Andreoni: 'Trattati 200mila con epatite C ma altrettanti ignorano di averla'

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Roma, 22 nov. (Adnkronos Salute) – "Ad oggi abbiamo trattato più di 200mila persone affette dal virus dell'epatite C con epatopatia cronica: un grande successo perché nella quasi totalità di questi casi siamo riusciti a eradicare il virus. Tuttavia, ci sono almeno altre 200mila persone che non sanno di avere l'epatite cronica. Costituiscono quel sommerso che fa sì che queste persone possano avere in un futuro, più o meno prossimo, l'evoluzione della malattia. Ecco perché è necessario ampliare la platea da sottoporre agli appositi screening". Lo sottolinea all'Adnkronos Salute Massimo Andreoni, primario di Infettivologia al Policlinico Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali, a margine del XXI Congresso nazionale Simit in corso a Roma.

L'epatite C è una "malattia subdola – evidenzia Andreoni – che impiega anni per dare quel quadro clinico che rende evidente la malattia anche agli occhi del paziente. Quindi bisogna prevenire tutto questo, fare gli screening, perché arrivare prima alla diagnosi permetterà a queste persone non solo di non evolvere nella malattia, ma di guarire e soprattutto di non trasmettere l'infezione. La cura dei pazienti con" virus dell'epatite C "Hcv serve anche a ridurre la circolazione del virus".

Sicuramente la scelta di testare e sottoporre a screening "le persone nate nel periodo compreso tra il 1969 e il 1989 – osserva l'esperto – nasceva dalla considerazione che all'interno di questa fascia di popolazione ci fossero le persone a maggior rischio di trasmettere l'infezione. Noi tutti però sappiamo che la popolazione nata prima del 1969 probabilmente è quella in cui c'è una maggiore prevalenza dell'infezione. Non solo, in questa fascia di popolazione esiste la maggior parte del sommerso. Questo vuol dire che, se vogliamo raggiungere l'obiettivo che ci richiede l'Organizzazione mondiale della sanità ovvero l'eliminazione del virus, inevitabilmente dovremo allargare gli screening anche alle persone più anziane".

Quindi "cocorre puntare su uno screening più strutturato – esorta Andreoni – non soltanto limitato a chi è nato tra il 1969 e il 1989, ma procedere con classi più anziane, a partire dai nati del 1943. Si può fare gradualmente, ma deve essere assolutamente fatto".