Anche Draghi media con Putin. La leva di Mosca per smuovere Lukashenko

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Lukashenko/Draghi/Putin (Photo: ANSA)
Lukashenko/Draghi/Putin (Photo: ANSA)

Dopo Angela Merkel ed Emmanuel Macron, ci prova Mario Draghi a cercare una mediazione con Vladimir Putin sulle tensioni legate ai flussi di migranti diretti dall’alleato di Mosca Alexander Lukashenko verso i confini europei, in particolare quelli polacchi. Oggi il premier italiano ha sentito al telefono il capo del Cremlino, come hanno fatto nei giorni scorsi la cancelliera tedesca e il presidente francese. Il risultato è simile. Anche con Draghi, Putin sottolinea la necessità di stabilire una cooperazione diretta tra Ue e Minsk, cosa che Merkel ha già messo in opera finendo bersaglio delle critiche polacche ma anche nella stessa Germania. E poi, secondo l’ufficio stampa del Cremlino, con il premier italiano, il leader russo si lamenta delle “violazioni degli obblighi internazionali da parte della Polonia nella protezione dei diritti dei profughi” e sugli episodi di “trattamento crudele” dei migranti da parte delle guardie di frontiera polacche.

La situazione al confine tra Bielorussia e Polonia è ancora incandescente. Il dittatore di Minsk accusa la Germania e l’Europa di non voler accogliere i duemila profughi bloccati alla frontiera. Il portavoce di Merkel Steffen Seibert ammette che è vero, sottolineando che questa “non è una soluzione accettabile per la Germania o l’Ue”. Il governo di Varsavia minaccia di chiudere il confine del tutto. E ci si mette anche Viktor Orban che chiede a Bruxelles di annullargli la procedura di infrazione sui respingimenti dei migranti, visto che adesso nessuno sta sanzionando la Polonia per questo (anche qui, recriminazioni fondate).

Domani a Strasburgo, in concomitanza con la plenaria del Parlamento Europeo, la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen presiederà una riunione dei commissari incentrata sulla crisi tra Polonia e Bielorussia. Al termine del vertice, la presidente dovrebbe annunciare in aula il pacchetto di sanzioni europee contro la Bielorussia, decise lunedì scorso dai ministri degli Esteri dei paesi Ue. Da una settimana infatti c’è il benestare dei 27 sul rafforzamento delle sanzioni contro Lukashenko, ma ancora non è pronta la lista delle personalità, delle entità e delle compagnie aeree da penalizzare. Domani appunto potrebbe presentarla von der Leyen agli eurodeputati riuniti in plenaria: misure dure per chi collabora al piano di Minsk di raccogliere migranti dal medio oriente per poi spedirli o accompagnarli verso il confine con la Polonia.

Oltre che delle tensioni sui migranti, Draghi e Putin discutono anche degli aumenti dei prezzi dell’energia e della presenza militare russa alla frontiera con l’Ucraina, ulteriore motivo di preoccupazione europea che si somma all’allarme per la presenza dei soldati bielorussi tra i migranti ammassati al confine con la Polonia.

A due settimane dall’escalation di una crisi iniziata già mesi fa, nonostante siano stati organizzati i primi voli per i rimpatri, la soluzione non è all’orizzonte. Il premier polacco Mateusz Morawiecki dice che la Polonia è “pronta a tutto”, perché, accusa, le autorità bielorusse stanno impedendo ai migranti mediorientali di tornare in patria e i militari di Minsk stanno armando i migranti con coltelli esortandoli a utilizzarli contro le guardie di frontiera polacche. L’alleato di Morawiecki, Orban, approfitta di quello che ormai si può chiamare ‘modello polacco’, ovvero respingimenti anche dei migranti che riescono a superare il confine cui viene negato il diritto di presentare domanda di asilo, per chiedere a Bruxelles di sospendere la procedura di infrazione aperta sull’immigrazione nei confronti dell’Ungheria.

“Alla luce dell’urgenza e della grave crisi” alle frontiere con la Bielorussia, si invita l’Ue a “proporre l’adeguamento del quadro normativo alle nuove realtà” e ad “interrompere l’applicazione delle norme obsolete e ostruzionistiche in vigore”, recita la missiva da Budapest, che la Commissione ufficialmente dice di non aver ricevuto. Ma il senso è chiaro. Se la Polonia riesce a raccogliere solidarietà con le sue pratiche scorrette, perché un paese che usa la stesse pratiche, come l’Ungheria, dovrebbe essere sanzionato? Non fa una piega.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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