissione il potere di individuare limitate deroghe per alcuni prodotti. “Il compromesso, per noi, sarebbe sempre una sconfitta”, dice ad HuffPost Luigi Scordamaglia, presidente di Assocarni, “perché aiuterebbe tutta una serie di alimenti già presenti sul mercato dei soliti produttori che usano la denominazione associata alle carni per cibi a base di altre sostanze”.

Un emendamento proposto dal relatore del Parlamento sul fascicolo, l’eurodeputato francese Eric Andrieu, chiede quindi alla Commissione di fornire “regole specifiche sulle definizioni, descrizioni di vendita per carne, tagli di carne, preparazione di carne e prodotti a base di carne”, tenendo conto dell’evoluzione del mercato. Il voto avverrà entro venerdì.

Le associazioni lamentano il rischio che la Commissione possa salvare capre e cavoli stabilendo un divieto ma fornendo anche gli strumenti per aggirarlo. “Produrre carne e salumi in Italia è un’azione che ha a che fare con il nostro patrimonio culturale, con il paesaggio che ci circonda e con il nostro modello alimentare e come tale va tutelata”, dice Giuseppe Pulina, presidente di Carni Sostenibili, associazione no profit sul consumo consapevole delle carni.

L’industria del cibo vegano produce valore per oltre quattro miliardi e mezzo, ma le stime per i prossimi anni fanno ben sperare. Gli investitori hanno subito colto le potenzialità di un mercato in rapida espansione grazie anche a un contesto sociale e culturale più attento e a tratti quasi ossessionato da tutto ciò che è “green”. Per dire, un anno fa la californiana Beyond Meat guadagnò il 163% nel suo primo giorno di quotazione al Nasdaq di New York. Non faticò molto a raccogliere ben 250 milioni di dollari a fronte di un fatturato del 2018 di soli 88 milioni e 30 di perdite (mentre nel 2017 aveva registrato ricavi per 21 e un rosso di 23 milioni).

L’intento green non viene messo in discussione dalle imprese delle carni “classiche”. “Noi siamo per giocarcela ad armi pari - continua Scordamaglia - purché non usino denominazioni fake che traggono in inganno i consumatori”. Secondo la Coldiretti si tratta di “un furto di identità” che permette di chiamare con lo stesso nome prodotti profondamente diversi, provocando confusione nel carrello della spesa. “I consumatori rischiano di trovare sugli scaffali finti hamburger con soia, spezie ed esaltatori di sapore o false salsicce riempite con ceci, lenticchie, piselli, succo di barbabietola o edulcoranti”.

La guerra sui nomi da dare alle carni sintetiche precede quella ancora più importante per l’Italia della prossima primavera che vede la Commissione Europea chiamata a decidere sull’etichettatura dei prodotti alimentari. La questione è come fornire le informazioni dei cibi con lo scopo di aiutare il consumatore ad avere abitudini sane a tavola.

La filiera italiana guarda con molta preoccupazione la proposta francese del “nutriscore” che assegna un bollino dal verde al rosso in base alla presenza di zuccheri, grassi o sale nei cibi. I prodotti d’eccellenza del made in Italy rischierebbero così di essere gravemente penalizzati da una grafica nelle etichette respingente. Un esempio? L’etichetta “nutri-score” assegna al parmigiano reggiano il bollino arancione (D): un giudizio critico, senza appello, che punta il dito sulla quantità assoluta di grassi presenti nell’alimento. Per non parlare poi della mozzarella di bufala. O dell’olio extra vergine di oliva, classificato anch’esso con il bollino arancione (D). Quello dell’olio è un esempio esaustivo delle distorsioni che può causare l’etichettatura a “semaforo”: il “nutri-score” assegna all’olio di oliva (non extra-vergine) lo stesso giudizio dell’olio di colza (bollino giallo, C)

L’Italia si presenta con una sua proposta di un “sistema a batteria” per le etichette. Viene quindi rappresentata una batteria senza l’uso di colori che connotano il prodotto indicando al contempo sia la quantità esatta di energia, grassi, grassi saturi, zuccheri e sale sia la quantità di assunzione giornaliera raccomandata e da non superare.

etichette (Photo: HP)
etichette (Photo: HP)

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.