Andreoni: "Le reinfezioni c'erano anche prima, non sono prerogativa di Omicron"

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Il professor Massimo Andreoni (Photo: getty)
Il professor Massimo Andreoni (Photo: getty)

Omicron sta cambiando gli assetti della pandemia. Anche per quanto riguarda il numero delle reinfezioni. I prodromi, d’altronde, si erano avuti già tra novembre e dicembre in Regno Unito: alcuni dati preliminari raccolti dall’Imperial College di Londra avevano associato la nuova variante a un rischio di reinfezione 5,4 volte maggiore rispetto a Delta. Intanto in Italia, fino a metà dicembre, i casi di reinfezione si sono mantenuti abbastanza stabili, attestandosi sull’1% del totale delle diagnosi di positività. Ma ora le cifre sono in costante crescita. ”È verosimile che chi si è infettato con la Delta, oggi si sta reinfettando con la Omicron”, afferma Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe. Ma la crescita delle reinfezioni dipende esclusivamente dalle seconde infezioni di chi, dopo essersi ammalato con Delta, contrae il virus attraverso Omicron? “Le reinfezioni non sono prerogativa della nuova variante: sono sempre avvenute nell’arco di tutta la pandemia di SARS-CoV-2, sia con nuove varianti che con i medesimi ceppi che avevano determinato l’infezione originaria”, specifica all’HuffPost il professor Massimo Andreoni, primario di Infettivologia al Policlinico Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (Simit).

“Dunque - spiega Andreoni - più che affermare che i soggetti che hanno contratto la variante Delta hanno maggiore facilità di riammalarsi con Omicron, direi che in questo momento le reinfezioni sono più frequenti perché proporzionali all’altissimo numero di nuovi positivi. In un contesto in cui la circolazione del virus è così elevata, sale anche la possibilità di contagio dei soggetti parzialmente immunizzati a causa di una pregressa infezione da Covid. Questo è il primo elemento da considerare per spiegare la crescita del tasso di reinfezione”.

Il professor Andreoni spiega che esiste un secondo elemento da tenere in considerazione. “La pandemia dura ormai da quasi due anni: vecchie infezioni, verificatesi nelle prime ondate, hanno ormai lasciato una modesta immunità in chi le ha contratte. Ovviamente questi soggetti sono più esposti al rischio di contrarre l’infezione una seconda volta”. “Più che guardare alle caratteristiche dei virus e delle varianti - prosegue l’infettivologo - sono questi gli eventi epidemiologici che correlerei all’aumento delle reinfezioni”.

E che i numeri crescano lo dimostrano anche i dati provenienti dal mondo. In Spagna, per esempio, negli ultimi 15 giorni il numero totale di reinfezioni da Covid ha superato quelle registrate dall’inizio della pandemia. I dati dell’Istituto sanitario Carlos III mostrano come nell’arco di due settimane, tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio, in Spagna siano state segnalate 20.890 reinfezioni contro le 17.140 registrate dall’inizio della pandemia al 22 dicembre.

Nell’ultimo aggiornamento nazionale sull’epidemia in Italia dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss) si legge che “la probabilità di contrarre una reinfezione risulta più elevata nei non vaccinati rispetto ai vaccinati con almeno una dose e negli operatori sanitari, rispetto al resto della popolazione”. Come mai? “Ovviamente gli operatori sanitari sono una categoria ad alto rischio esposta a maggiori possibilità di contagio, quindi per loro le probabilità di reinfezione si moltiplicano. Mentre nei soggetti con infezione pregressa che hanno ricevuto anche il vaccino, le possibilità di reinfezione sono ridotte in quanto un ulteriore stimolo anticorpale è stato innestato su un’immunità naturale già presente”, spiega all’HuffPost il primario di Infettivologia al Policlinico Tor Vergata di Roma.

E per quanto riguarda i soggetti che hanno avuto soltanto l’infezione da Covid ma non si sono vaccinati? Andreoni afferma che “alcuni dati preliminari lasciano intravedere che la sola immunità naturale nei confronti di Omicron risulterebbe leggermente meno efficace di quella vaccinale, differentemente rispetto a quanto accaduto con le precedenti varianti. Ma si tratta di evidenze che andranno analizzate e confermate”.

Venendo al capitolo sintomatologia, l’infettivologo rassicura sottolineando che “normalmente nelle reinfezioni si hanno manifestazioni di carattere minore rispetto alle infezioni primarie. Ovviamente ci sono le eccezioni, che dipendono dalla fragilità del paziente: si pensi, per esempio, ai soggetti immunodepressi o con quadri clinici particolarmente complessi”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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