Anche Draghi ha un limite

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(Photo: ANDREW MEDICHINI via Getty Images)
(Photo: ANDREW MEDICHINI via Getty Images)

Ed è già la seconda volta – e il perseverare è per sua natura diabolico – che un ministro della Repubblica in carica, peraltro di un certo rilievo, legato da antica consuetudine, amicizia e sintonia col premier in carica, insomma Giancarlo Giorgetti, interviene, con non celata ruvidezza, sul profilo istituzionale del paese. Già di per sé, un’anomalia e una sgrammaticatura, di quelle che in tempi meno anomali e sgrammaticati avrebbero suscitato un certo stupore. La tesi poi (non è solo un auspicio ma un progetto politico) è ardita: o resta Mattarella “ancora per un anno”, per poi consentire l’ascesa di Draghi, o si elegge subito al Colle l’attuale premier per “guidare il convoglio anche da fuori”, insomma, “un semipresidenzialismo de facto, in cui il presidente della Repubblica allarga le sue funzioni anche da fuori”. Bingo.

In sostanza, la Costituzione vigente, secondo cui il capo dello Stato è il “garante” della medesima, rimane in carica sette anni, ha poteri non di governo, eccetera eccetera, non conta. Se ne propone un suo superamento, appunto de facto, in nome di un gollismo, con tutto il rispetto, senza De Gaulle e senza popolo, mica male: l’Italia si ritroverebbe, nella sostanza, una nuova Costituzione, senza averla discussa e votata; e pure un capo del governo al Colle, senza averlo votato, anzi votato da quella politica che è così “debole” da poter imporre, in un cortocircuito emergenziale, una riforma così poderosa da non essere stata mai fatta neanche dai partiti nel pieno delle loro funzioni e legittimazione.

In un colpo solo, un doppio scacco della sovranità popolare - sulle regole fondamentali e sul governo che verrà - da rendere tecnicamente possibile riattualizzare la formula di “colpo di Stato permanente” che Mitterrand utilizzò di fronte alla riforma, sia pur scelta dai francesi, di De Gaulle (altro che le tiepide parole affidate a “fonti del Nazareno” sull’inopportunità dell’uscita). Qualunque cosa votino i cittadini nel 2023 o quando sarà – questa la filosofia di fondo - al Colle c’è già chi ha i poteri del premier e, ca van san dire, del ministro dell’Economia. E dunque tutto il dibattitto sarà su quale sia la figura più adatta non disturbare da palazzo Chigi il vero manovratore che dovrà indicarlo, carica per cui certamente Giorgetti non pensa a sé, ma inevitabilmente i maligni leggeranno la manovra come un’autopromozione.

Per favorire o nell’attesa che si realizzi il disegno, viene proposto a Sergio Mattarella di rimanere un annetto, proposta che ha il sapore di una sgradevole pressione verso un capo dello Stato in carica che già si è andato a cercare una casa in affitto, gesto che marca una certa lontananza dall’attaccamento al potere e dall’attitudine al mercanteggiamento. Insomma, il proprietario consente all’inquilino non moroso di rimanere per un altro anno nell’appartamento che occupa, a patto che poi non pretenda di rimanere oltre. Perché tutto si può chiedere tranne un mandato che nasce a termine, come del resto non nacque a termine quello di Giorgio Napolitano, le cui dimissioni furono frutto di una sua scelta, in quel caso dovuta anche alla fatica fisica, ma non a un’intimazione preventiva della politica che ne avrebbero fatto, al momento dell’elezione, un capo dello Stato dimezzato, privo di quella piena legittimazione che è parte integrante del ruolo di supremo garante.

Fuori da ogni ipocrisia: negli ultimi trent’anni, anche come diretta conseguenza della crisi del sistema dei partiti, il ruolo del capo dello Stato è cambiato, andando ben oltre l’abusato termine di “arbitro” o “notaio”. A seconda delle circostanze la famosa “fisarmonica” presidenziale, termine caro a Giuliano Amato, si è allargata o si è ristretta, come del resto è accaduto anche in questa legislatura: in due casi le indicazioni per formare un governo sono arrivate dai partiti, nel terzo è stato il capo dello Stato a prospettare una soluzione di emergenza. Esercitò il ruolo previsto della Costituzione sia quando si rifiutò di nominare Paolo Savona all’Economia, sia quando diede l’incarico a Draghi, ma sia nell’uno sia nell’altro caso si è mosso nell’ambito di quei poteri previsti dalla Costituzione.

L’idea di mandare Draghi al Colle con un mandato incorporato che esonda rispetto alla Costituzione è una rupture mai vista, che segnala anche un clima che si sta creando rispetto all’eventualità. E cioè la trasformazione dell’“uomo della necessità” in “uomo della provvidenza”, di cui fa parte l’eccesso di trionfalismo per la fase e l’attitudine a “non disturbare il manovratore”, alimentato da un sistema economico, da sempre incline a una politica debole, che vuole stabilizzare l’eccezione. È un carico troppo gravoso e potenzialmente dannoso anche per Draghi la cui figura di riserva della Repubblica che con successo si è messa a servizio del paese rischia di finire stritolata nel tritacarne del Quirinale, su questi presupposti. Né giova questa artata competizione con Mattarella che rischia di incrinare un idillio costituente che ha consentito di salvare il paese nel segno della cooperazione e dell’armonia. Per la piega che sta prendendo il dibattito c’è da chiedersi se il premier può continuare a porsi come estraneo o se sia opportuna una parola per porre fine al cortocircuito delle iniziative dei tanti “più realisti del re” che si prestano a essere malevolmente interpretate come un modo per sondare il terreno, per conto altrui, e vedere l’effetto che fa.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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