Anche l'Ue ha i suoi ribelli, a Cop26 otto Stati non firmano patto sul metano

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President of the European Commission Ursula von der Leyen (R) walks past US President Joe Biden (front L) speaking to US Special Presidential Envoy for Climate John Kerry (rear L) during a meeting, as part of the World Leaders' Summit of the COP26 UN Climate Change Conference in Glasgow, Scotland, on November 2, 2021. - World leaders meeting at the COP26 climate summit in Glasgow will issue a multibillion-dollar pledge to end deforestation by 2030 but that date is too distant for campaigners who want action sooner to save the planet's lungs. (Photo by Brendan SMIALOWSKI / AFP) (Photo by BRENDAN SMIALOWSKI/AFP via Getty Images) (Photo: BRENDAN SMIALOWSKI via Getty Images)
President of the European Commission Ursula von der Leyen (R) walks past US President Joe Biden (front L) speaking to US Special Presidential Envoy for Climate John Kerry (rear L) during a meeting, as part of the World Leaders' Summit of the COP26 UN Climate Change Conference in Glasgow, Scotland, on November 2, 2021. - World leaders meeting at the COP26 climate summit in Glasgow will issue a multibillion-dollar pledge to end deforestation by 2030 but that date is too distant for campaigners who want action sooner to save the planet's lungs. (Photo by Brendan SMIALOWSKI / AFP) (Photo by BRENDAN SMIALOWSKI/AFP via Getty Images) (Photo: BRENDAN SMIALOWSKI via Getty Images)

Non solo India, Cina, Russia e Turchia. Di loro si sa che sono meno pronti e partecipi alla lotta ai cambiamenti climatici, tanto che alla Cop26 non hanno aderito all’accordo sottoscritto da oltre 100 Stati per la riduzione del 30 per cento delle emissioni di metano rispetto ai livelli del 2020 entro il 2030. Il punto è che persino l’Unione Europea, primo continente a indicare l’obiettivo di arrivare alla neutralità climatica nel 2050, non si presenta compatta al cosiddetto ‘Global methane pledge’. La nuova iniziativa globale, presentata ieri a Glasgow da Ursula von der Leyen e Joe Biden, non è stata firmata da ben otto paesi membri dell’Unione: Austria, Polonia, Romania, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria, Lettonia, Lituania.

Il nuovo piano impegna i firmatari - che rappresentano il 70 per cento del pil mondiale - a ridurre le perdite di metano nell’atmosfera durante l’estrazione, il trasporto e l’utilizzo del gas e a sviluppare e utilizzare le migliori metodologie disponibili per monitorare e quantificare le emissioni di metano, con particolare attenzione alle fonti ad alte emissioni. Si tratta di un importante contributo per mantenere il riscaldamento globale entro un aumento di 1,5 gradi. La presidente della Commissione Europea e il presidente degli Usa l’hanno infatti esibito come fiore all’occhiello dell’impegno di Bruxelles e Washington contro i cambiamenti climatici. Ma anche l’Ue, pur avendo sottoscritto il nuovo programma come Commissione Europea, non si presenta compatta.

Proprio il ‘Global methane pledge’ fa emergere le differenze di approccio tra i 27 Stati dell’Unione, che non procedono alla stessa velocità nelle azioni per il clima. I paesi membri dell’est, per dire, sono i più dipendenti dal carbone e dunque più indietro nella transizione. La Polonia sta persino minacciando di non implementare il ‘Fit x 55’, il pacchetto di proposte legislative della Commissione Europea su energia e clima, se Bruxelles non sbloccherà i fondi del suo recovery plan, ‘congelato’ per le violazioni dello stato di diritto. Ora Varsavia è insieme a Budapest, ma anche Vienna e gli altri a frenare sull’iniziativa per ridurre le emissioni di metano.

L’Unione Europea ha una posizione virtuosa nella lotta ai cambiamenti climatici, ma deve fare i conti con le proprie divisioni interne, su questo dossier come su altri. Insomma, non è sufficiente prendersela con i paesi del blocco orientale, poco collaborativi sul tema. Accuse che non vengono accettate a est. Ma mentre al G20 di Roma la presidenza italiana affidata a Mario Draghi ha fatto in modo di non fare esplodere le tensioni, per trarre il meglio dalle trattative multilaterali, a Glasgow la tensione esplode eccome.

“Non siamo d'accordo”, tuona il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, rispondendo alle critiche di Biden circa l’assenza di Putin (e Xi Jiping) in Scozia (come a Roma, del resto). "La sua tundra sta bruciando, letteralmente. Sta affrontando problemi climatici molto, molto seri, ma rimane in silenzio”, è l’accusa del presidente Usa. Le azioni della Russia contro il riscaldamento globale "sono coerenti, ponderate e serie - ribatte Peskov - La tundra sta davvero bruciando. Ma non dimentichiamo che le foreste stanno bruciando anche in California, Turchia e in altre parti del mondo. Non stiamo certo minimizzando l'importanza di ciò che sta accadendo a Glasgow", ma "le azioni climatiche della Russia non sono regolate in base a questo o quell'evento”.

La Russia si impegna a raggiungere la neutralità climatica solo nel 2060, come la Cina. L’India addirittura nel 2070. La formula delle emissioni zero entro ‘metà secolo’, trovata al G20 di Roma, serve a trovare un compromesso tra occidente e oriente e magari anche ad andare incontro ai paesi europei più recalcitranti, quelli che non hanno certo brindato quando l’Unione ha proclamato l’obiettivo del 2050.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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