Anniversario Falcone: l'uomo che lo Stato prima abbandonò e poi pianse

Ogni sabato, o quasi, il giudice Giovanni Falcone rientra in aereo da Roma a Palermo. In stretto collegamento con il ministro guardasigilli, il socialista Claudio Martelli, Falcone prosegue il suo incessante lavoro, nonostante la bocciatura della sua candidatura a superprocuratore di Palermo, bocciatura decisiva, che finirà per isolarlo. E la solitudine, per chi lotta contro la mafia, equivale a una condanna a morte.

Lo disse il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e lo aveva ribadito proprio Falcone: quando un uomo dello Stato, un uomo che lotta contro la mafia, viene isolato, lasciato solo, ebbene, quello è il momento in cui diventa una vittima certa della mafia. Quel sabato, il 23 maggio 1992, Falcone arriva all’aeroporto di Punta Raisi con un volo da Roma, sale su una Fiat Croma bianca in compagnia della moglie, Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e dell’autista che viene mandato sul sedile posteriore. È Falcone che vuole guidare, vuole arrivare a casa in fretta e riposare; guidare lo aiuta a scaricare la stanchezza e la tensione accumulate. Ma a casa, Falcone non ci arriverà. Qualcuno sta osservando la scena del suo arrivo all’aeroporto. Vede anche le altre due auto di scorta del giudice. Partono: davanti una Fiat Croma, colore marrone, con tre agenti di scorta. In mezzo, l’auto del magistrato, ancora una Croma, bianca. In coda, la terza auto. In genere, dopo la partenza, le vetture si affiancano per impedire qualsiasi contatto tra il giudice e altri veicoli. Ma il pericolo non sono le auto, stavolta. Coloro i quali stanno seguendo la scena, sono pronti a mandare un messaggio a chi attende il passaggio delle tre vetture. Un tratto autostradale controllato dall’alto di una collinetta, all’altezza dello svincolo per Capaci.

In auto si discute della giornata politica, con l’imminente elezione del nuovo presidente della Repubblica, del caldo di un pomeriggio afoso, della bellezza del panorama siciliano, magari anche del giorno dopo. Il corteo non sa che su una strada laterale c’è chi segue con attenzione, da un’altra vettura, il viaggio verso Palermo di Falcone. Poi, il segnale per chi sta sulla collinetta. L’uomo che attende l’informazione si chiama Giovanni Brusca ed è lì su ordine di Totò Riina, il capo dei capi. Quando quel segnale atteso arriva, Brusca fa solo un gesto, preme un timer. Esplode l’autostrada, 500 chili di tritolo che mandano la prima auto a 60 metri di distanza, mentre quella del giudice si ferma sotterrata dalla deflagrazione, sull’orlo del cratere creato da quello scoppio sentito anche a chilometri di distanza. È una scena apocalittica quella che i soccorritori vedono quando arrivano sul posto, con frammenti di lamiere e pezzi di autostrada rinvenuti perfino a 500 metri di distanza. Falcone, sua moglie e gli agenti vengono portati immediatamente in ospedale ma invano. Con Francesca Morvillo e Giovanni Falcone muoiono anche tre uomini della scorta, quelli della prima auto, scaraventata in aria neanche fosse una piuma. L’attacco al cuore dello Stato non arriva stavolta per mano di frange politiche estreme, ma per opera della mafia che ha annusato e capito, come una belva feroce, l’isolamento di quel giudice, il nemico numero uno per gli affiliati mafiosi. Fu proprio Giovanni Falcone, infatti, a trascinare in tribunale gli uomini delle cosche in tribunale, cinque anni prima, nel 1987, per quello che sarebbe passato alla storia come il “maxiprocesso”: 360 anni ai condannati, per 2.665 anni di carcere complessivo e 11 miliardi e mezzo di lire di multe.


Falcone è odiato dalla mafia, certo ma non è amato dallo Stato. Quando arriva la sua candidatura a superprocuratore, ecco che invidie personali, vecchi rancori mai sopiti del tutto, l’involuto scambio tra “essere in prima fila” e “protagonismo” finiscono per decretare la sconfitta del magistrato più celebre del Paese. La protezione che si dovrebbe dare a un giudice di quel calibro, nel mirino della mafia, viene meno, nonostante i precedenti di un attentato di quasi tre anni prima, alla villa di Falcone, nella spiaggia dell’Addaura. Un attentato misterioso, sventato sì, ma che lascerà un alone di sospetti su servizi deviati, connivenze e commistioni fra uomini dello Stato e malavitosi, una vicenda torbida su cui ancora oggi non c’è chiarezza totale anche se appare sempre più incombente l’ombra di un potere che non solo fatica a combattere la mafia ma che talvolta finisce per farsi addirittura complice della piovra, magari in modo involontario o - quand’è peggio - in maniera collusa. La domanda, alla morte del giudice, della moglie e degli agenti di scorta è: perché Falcone è stato lasciato solo? Una domanda che rimbalza nelle ore e nei giorni successivi. Intanto, il Palazzo a Roma elegge Oscar Luigi Scalfaro presidente della Repubblica e tra le prime incombenze c’è proprio quella di onorare i funerali di Falcone e delle altre vittime dell’attentato. Però, a Palermo anche il presidente subisce i fischi di cittadini esasperati e sfiduciati per quell’orrore che li sta accompagnando nella vita di tutti i giorni, per quella speranza che avevano riposto nel modo di indagare e perseguire i colpevoli che Falcone aveva mostrato con fermezza. E mentre fuori dalla cattedrale palermitana i fischi attendono Scalfaro e gli altri politici presenti alle esequie, dentro c’è una giovane donna, Rosaria Costa, che parla al microfono dell’altare: “Io vi perdono però dovete mettervi in ginocchio se avete il coraggio di cambiare”. Ha 22 anni e ha un figlio di quattro mesi; non ha più il marito, Vito Schifani, 27 anni, morto a Capaci, sulla prima auto di scorta a Falcone. Schifani era alla guida, al suo fianco l’agente scelto Antonio Montinaro; dietro, l’agente Rocco Dicillo. Tutti morti. Rosaria Costa, però, non ce la fa a recitare la parte di chi deve cristianamente perdonare e quel foglio su cui sono scritte le parole da recitare non le serve più. Piange all’improvviso e, tra i singhiozzi, dice quello che un po’ tutti pensano: “Ma loro non cambiano, loro non vogliono cambiare”. Parole crude, tristi, vere, tanto vere da far passare solo 58 giorni per un’altra tragedia. Un’autobomba, un’esplosione e la morte di un giudice, l’amico più caro di Falcone, Paolo Borsellino. L’estate di Palermo è l’estate delle bombe, perché ha ragione Rosaria Costa, vedova Schifani: loro, i mafiosi, non vogliono cambiare.

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