Amnesty denuncia gravi violazioni, bacchettata anche l'Italia

Roma, 24 mag. (LaPresse) - Libertà di espressione negata in 91 paesi del mondo, in 101 paesi vengono praticati maltrattamenti e torture soprattutto contro persone che manifestano contro il governo, in 21 paesi sono state eseguite condanne a morte e in 63 sono state emesse condanne a morte e almeno 18.750 sono i prigionieri nei bracci della morte delle carceri nel mondo. Questi i principali numeri choc che emergono dal 50esimo rapporto di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani in 155 paesi e territori, presentato a Roma ieri in contemporanea con Londra. Secondo il dossier di 700 pagine, alla base della situazione della violazione dei diritti umani, c'è "il fallimento della leadership a livello locale e globale nella difesa dei diritti umani". La situazione, secondo Amnesty, "mostra come la risposta della comunità internazionale alle crisi dei diritti umani sia stata contrassegnata dalla paura, dall'opportunismo e dall'ipocrisia". Il documento sottolinea come in nessun'altra parte del mondo tutto questo è stato palese come in Medio Oriente e in Africa del Nord, dove la repressione delle proteste da parte dei governi è stata accolta da reazioni diverse. L'entusiastico sostegno ai movimenti di protesta di molti poteri globali e regionali nei primi mesi del 2011, secondo Amnesty International, non si è trasformato in azione: mentre l'Egitto va ad eleggere un nuovo presidente, le opportunità di cambiamento sembrano diradarsi.

Male anche la Cina, stato fortemente repressivo dove gli apparati di sicurezza vengono scatenati per soffocare le proteste e dove continuano le esecuzioni capitali. Intanto l'orribile situazione, denuncia Amnesty, dei diritti umani in Corea del Nord non è migliorata. Mentre nell'Africa Subsahariana, in Medio Oriente e in Africa del Nord ci sono state rivolte massicce, accompagnate dall'uso eccessivo della forza contro i manifestanti in Paesi quali Angola, Senegal e Uganda. L'unica svolta positiva segnalata nel rapporto è quella del Myanmar: il governo ha infatti preso la storica decisione di liberare oltre 300 prigionieri politici e di consentire ad Aung San Suu Kyi di candidarsi alle elezioni, sebbene l'escalation delle violazioni dei diritti umani collegate al conflitto nelle zone dove vivono le minoranze etniche nonché i continui arresti e intimidazioni contro gli attivisti, suggeriscono tuttavia che le riforme in corso hanno portata limitata.

Bacchettata anche l'Italia sui rapporti con la Libia, i respingimenti, il caso Sandri e le riforme del governo Monti. "Trasparenza e garanzie", chiede l'associazione. L'organizzazione precisa di aver puntato i fari sulla Libia per capire "in che misura il governo Monti vuole marcare una sua discontinuità sui diritti umani" dal precedente esecutivo, responsabile invece di una risposta carente verso le oltre 52mila persone arrivate nel 2011 dal Nord Africa, che ha determinato violazioni dei diritti umani di richiedenti asilo, migranti e rifugiati. L'organizzazione umanitaria è inoltre intervenuta sulla sentenza della Corte di cassazione sull'omicidio di Gabriele Sandri. Secondo Amnesty, la sentenza è "la conferma definitiva, sul piano giudiziario, di un grave episodio che chiama in causa le responsabilità delle forze di polizia italiane circa l'uso delle armi da fuoco e della forza. Anche la 'questione rom' ha chiamato in causa l'intervento di Amnesty che si è detta "preoccupata per le notizie relative a tentativi di compiere attacchi razzisti a Pescara e nei suoi dintorni". Amnesty International ha sollecitato le autorità italiane a "prendere tutte le misure necessarie per proteggere le comunità rom da intimidazioni e attacchi, a condannare pubblicamente la violenza razzista e l'incitamento alla violenza razzista e all'odio razziale, ad avviare immediate e approfondite indagini su atti di intimidazione e di violenza di stampo razzista e a garantire che gli autori di tali azioni saranno sottoposti a procedimenti sulla base di leggi contemplanti pene commisurate alla gravità dei crimini commessi".

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