Alti e bassi di un settennato

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(Photo: SOPA Images via Getty Images)
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Sergio Mattarella sospende il giudizio su se stesso. “Non spetta a me dire quanto io sia riuscito ad adempiere a questo dovere”, ha spiegato in tivù. Visto che non compete a lui, allora proviamoci noi. Iniziando da una domanda banale, la più scontata: come arbitro è stato sempre imparziale oppure ha fatto pendere il piatto della bilancia? Il quesito si giustifica in quanto nel 2015 Mattarella era stato indicato anzitutto dal Pd, e poi perché non ha voluto sciogliere le Camere quando votare avrebbe fatto comodo al centrodestra. Giorgia Meloni in particolare glielo ha rinfacciato una quantità di volte, spargendo il sospetto di un presidente schierato, ma trascurando un passaggio fondamentale: fu Matteo Renzi per primo che desiderava tornare alle urne e Mattarella a impedirlo.

Accadde nel 2016, dopo il referendum sulla riforma Boschi. Lo statista di Rignano vantava riconoscenza nei confronti del presidente (per mandarlo sul Colle aveva imbrogliato nientemeno che Silvio Berlusconi) e pretendeva una rivincita elettorale immediata. Invece di accontentarlo, Mattarella giudicò pericoloso sciogliere le Camere, dal suo rifiuto nacque il governo Gentiloni. Matteo si offese a morte. Da allora il Colle adottò un metro che, piaccia o non piaccia, è rimasto sempre lo stesso. Niente strattonamenti da Renzi; idem dall’altro Matteo che dopo il Papeete voleva i “pieni poteri”; lo stesso con Giuseppe Conte quando, caduto il suo secondo governo, voleva precipitarsi all’incasso. Uno dopo l’altro, questo signore dai modi gentili li ha accompagnati tutti alla porta; e comunque Mattarella non ne ha fiancheggiato nessuno. Nessuno, difatti, gli sta proponendo il “bis”.

Secondo interrogativo: come se l’è cavata nelle crisi di governo? Risposta: ha migliorato strada facendo. All’inizio rischiando l’osso del collo, specialmente nel 2018; pur di non sciogliere il Parlamento neo-eletto, e rispettare il voto degli italiani, Mattarella fu sul punto di incaricare Carlo Cottarelli. Il prof era stato addirittura convocato al Quirinale con il suo trolley nero, nonostante la rivolta di Cinque stelle e Lega. Sarebbe stato un premier votato al massacro, il presidente con lui. Poi per fortuna, o per paura di quella mossa, tra Salvini e Di Maio sbocciò l’intesa. Così nacque il governo giallo-verde guidato dall’Avvocato del popolo. Dopo quell’esperienza da brivido, mettere in piedi il governo Draghi (vero capolavoro politico del settennato) è stato quasi un gioco da ragazzi. Proprio adesso che è diventato così bravo, Mattarella se ne deve andare.

Prossima domanda: ha fatto rispettare le regole? Sì, con un’avvertenza. Mai come in questo scorcio di secolo il populismo ha preso il comando. Contrariamente ai predecessori, il XII presidente della Repubblica ha preferito non mettersi di traverso. Da seguace di Moro, che andava matto per le novità, Mattarella si è sforzato di cavarne il buono. Rispettando l’autonomia dei partiti, evitando di interferire, al massimo consigliando sottovoce e senza farlo sapere in giro. Ma quando i ragazzi hanno esagerato, Mattarella è diventato intrattabile erigendo un muro intorno alle proprie prerogative. Si è intestardito a difenderle dicendo no alla nomina di Paolo Savona, che giudicava fuori posto come ministro dell’Economia. È stato linciato sui social, ha rischiato addirittura l’impeachment, ma serenamente oggi può dire che al successore consegna intatta la cassetta degli attrezzi, senza che ne manchi nemmeno un cacciavite.

Altro dubbio sparso dalla Meloni: è stato un buon patriota? Qui lui le ha dato un’unghiata, specificando in tivù che patriota può considerarsi chi unisce, non chi divide il Paese. Comunque dai prepotenti si è fatto rispettare. Al Cremlino con Vladimir Putin, quando il presidente russo si era permesso di spiegargli quali sono i nostri interessi nazionali; con Donald Trump, bloccandone un soliloquio alquanto offensivo; con Boris Johnson, chiedendogli serietà; bacchettando perfino la presidente della Bce, Christine Madeleine Odette Lagarde, che sullo spread ci stava arrecando un danno. Senza contare certi penosi rattoppi che Mattarella s’è dovuto sobbarcare, per esempio con la Francia dopo l’appoggio di Luigi Di Maio ai gilet gialli. Insomma: sovranista no di certo; ma patriota lo è stato, senza se e senza ma.

Ha dato scandalo, ha fatto parlare di sé? Zero via zero, mai sul Cafonal di Dagospia e nemmeno i suoi cari. Vita ritiratissima lontano dai salotti, dove per definizione si raccomanda e si inciucia. La sera a letto presto dopo un film o una partita di calcio. Dove ha raccolto meno? Probabilmente sulla giustizia, travolta dagli scandali. Gli schizzi sono volati e continuano a volare. Il credito della magistratura non è mai stato così basso. Anziché ricorrere alla ramazza Mattarella, che presiede il Csm, ha preferito l’ago e filo; il paziente rammendo a un repulisti generale. Per salvare il salvabile ha privilegiato un approccio conservativo. Troppo prudente? Poteva spingersi oltre? Gli storici valuteranno. Idem sulle carceri, dove i Radicali gli rimproverano di non averne denunciato abbastanza l’oscena condizione. Nessuno è al di sopra delle critiche, perfino di quelle ingiuste.

Ultima domanda: dove ha dato il meglio di sé? Qui non ci sono dubbi. Il Mattarella da incorniciare è quello che meno piace ai cinici di mestiere, cioè l’evangelista delle virtù civili, il promoter dei valori repubblicani. Cattolico non baciapile. Candido nelle emozioni, capace di gioire nelle vittorie, rattristarsi nelle disgrazie, inorgoglirsi nel conferire premi. Perfino a tagliare nastri occorre una partecipazione interiore, unita a una certa dose di autoironia che a Mattarella nei sette anni non è mancata e gli ha impedito di considerarsi Uomo della Provvidenza. Anche quando, per certi versi, lo è stato.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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