Annalisa Ghidotti: “Parlare di cibo e alimentazione va molto al di là di ciò che metto nel piatto”

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annalisa ghidotti
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Gennaio è il mese dei buoni propositi e tra i più gettonati c’è quello di mettersi a dieta o comunque di rimettersi in forma dopo le feste. Ne abbiamo parlato con Annalisa Ghidotti, dietista e ospite a Mirror.

Ciao Annalisa, la tua biografia Instagram dice che sei una “dietista per casi disperati e sogni nel cassetto”. Una descrizione molto bella, quasi quanto il tuo username: Sale e Limone. Perché?

Nasce anni fa, volevo un nome che fosse molto mediterraneo, che richiamasse l’alimentazione italiana, i colori e i sapori della nostra tradizione, la freschezza e il giallo del limone e il bianco del sale. Poi mi piaceva che ci fosse una sorta di dualismo, sale e limone, così come io racconto la mia vita da dietista ma anche da persona normale, da Annalisa. Normalizzo molto ciò che faccio, il mio lavoro e la mia vita, mostrando anche il dietro le quinte. Specifico che non c’entra “tequila sale e limone” (ride, ndr).

Io ti ho presentato come dietista e vorrei partire proprio da questo. Credo ci sia molta confusione sulle varie figure che si occupano di alimentazione: dietisti, dietologi, nutrizionisti, medici, ma anche persone che fanno corsi di alimentazione di due giorni e poi si spacciano per esperti e stilano diete. Ti va di spiegarci la differenza tra queste figure?

Siamo tutti nutrizionisti: con questo termine si indica qualsiasi esperto della salute che si occupa di nutrizione e alimentazione umana. Ma i percorsi di studi sono diversi. Nel mio caso, quella del dietista è una laurea triennale, è una delle professioni sanitarie come infermieristica, fisioterapia, ostetricia. Nutrizionista invece è un nome che viene assegnato a biologi e medici (che quindi sono biologi nutrizionisti e medici nutrizionisti) per specificare che tipo di figura professionale sono, che percorso di studi ha intrapreso. Dire “dietista nutrizionista” è ridondante, nel senso che noi ci occupiamo solo di nutrizione e alimentazione umana, mentre biologi e medici possono avere specializzazioni diverse. Bisogna affidarsi solo a queste tre figure: dietista, biologo nutrizionista o medico nutrizionista (ovvero il dietologo). Ognuno di noi poi ha delle sfumature diverse.

Per esempio?

Il medico è l’unico che può fare diagnosi e prescrivere farmaci. Ma i compiti principali, quelli per cui il nostro ruolo è più famoso – quindi corsi di educazione alimentare, o di accompagnamento su una dieta personalizzata, occuparsi di malnutrizione in eccesso e in difetto – li possiamo fare tutti, anche se il dietista lavora su prescrizione medica perché è compito del medico stabilire in quale condizione clinica si trova il paziente e quindi se ha necessità di un percorso patologico o fisiologico. Il medico che fa la prescrizione di solito è un ginecologo, un gastroenterologo o un medico di base. Tutto il resto, che non è compreso in questi tre ruoli (dietista, dietologo e biologo nutrizionista), non esiste, lo lasciamo stare. Non solo lo sconsiglio vivamente, ma ricordo che è abuso di professione, non è legale che esistano certe figure, anche se purtroppo esistono, soprattutto nel mondo online.

Secondo me se ne trovano tanti anche nel mondo del fitness: chi si occupa dell’allenamento e ti propone anche diete abbinate. Ricordiamo che è, appunto, illegale.

Io per fortuna lavoro con una rete di personal trainer e di altre professioni complementari alla mia in cui però i ruoli sono molto definiti e il fatto di lavorare insieme diventa una grande ricchezza. Non è mai un pestarsi i piedi. Io non sarei in grado di dare a un paziente una scheda di allenamento efficace e adatta; allo stesso modo i trainer con cui lavoro, che sono laureati in Scienze motorie, sanno benissimo che quando c’è bisogno di un intervento nutrizionale ci sono io o le mie colleghe. È un arricchirsi reciprocamente. Purtroppo ci sono anche i tuttologi, qui come in ogni campo, che rischiano di fare danni enormi.

Se per diventare nutrizionisti bisogna studiare tanti anni un motivo ci sarà…

È più complesso di quanto sembri. Sembra facile parlare di cibo, è una cosa di cui si parla tutto il giorno tutti i giorni, mangiare è una cosa che fanno tutti quindi sembra un argomento banale. In realtà dietro ci sono sfumature e approfondimenti importanti.

Lavori anche con psicologi e psicoterapeuti?

Sì, insieme ai personal trainer sono i ruoli più vicini e complementari a me. Nella mia formazione ho un master di primo livello sui Disturbi del comportamento alimentare (DCA) che si chiama proprio “Trattamento e diagnosi multidisciplinare”, quindi io sono stata proprio formata per il lavoro in équipe, che io trovo fantastico. Invece sembra sempre che se lavori con qualcuno è per toglierti un pezzo del lavoro da fare, in realtà è una valorizzazione immensa. Psicologi e psicoterapeuti sono fondamentali soprattutto per il tipo di target dei miei pazienti.

Ovvero?

Io seguo tantissimi pazienti che soffrono di disturbi alimentari. La maggior parte dei percorsi sono per malnutrizione in eccesso o in difetto, quindi dimagrimento o ricomposizione corporea. Ma soprattutto vengono da me, come dicevamo prima, i “casi disperati e i sogni nel cassetto”, cioè persone che hanno provato e riprovato nel tempo, che pensano di non farcela più e di non poter ricominciare e che si sentono, in altri contesti, poco ascoltati e poco capiti nella loro relazione col cibo e quindi sono molto spesso storie che hanno bisogno di una mano tesa in più, di un ascolto che vada oltre l’immaginario collettivo della dietista che ti bacchetta. Chi arriva dai social (ma anche dai passaparola) mi sceglie, mi conosce già un po’ e sa che ho un approccio empatico al mio lavoro. La relazione che si crea col paziente è una parte molto importante di un percorso così intimo, perché parlare di cibo e alimentazione va molto al di là di ciò che metto nel carrello della spesa. L’alimentazione è bellissima proprio perché è centrale nelle feste, nelle tradizioni, nei momenti conviviali. Un’altra cosa di cui mi occupo molto è il benessere femminile, quindi percorsi in gravidanza o di chi cerca un figlio o che ha problemi di fertilità, endometriosi, ovaio policistico. Anche in questi casi molto spesso la figura della psicologa o della psicoterapeuta che mi sta accanto è fondamentale.

Sfatiamo un po’ anche il mito che vanno dal nutrizionista solo persone che non sono normopeso. C’è anche gente che va semplicemente per stare meglio e per saperne di più sull’alimentazione.

Se avessi una bacchetta magica, il mio lavoro sarebbe solo di prevenzione. Grazie soprattutto ai social e all’online, sempre di più mi capita di avere pazienti che magari sono appena andati a vivere da soli o al contrario hanno appena formato una famiglia, hanno cambiato vita in qualche modo, e hanno bisogno di mettere ordine nel menù. La maggior parte delle volte mi trovo a dire, soprattutto a persone con famiglia e figli: “Guardate che siete bravissimi a riuscire a incastrare tutto, va bene così. Non è necessario fare sempre 10/10. Se pensate che i dietisti siano sempre perfetti, vi sbagliate”. Spesso mi capita di fare percorsi di vera e propria educazione alimentare. Ci si vede magari per poche “puntate” più lunghe, per 2-3 ore nel corso di un mese, in cui si impara cos’è una dieta bilanciata, come si crea un piatto bilanciato, come si struttura una giornata e una settimana. Mi capita anche di dare dei compiti per la “puntata successiva”, per esempio comporre dei piatti, e poi li vediamo insieme. Dopo la giornata si impara a strutturare la settimana. Tutto parte da lì, da capire come bisogna organizzarsi a casa. Molto spesso si tratta semplicemente di dare degli spunti sugli ingredienti da mettere nel carrello, perché se io ho tutte le buone intenzioni del mondo ma poi arrivo a casa e in dispensa non c’è nulla o ci sono solo “schifezze” c’è poco da fare. Spesso si fanno errori credendo invece di fare il meglio per sé, tipo: mangio sano se non mangio la pasta. Ovviamente non è così.

Quali sono gli errori più comuni che riscontri nei tuoi pazienti?

Nella mia bio di Instagram c’è scritto: “Protettrice dei carboidrati”. Sono demonizzati eppure sono un alimento vegetale, la nostra principale fonte di energia, privi di tutte le cose note per essere potenzialmente dannosi, sono versatilissimi (pasta, tutti i tipi di cereali, pane, patate…). L’errore più comune in assoluto è questo: eliminare i carboidrati pensando di mangiare sano. Poi invece mi manca una componente energetica fondamentale quindi sono stanco, arrabbiato, triste, insoddisfatto. Dopo un’ora torno ad aprire la dispensa.

Io personalmente sono rimasta abbastanza stupita quando ho scoperto che, a parità di grammi, carboidrati e proteine hanno le stesse calorie.

Non va ridotto tutto alle calorie, però sì, dal punto di vista nutrizionale io sento dire cose assurde come “i carboidrati sono calorici, viva le proteine” quando in realtà l’apporto è lo stesso. Ovviamente non sto demonizzando le proteine, ma ultimamente si sta valorizzando molto questo macroalimento di cui in realtà abbiamo molto meno bisogno rispetto ai carboidrati.

Tutti gli anni dopo le feste natalizie e dopo le vacanze estive non fanno in tempo a finire questi momenti di relax che partono sui vari media i servizi su come perdere i chili presi durante le feste. Quanto è dannosa questa cosa?

Infinitamente. Questo bombardamento di informazioni su come devo essere, cosa devo fare, come rimediare a quello che ho mangiato in più rispetto al solito perché mi sono goduto un momento conviviale… tutto questo per rientrare in parametri che ha deciso chi? Boh! Nessuno. È tutto infinitamente dannoso e va contro tutto ciò che raccomando ai miei pazienti. E non lo dico io, lo dicono le linee guida nutrizionali, lo dice la scienza. In generale il concetto di corpo, di nutrizione, di alimentazione è un argomento su cui siamo bombardati tutto l’anno. A gennaio ancora di più perché ho molto fresche le occasioni di festa appena vissute.

Recentemente mi ha colpito molto una ragazza che mi ha detto di aver preso qualche chilo negli ultimi mesi perché è stata più felice, quindi si è rilassata, si è “lasciata andare”. Mi ha colpito perché era un ragionamento bellissimo ma che va controcorrente rispetto a tutto quello che ci insegnano fin da bambine (soprattutto alle ragazze). E non è assolutamente sovrappeso…

Sai cosa ti dico? Ma anche se fosse sovrappeso, finché siamo in un contesto di salute va bene così. La definizione di salute comprende tanto il punto di vista clinico quanto quello psicologico. La salute non è non essere malato, ma comprende molto di più, tra cui l’essere più felice. Che poi… quanto è bello dire una cosa del genere? Però è davvero faticoso, perché socialmente ci sentiamo dire che dobbiamo essere bravi, rigorosi, controllare tutto, allenarmi costantemente, mettere paletti ferrei per quanto riguarda l’alimentazione. Se invece io mi prendo cura di me in un modo che io definisco di “risparmio energetico” – cioè rallentare, prendermi del tempo per me, godermi qualcosa, magari non pensare all’allenamento o alla dieta quando sono in vacanza – non va bene, non è socialmente accettato. Ascoltarsi di più a volte vuol dire anche avere un cambiamento della propria immagine corporea e questo è etichettato come un fallimento. Il cibo poi è un rifugio per tantissimi motivi. C’è il comfort food, il cibo che ti prepari quando vuoi una coccola in una giornata no. Poi c’è il cibo che per noi corrisponde a un momento di festa, la cosa che ci preparava la nonna da piccoli. Se ci pensi, durante le feste e nei momenti conviviali ci si ritrova sempre intorno al tavolo: per un caffè, un drink, un pasto, un aperitivo. Il cibo è sempre centrale. C’è tantissimo di cuore e di psiche dietro alla relazione col cibo.

Dicono che sia tipico di noi italiani: mentre mangiamo, parliamo sempre di cibo. Non abbiamo ancora finito quello che c’è nel piatto che già pensiamo al prossimo pasto o alle cose che vorremmo mangiare.

È verissimo. Finché è collegato a una curiosità verso il cibo, a una voglia di rivedersi eccetera, va bene. Quando invece diventa un’ossessione, il motivo di paragone tra colleghi, il confronto con il cibo che gli altri portano al lavoro o mangiano in altre occasioni sociali, o facciamo complimenti legati al corpo, allora diventa un problema. A volte diciamo “che brava, sei dimagrita” e non sappiamo che dietro c’è un mondo fatto di malattie, ansie, preoccupazioni, pensieri enormi, disturbi alimentari. Non dovremmo mai fare osservazioni sul corpo degli altri, neanche quando lo facciamo in buona fede, perché non sappiamo mai cosa c’è dietro. Gennaio poi è un mese ancora più delicato.

piramide alimentare
piramide alimentare

Gennaio è anche il mese del veganuary, cioè il mese in cui chi vuole diventare vegano tenta di non mangiare (appunto, per un mese) alimenti di origine animali. Cosa ne pensi?

Io sono un’onnivora particolare, nel senso che consumo poca carne e pesce. Li compro pochissimo, quasi mai, la cucino ancora meno, però mi capita di consumarli magari quando sono fuori a pranzo o cena. Del veganuary penso tutto il bene possibile, anzi, sono iscritta perché è un’occasione per tutti quelli che vogliono avvicinarsi a un mondo più green per una scelta etica, per curiosità, per un motivo ambientale e/o animalista. Io sono iscritta, ripeto, ma non lo sto facendo al 100%, però è sicuramente un ottimo spunto per chi ha dei pregiudizi a riguardo o per chi ha ha bisogno di nuove idee.

L’alimentazione vegetale è un mondo vastissimo, comprende talmente tanti piatti anche tipicamente italiani che già di per sé sono vegetariani se non addirittura vegani.

Ragazzi, la pasta al pomodoro! Ma anche risi e bisi, pasta e fagioli, la polenta con le lenticchie, le varie zuppe del centro Italia, le cicerchie, tantissimi piatti.

La stessa pizza se non ci metti la mozzarella, o se la sostituisci con un “formaggio vegetale”.

La margherita è inclusa in un’alimentazione vegetariana. Ricordiamo che l’alimentazione onnivora include quella vegana e vegetariana, la maggior parte dei nostri piatti settimanali – da linee guida – non dovrebbero comprendere carne o pesce. Più o meno, almeno la metà di quello che noi consumiamo in settimana dovrebbe essere vegetariana se non vegana, quindi usare, per esempio, formaggi e uova (per i vegetariani) e legumi (per i vegani) come principale fonte proteica del nostro pasto. A chi decide di iscriversi (gratis, è un’associazione no profit) al veganuary arrivano ogni giorno mail su come avvicinarsi a questo tipo di scelta etica-alimentare. Io ho tantissimi pazienti che, nonostante io sia onnivora, sono vegetariani o vegani. Molti lo sono diventati durante il primo lockdown.

Davvero?

Sì, perché andando poco a fare la spesa era molto più comodo e facile reperire e fare scorta di scatole di legumi che tranci di carne o pesce. Quindi molti hanno aumentato a dismisura il loro consumo di prodotti animali durante quei mesi. In ogni caso, ricordo che la piramide alimentare onnivora della dieta mediterranea implica un consumo di carne e pesce molto inferiore a quella che è la media italiana, per non parlare della media mondiale. E il golden standard dell’alimentazione a livello mondiale resta sempre la dieta mediterranea. Se tutti la seguissero ci sarebbero molti meno problemi nel proprio piccolo (la salute) che in un contesto più ampio (economico ed ambientale).

Prima hai citato il piatto bilanciato. Ci vuoi spiegare di cosa si tratta?

Io lo chiamo così ma in realtà è il piatto di Harvard, e intendo quella Università di Harvard, quindi, di nuovo, non sono io che mi invento nulla. Hanno notato che la piramide alimentare ci dice cosa dovremmo mangiare e quanto nella settimana, ma poi, effettivamente, nella pratica, come compongo il mio piatto?

piatto di harvard
piatto di harvard

Il piatto di Harvard è suddiviso in sezioni che mostrano quali sono gli ingredienti che noi dovremmo inserire nel nostro pasto principale (pranzo e cena). C’è lo spicchio dei cereali e derivati, quindi pasta, riso, patate (che NON sono verdure!), tutto ciò che posso ottenere con le farine; quello degli alimenti che apportano principalmente proteine, ovvero carne, pesce, legumi e derivati (come la pasta di legumi, i burger, il tofu, il tempeh…), latte e derivati…

Io credo che oggi ci siano molte più opzioni vegetariane/vegane anche già pronte in tutti i supermercati. Sono prodotti perfetti anche per chi ha poco tempo o per i più pigri.

Quando mi dicono “eh ma io non ho tempo, quindi mangio la busta di bresaola” io rispondo “ma quanto tempo ti costa aprire una lattina di piselli?”.

Esatto, senza contare che esistono prodotti come polpette, burger ecc davvero già pronti e solo da scaldare.

Sì, anche se io dico sempre di stare attenti agli ingredienti nei prodotti confezionati e insegno ai pazienti a leggere la tabella nutrizionale. Ne ho alcuni che proprio la ritagliano e me la portano in studio per guardarla insieme. In ogni caso, è fondamentale variare, mangiare vario e colorato, sperimentare, anche per non sentirsi costretti e “a dieta”. I miei pazienti entrano in studio ed escono stupiti perché hanno nel piano alimentare più alimenti di quelli che mangiavano prima. Le idee e le possibilità si moltiplicano invece di ridursi.

Tornando al piatto di Harvard, mancava lo spicchio di verdura e quello di lipidi che nella dieta mediterranea è tipicamente l’olio di oliva.

Io so che tu fai sia consulenze in studio che online. Con la pandemia è cambiato tutto, ci siamo ritrovati tutti dietro uno schermo, ma c’era e ancora un po’ c’è della diffidenza nei confronti dei check nutrizionali online. Quali sono invece i vantaggi?

Io le consulenze online le facevo già da prima della pandemia, quindi il Covid mi ha trovato pronta. Ricordo che con una delle mie primissime pazienti io andavo anche a casa sua per fare la selezione delle cose da mangiare direttamente dalla sua dispensa. Anni dopo lei mi ha ricontattata, aveva avuto un bambino e si è trovata in difficoltà durante l’allattamento ma non riusciva a venire direttamente in studio. Così io le ho detto: “Ma che problema c’è, facciamo una videochiamata”. Tanto non dovevo pesarla e misurarla. Anzi, io lavoro molto sul de-valorizzare il peso e le circonferenze e su questo l’online mi dà una grandissima mano, perché dedico a quel momento pochissimo tempo o addirittura lo si fa fare direttamente al paziente, quindi si va a togliere potere al numero sulla bilancia e si fa tantissimo altro. Quindi abbiamo fatto questa videochiamata, le ho dato le informazioni che le servivano e da lì sono andata avanti anche con altre persone grazie al passaparola. È una ricchezza immensa perché internet e i social sono un modo bellissimo per conoscere e scegliere un professionista a prescindere dalla distanza e dalla frenesia della propria giornata, dalla pienezza della propria agenda. Certo, non si può fare tutto online. Ci sono determinate condizioni cliniche in cui io sono la prima a dire che è importante vedersi dal vivo o delegare a strutture che possono dare il tipo di aiuto che serve. Ma la maggior parte delle cose si possono tranquillamente fare in videochiamata. Io ho pazienti, italiani, sparsi in tutto il mondo… ti lascio immaginare le difficoltà con il fuso orario!

Qual è il tuo paziente più lontano geograficamente?

Una ragazza sulla costa Ovest degli Stati Uniti, sono 9 ore di fuso orario. Quindi io la vedo alle 18.30 e le auguro buona serata e buona notte e lei ha appena fatto colazione e mi augura buona giornata perché sono le 9.30 (ride, ndr). Una grande forza dell’online è che riesce a prendere anche chi ha grosse difficoltà organizzative (imprevisti, figli malati, lavoro impegnativo) e quindi rimandano sempre la visita in studio ma hanno voglia di regalarsi questa possibilità. Ci si può vedere la mattina prima del lavoro, in pausa pranzo, la sera… davvero in qualsiasi momento e da qualsiasi luogo. Altra cosa, tutti quelli che venivano inglobati nel gruppo di coloro che prendevano bibitoni online e che cercavano online la soluzione più facile non hanno più scuse: non vuoi venire da me? Va bene, vengo io da te.

A proposito di bibitoni online, vorrei proprio sfatare con te qualche mito e moda sui social. Cominciamo dai bibitoni e di sostituti dei pasti, i vari tè dimagranti e detox: che ne pensi?

La forza di questi prodotti è che mandano un messaggio di marketing martellante, costante e fortissimo. Promettono felicità e un’altra vita se usi proprio quei prodotti, solo quelli. Sono chiaramente false promesse che fanno leva su argomenti importantissimi e delicati quali la forma corporea, la felicità e l’efficienza come persona. Di tutte queste proposte io penso tutto il male possibile, perché sono sbilanciati dal punto di vista nutrizionale. Oppure sono assolutamente neutri ma spacciati per miracolosi, semplicemente perché portano a un deficit calorico, che è l’unico modo per ottenere un dimagrimento.

Un’altra moda è quella dei superfood.

È un mondo interessante quello dell’avocado, delle bacche di goji eccetera, ma non hanno poteri magici. Si possono tranquillamente includere in una dieta varia ed equilibrata senza sentirsi in difetto se non si mangiano.

Un po’ come il sale rosa dell’Himalaya.

Che poi è esattamente sale rosa, NaCl come il normale sale da cucina. Così come lo zucchero integrale e lo zucchero di canna sono sempre zucchero, sempre saccarosio.

Tornando al sale, ricordiamo che non va eliminato.

Esatto, al netto di condizioni cliniche particolari in cui va ridotto o eliminato, non va assolutamente tolto. Va semplicemente monitorato, ma in un’alimentazione sana in cui uso pochi prodotti trasformati e con sale aggiunto e conservanti non dovrei avere problemi. Paradossalmente, io passo molto più tempo a dire “questa cosa la puoi fare, anzi, è importante per te, ti stai privando di qualcosa che ti piace inutilmente” che a vietare di mangiare cose.

È la dieta che deve adattarsi alla vita e non il contrario.

Esatto, del resto dieta vuol dire proprio “stile di vita”, quindi include non solo quello che mangio ma anche la mia relazione con il cibo, con l’attività fisica. Un altro mio cavallo di battaglia è l’idratazione.

Quanta acqua dovremmo bere al giorno?

In realtà dipende da come sono, da qual è la mia vita e la mia attività fisica. Mediamente, nell’adulto, almeno un litro e mezzo nelle stagioni fredde e almeno due litri nelle stagioni calde. Se poi si sale di mezzo litro meglio ancora. È importantissimo per farci funzionare al meglio.

Volevo chiederti cosa ne pensi di altre due mode che si sono diffuse su Instagram soprattutto nel mondo fitness: il conteggio dei macros e il digiuno intermittente.

Se ci metto tutto questo impegno nel normalizzare un’alimentazione sana e una buona relazione con il cibo, nel periodo in cui arriva la moda del momento (perché è sempre una moda) non posso che essere contraria. Sono tutte mode che portano al deficit calorico, il problema è che lo fanno con messaggi devastanti psicologicamente, regole rigidissime e difficili da seguire, sensi di colpa giganteschi. Si può fare ogni tipo di percorso – sia per patologie che per prendermi semplicemente cura di me stesso – ma sempre ricordando quali sono le regole di un’alimentazione sana e di qual è il vero rapporto che bisognerebbe avere con la tavola. Si può fare tutto, anche senza queste scelte estreme. Ricordo che uno dei principali fattori di rischio per i disturbi alimentari sono le diete estremamente restrittive. Tantissime delle pazienti (parlo al femminile ma ci sono anche casi tra i maschi) riconoscono l’inizio del disturbo alimentare in un messaggio sbagliato, un commento sul corpo, una battuta, una dieta estrema… non sono la causa (che è decisamente più complessa) ma un ricordo forte di un fattore scatenante. Tante pazienti che soffrono di DCA usano app contacalorie che allontanano dal mangiare in modo naturale, sano, semplice.

La vita si adatta al cibo e non il contrario, e non il cibo inteso come nutrienti ma il cibo inteso come numeri, come calorie e macronutrienti. È mentalmente stancante e devastante.

Tra l’altro si sceglie cosa e quanto mangiare sulla base di parametri assurdi scelti dall’app stessa e non da un professionista. Oppure esistono app che ti dicono “adesso puoi mangiare” e poi “da adesso non puoi mangiare più”. Io, e la scienza nutrizione, pensiamo molto male di tutte queste mode. Il bello e il brutto dell’online è che dà voce a tutti e non esiste un filtro potente che consente di combattere questo tipo di mode. Dobbiamo essere bravi noi professionisti a far arrivare i messaggi giusti a più persone possibili.

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