Amazzonia, Dom Phillips e Bruno Pereira uccisi da un pescatore-bracconiere

Alla fine si è arrivati a una svolta in Brasile nelle indagini sulla morte del giornalista inglese Dom Phillips e dell'antropologo brasiliano Bruno Araújo Pereira.

Secondo quanto riferito dalla polizia locale ad uccidere i due uomini sarebbe stato un pescatore che ha confessato l’assassinio ponendo fine a più di una settimana di ricerche nella foresta dove erano stati nascosti i corpi. "Il presunto omicida noto come Pelado è il primo fermato per l’assassinio, ha fatto notare Eduardo Alexandre Fontes, il capo della polizia federale, facendo notare che ha confessato di sua spontanea volontà. Ha parlato in modo dettagliato del crimine commesso, indicando anche il luogo dove aveva seppellito i corpi.”

Il movente del duplice delitto sarebbe stato la pesca illegale nella regione amazzonica. L’uomo sarebbe stato ripreso, insieme ad altri colleghi, da Pereira e Phillips che stava fotografando l'azione. Finora gli inquirenti avevano trovato tracce di sangue su una barca, uno zaino e documenti appartenenti ai due scomparsi mentre del materiale organico apparentemente umano rinvenuto nel fiume è stato nel frattempo sottoposto a perizia.

Il governo fin da subito aveva mobilitato Marina, Esercito e Forza nazionale, insieme alle forze di sicurezza locali per dare un nome al colpevole e per risolvere il giallo.

Chi erano le vittime

Philips – 57 anni, grande esperto del giornalismo ambientalista – stava lavorando a un libro con il supporto di Pereira, ex funzionario della Fondazione nazionale dell'indio (Funai), profondo conoscitore delle tribù sperdute nella foresta pluviale.

L'associazione indigena Univaja – che ha denunciato per prima la scomparsa – ha fatto sapere che due si erano messi in barca per un'area conosciuta come Lago do Jaburu, nella regione di Javari, una vasta distesa di giungla abitata da oltre 20 etnie. Sarebbero dovuti tornare ad Atalaia do Norte, dove invece non sono mai arrivati.

Il collaboratore del Guardian e l'antropologo brasiliano erano scomparsi dopo aver ricevuto minacce per le loro ricerche su una comunità indigena vessata da predatori di minerali preziosi, taglialegna illegali e bracconieri.

Il caso è stato seguito a livello internazionale e ha suscitato molto clamore, specie tra le ong, tra cui Greenpeace, che hanno puntato il dito contro il governo Bolsonaro, ritenendolo “complice” di quanto accaduto per la sua politica ambientale di incentivo all'agroalimentare (che avrebbe tra l'altro favorito la deforestazione) in violazione dei diritti umani dei nativi.

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