Almeno sulle intercettazioni un accordo si trova

Senator Matteo Renzi in the Senate Chamber in the Senate Chamber, in Rome, Italy, on February 12, 2020. (Photo by Andrea Pirri/NurPhoto via Getty Images) (Photo: NurPhoto via Getty Images)

L’ennesima giornata di passione. Ancora sulla giustizia. Ancora in Senato. Ancora tra Italia viva e tutto il resto della maggioranza agli opposti lati della linea del fronte. È il giorno in cui Matteo Renzi plana dalle montagne del Pakistan e atterre in Senato, si affaccia in Aula, segue i lavori, solca il Transatlantico con poca fretta, quasi cercando lui il taccuino dei cronisti, per una dichiarazione, due, tre, un profluvio sul governo che non cade, su Giuseppe Conte che “ha avuto una reazione muscolare” sulla prescrizione, un rimbrotto a Pietro Grasso sul caso del giorno: “Guarda che ti sei allargato troppo. Così la situazione politica si fa sempre più incasinata”.

Partiamo da qui, con pazienza, perché la situazione è assai ingarbugliata. Succede che nella Camera alta la legge sulle intercettazioni stia per arrivare nell’emiciclo per il voto. Proprio quella legge sulla quale Italia viva aveva provato il blitz, appoggiando un emendamento delle opposizioni sulla prescrizione. La settimana scorsa finì dodici a dodici, la parità equivale a un pollice verso, incidente sfiorato per un pelo.

Si votano gli ultimi emendamenti. Ce n’è uno a firma di Grasso che allarga le maglie dell’uso delle intercettazioni. Li allarga per recepire una sentenza della Cassazione, e dice che le intercettazioni possano essere utilizzate se rilevanti in un’inchiesta diversa da quelle per la quale sono state disposte ma solo se il reato nuovo abbia un tetto di pena che a sua volta preveda l’utilizzo delle stesse. Apriti cielo. “Noi non votiamo sta roba – tuonava a caldo un senatore di Italia viva – Ci atteniamo al testo uscito dal Consiglio dei ministri”.

Si rischia il patatrac. Perché l’emendamento deve passare per le forche caudine del voto. Con un nuovo prevedibilissimo dodici a dodici la maggioranza andrebbe sotto. I lavori vengono sospesi. Andrea Giorgis, sottosegretario alla Giustizia del Pd, si precipita al Senato. Viene convocata d’urgenza una riunione di maggioranza. Lo scontro tra Grasso e il capogruppo renziano Davide Faraone è materia di racconto per molti dei presenti, la coloritura cambia a seconda delle versioni. La situazione è talmente tesa che richiede la presenza del ministro. Alfonso Bonafede si affaccia verso l’una, arriva anche il titolare dei Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà. La tensione è alle stelle.

“La scorsa settimana - protestano i Dem, ma con loro anche i 5 stelle e Leu - abbiamo fatto una riunione a via Arenula iniziata alle quattro del pomeriggio e protrattasi fino a tarda notte. L’abbiamo fatta proprio per trovare questo tipo di intese, Iv c’era, ha cambiato le carte in tavola”. Mario Cucca, unico senatore renziano in commissione Giustizia e ago della bilancia è sotto una pressione fortissima, nicchia, prende tempo. Sopra di lui sfrecciano le veline, dall’una e dall’altra parte. Si susseguono riunioni su riunioni. Mentre il punto di caduta è ancora lontano e Renzi sta per affacciarsi alla buvette del Senato, in un’universo parallelo sta per andare in scena un altro film. Siamo a Palazzo Chigi, c’è il tavolo sulla giustizia per la nuova agenda di governo. Italia viva schiera un pezzo da novanta come Maria Elena Boschi. Coltello tra i denti? Certo che no. “Si è lavorato -spiegano alcuni presenti - sugli obiettivi di governi da qui al 2023, le polemiche le abbiamo lasciate fuori dalla porta”.

Niente prescrizione, niente intercettazioni. Continua il doppio passo degli uomini dell’ex rottamatore, assai collaborativi da un lato, picconatori dall’altro. “Renzi punta al ventre molle del Senato, dove i numeri sono più ballerini”, dice un esponente del Nazareno, ben sapendo che molti fra i responsabili pronti a correre in soccorso dei giallorossi si vedranno di lì a poco a cena per capire il da farsi. Il premier inizia i lavori togliendosi un sassolone dalle scarpe: “Ho sempre preferito impiegare tempo e risorse per lavorare e non per alimentare polemiche – esordisce il capo del governo - Non mi interessa e non ci deve interessare conquistare i titoli dei giornali, ci deve interessare conquistare e meritare la fiducia dei cittadini”. Un ecumenismo che avvolge tutti e lascia fuori dall’abbraccio solamente l’illustre predecessore.

A Palazzo Madama si lavora febbrilmente a un accordo, mentre Renzi continua a tenere la corda tesa, dicendo che domani andrà a Porta a Porta e dirà “cose interessanti” sul proseguimento della legislatura. Alla fine il punto di caduta viene trovato. Grasso ritira il suo emendamento, il pentastellato Mario Giarrusso, relatore, ne scriverà uno ad hoc. Cronisti e addetti ai lavori si scatenano per trovarlo. Quando arriva, rimangono tutti basiti: il nuovo testo è nella sostanza uguale al vecchio. “Non ha nessun senso, come hanno potuto chiudere l’ultima riunione con sta roba?”, sbotta un importante senatore di maggioranza. Nuovo giro, nuova corsa. Altra riunione. Finalmente la partita si sblocca, Cucca firma un sub-emendamento a un emendamento della maggioranza che riformulava un emendamento frutto di un accordo tra maggioranza e governo. Non è uno scioglilingua. Ma se questo surreale clima da pièce di Ionesco in cui l’unica cosa chiara ai comuni mortali è la voglia di tutti di poter arrivare prima del sipario la bandierina con su scritto “ho vinto io” sembra incomprensibile, con la soluzione definitiva si raggiungono vette ancor più notevoli.

L’accordo che ha scongiurato l’incidente, che ha disarmato la pistola fumante, che ha impedito il ruzzolone giù per la discesa della crisi consta di una sola parolina aggiunta alla versione Giarrusso: “rilevanti”. Così se prima il testo recitava “i risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati in procedimenti diversi da quelli nei quali sono stati disposti, salvo che risultino indispensabili per l’accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza e dei reati di cui all’art. 266, comma 1”, al secondo va aggiunto “rilevanti e” prima di “indispensabili”.

Un cambiamento che permette agli uni di cantare vittoria, agli altri di fare altrettanto. Nel teatro della politica, sul palcoscenico del Senato, nell’epoca del primo governo giallorosso. In attesa della prossima puntata.

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