Ansia, depressione, disturbi: il lato oscuro di Instagram per i ragazzi (conosciuto da Facebook)

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(Photo: The Good Brigade via Getty Images)
(Photo: The Good Brigade via Getty Images)

Instagram non fa bene ai ragazzi e Facebook lo sa. L’utilizzo della piattaforma può portare per molti di loro allo sviluppo di sentimenti negativi rispetto al proprio corpo, ansia, depressione. Il dato emerge da un report interno condotto negli ultimi tre anni, rivelato dal Wall Street Journal.

“Noi peggioriamo i problemi di immagine corporea per una ragazza adolescente su tre”, si leggeva in una slide del 2019. “Il 32% delle adolescenti afferma che quando si sente male con il proprio corpo, Instagram le fa sentire peggio”. Un’altra spiegava che “gli adolescenti incolpano Instagram per gli aumenti del tasso di ansia e depressione”. Da un altro studio emerge come per oltre il 40% la percezione di non essere abbastanza attraenti sia nata proprio con l’utilizzo di Instagram. Il capo delle public policy, Karina Newton, ha spiegato che la società sta individuando modi per allontanare gli utenti da determinati tipi di contenuti: “Siamo cautamente ottimisti che questi suggerimenti sposteranno l’attenzione finora focalizzata sull’aspetto fisico delle persone”.

L’app di foto conta oltre 100 miliardi di entrate annuali, più del 40% dei suoi utenti ha meno di 22 anni e circa 22 milioni di adolescenti vi accedono negli Stati Uniti ogni giorno. “L’utilizzo di app social per connettersi con altre persone può avere benefici positivi per la salute mentale”, ha dichiarato il ceo Mark Zuckerberg in un’audizione al Congresso nel marzo 2021, quando gli è stato lumi in proposito.

Secondo il Journal, però, i documenti sono stati esaminati dai massimi dirigenti compreso Zuckerberg e il capo di Instagram, Adam Mosseri, e mostrano come siano stati fatti “sforzi minimi per affrontare questi problemi e come siano stati minimizzati in pubblico”. Proprio sotto la supervisione di Mosseri, Instagram starebbe lavorando ad una versione della piattaforma per gli “under 13”, indiscrezione circolata a maggio scorso che ha subito provocato negli Usa reazioni contrarie. In un’audizione al Congresso, Zuckerberg ha difeso l’azienda dalle critiche per i sui piani di creare un nuovo prodotto pensato per i bambini. Quando gli è stato chiesto se l’azienda avesse studiato gli effetti dell’app, ha detto: “Credo che il la risposta sia sì”.

“Instagram in quanto piattaforma social non è pericolosa, ma può creare un impatto negativo per ciò che rappresenta”, afferma ad Huffpost la dottoressa Maura Manca, psicoterapeuta e presidente dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza, che da anni studia l’effetto sui ragazzi dei social e in questi anni ha con loro collaborato per studiare strategie di protezione.

Dottoressa Manca, cosa rappresenta un like, una condivisione, un commento per un ragazzo?

Significa approvazione, riconoscimento, accettazione, rinforzo. Chi ne ottiene molto, ritiene di aumentare il proprio valore personale. Anche se non vale per tutti, ci sono ragazzi più vulnerabili.

E se non li ottengono?

Questo processo va a intaccare la loro autostima e umore, la loro immagine corporea, che ondeggia in base all’approvazione. Si attivano aree cerebrali, chiamate “della ricompensa”, che rilasciano anche una sostanza, la dopamina, che va a rinforzare questo meccanismo. La sensazione positiva viene ricercata e quando non arriva, si ha l’effetto opposto. Il commento negativo ci fa rimanere male, non ci fa sentire belli, accettati, approvati. E quindi si passa più tempo a modificare la foto, per ricercare un’immagine che possa ricevere un feedback positivo. C’è un’ansia da prestazione, che crea affaticamento e stress. Da un lato si cerca l’unicità, dall’altra l’omologazione, intesa come approvazione social.

Dei tentativi di correzione ci sono stati.

Instagram nel 2019 aveva cominciato dei test per togliere la possibilità di visualizzare il numero di like. Era una mossa positiva nel tentativo di cercare di abbassare la pressione per i ragazzi.

Non è solo un discorso attivo (l’attenzione al post che pubblico), ma anche passivo. Gli scatti degli influencer mostrano corpi perfetti, una bellezza irraggiungibile. Questo può portare a sviluppare dei disturbi dell’alimentazione, ad esempio?

Come Osservatorio Nazionale Adolescenza abbiamo lavorato tanto su questo e condotto delle ricerche fra i ragazzi. Abbiamo scoperto che una su dieci iniziava una dieta solo per ottenere selfie migliori. Percepiscono ciò che vedono come reale, non ragionano sul fatto che la foto sia modificata. Molte ragazze modellavano il proprio corpo, togliendo, per ottenere approvazione. Molte volte le ragazze più in carne venivano attaccate, spesso dalle stesse femmine.

Parliamo invece della ricerca condotta da Facebook e rivelata dal Wall Street Journal. Si tratta di un report è interno, quindi il social sapeva. Quali sono le sue responsabilità?

Tutte le piattaforme social sono consapevoli di questi meccanismi, perché studi fatti da clinici sul tema ce ne sono tanti. Ciò che devono fare è cercare sempre di più di informarsi, per capire che impatto c’è sullo sviluppo e creare un equilibrio tra la finalità della piattaforma e la necessità di garantire un benessere. Negli ultimi anni si stanno attivando molto, cercando di creare più formazione, avviando collaborazioni. Noi stessi abbiamo ricevuto molte più richieste.

Il problema riguarda anche i grandi, ma ai minori spetta un occhio di riguardo. Si è parlato di aprire un Instagram per chi ha meno di 13 anni. Quali possono essere i rischi?

Sviluppare dei social non è un’idea sbagliata in quanto tale. Anche i più piccoli ricercano questa attività. Abbiamo condotto una ricerca su 1600 bambini tra i 9 e i 10 anni e almeno due su dieci aveva un’attività continuativa sui social. A me può andar bene, ma bisogna fare attenzione ai filtri. Non solo limitazioni e una struttura pensata per quell’età, ma anche altro. I bambini tra gli 11 e i 13 anni possono interagire insieme, ma non vale lo stesso per quelli di 9, che rispondono a tutto un altro mondo. Funzionerà? Non credo.

Intanto i social provano a correre ai ripari. TikTok renderà disponibili nei prossimi mesi in tutto il mondo una guida sui disturbi alimentari e una funzione che indirizzerà qualunque utente verso un supporto locale non appena cercherà termini come “suicidio” sulla piattaforma. Basta?

TikTok ha creato anche una guida per i genitori, che ho curato io. Vuole avvicinare il mondo dei ragazzi a quello degli adulti. Perché bisogna agire a più livelli, non basta contrastare i contenuti. Le piattaforme dovrebbero parlarsi tra loro, perché spesso i post sono gli stessi. A breve partiremo con TikTok dentro le scuole, per una formazione agli insegnanti. Non bastano gli standard della community, perché aggirare le regole è molto facile. Ci sono troppi contenuti di autolesionismo, disturbi alimentari, suicidio.

A questo proposito, secondo i dati dell’Osservatorio Suicidi della Fondazione BRF – Istituto per la Ricerca in Psichiatria e Neuroscienze, in Italia si verifica un suicidio ogni 12 ore circa: dall’inizio del 2021 al 31 agosto di quest’anno si sono contati 413 suicidi e 348 tentativi. Quanto su questi dati ha influito la pandemia, e quanto i social possono essere una spinta a compiere determinati gesti?

La pandemia ha portato una lente d’ingrandimento sul disagio giovanile, i grandi si sono accorti che è molto diffuso. Ma il suicidio era la seconda causa di morte tra i ragazzi già prima della pandemia. Oggi ci sembra un problema più diffuso rispetto a prima, solo perché anche i genitori e gli insegnanti se ne sono accorti e ne parlano con meno timori. I ragazzi ce ne hanno sempre parlato. Per quanto riguarda i social, qui c’è di tutto. C’è chi ti dice che la vita è bella e ne è uscito e chi invece il contrario. I ragazzi possono esserne condizionati. Non è quello che li porta al suicidio, ma è ciò che vanno a cercare. Bisognerebbe potenziare i filtri.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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