Antonio Misiani: "5 miliardi per la cassa integrazione. Se serve, ne metteremo altri"

Maria Elena Capitanio
·Giornalista e scrittrice
·11 minuto per la lettura
ROME, ITALY - SEPTEMBER 16: Antonio Misiani attends the Swearing ceremony for the undersecretaries of the new government, on September 16, 2019 in Rome, Italy. (Photo by Simona Granati - Corbis/Getty Images) (Photo: Simona Granati - Corbis via Getty Images)
ROME, ITALY - SEPTEMBER 16: Antonio Misiani attends the Swearing ceremony for the undersecretaries of the new government, on September 16, 2019 in Rome, Italy. (Photo by Simona Granati - Corbis/Getty Images) (Photo: Simona Granati - Corbis via Getty Images)

“Laddove si verificano nuovi contagi vanno adottate misure restrittive, ma il più mirate possibile”. Al dilemma che vede da una parte le ragioni di salute e dall’altra quelle del Pil, il viceministro dell’Economia Antonio Misiani, a colloquio con HuffPost, non ha dubbi che “al primo posto bisogna continuare a mettere la tutela della salute dei cittadini”. Non nega, però, che il momento sia delicatissimo e che la crisi vada gestita con un “rafforzamento della sanità, a prescindere da Mes o non Mes”. Parlando della manovra da poco varata dal governo, che alcuni hanno indicato essere molto legata alla sola emergenza lui risponde dissentendo: “È una manovra molto consistente e una grande parte di essa è di sviluppo, con al centro l’universo giovanile”. Su stop ai licenziamenti conferma che le trattative con le parti sociali non hanno ancora portato a sciogliere il nodo della data di cessazione della misura, mentre sulla cassa integrazione le idee sono chiare: “Noi intanto stanziamo 5 miliardi di euro per il 2021 per la cassa integrazione. Monitoreremo con grande attenzione la situazione economica e se questa dovesse peggiorare, stanzieremo ulteriori risorse”.

Viceministro, siamo di fronte allo stesso dilemma di qualche mese fa: morire di Covid o morire di fame? Detto in parole più garbate, le ragioni di salute sono più fragorose di quelle del Pil?

Dobbiamo continuare a mettere al primo posto la tutela della salute dei cittadini. È la strada migliore anche per salvaguardare le prospettive economiche e sociali.

Esiste un modo per spiegare concretamente questo concetto, ad esempio a chi sta perdendo il lavoro a causa del Covid?

Lo dimostra l’esperienza di altri Paesi che hanno preso sottogamba la pandemia o hanno riaperto troppo frettolosamente e poi si sono trovati costretti a richiudere in fretta e furia, con conseguenze pesantissime anche dal punto di vista economico.

Il presidente Conte tuttavia qualche giorno fa ha detto che “un nuovo lockdown generalizzato potrebbe compromettere severamente l’economia”. Cosa intende, che si eviterà di sicuro una nuova chiusura totale?

Bisogna adottare misure restrittive laddove si verificano nuovi contagi. I dati in nostro possesso ci dicono che la gran parte dei nuovi positivi sono in ambito familiare e nel tempo libero, assai meno nelle scuole, nelle università e nei luoghi di lavoro. E quindi necessario adottare tutte le misure restrittive necessarie, ma il più mirate possibile.

Manovra, partiamo dal nodo licenziamenti: c’è un muro contro muro tra governo e sindacati sul blocco dei licenziamenti. Patuanelli preme per far cessare il blocco a fine anno, i sindacati vorrebbero arrivare fino al 31 marzo, mentre il governo nel suo insieme punta al 31 gennaio. A che punto siamo della trattativa? Lei quando prevede la cessazione dello stop?

Bisogna proseguire nel confronto con le parti sociali per costruire una soluzione equilibrata. Il blocco dei licenziamenti è e deve rimanere una misura eccezionale legata all’emergenza. In prospettiva, la strada più efficace per tutelare i lavoratori è rafforzare le politiche attive, come per esempio l’assegno di ricollocazione, per aiutare chi perderà l’occupazione ad essere riqualificato e reinserito il prima possibile nel mondo del lavoro.

Previsioni della data della cessazione del blocco non se ne possono fare?

Vedremo. Al là della scelta di un mese piuttosto che un altro, la cosa più importante da fare oggi è rafforzare la cassetta degli attrezzi per affrontare le crisi aziendali e tutelare al meglio i lavoratori.

Cassa integrazione. Se salta il blocco dei licenziamenti, avremo la cassa integrazione fino al 28 febbraio? Non sarebbe più sensato far cessare sia il blocco che la cassa integrazione a fine febbraio?

Con la legge di bilancio stanzieremo 5 miliardi di euro per il 2021 per la cassa integrazione. Chi la userà non potrà licenziare. Monitoreremo con grande attenzione la situazione economica e se questa dovesse peggiorare, metteremo sul piatto ulteriori risorse. Dobbiamo modulare le nostre scelte in ragione dell’evoluzione della situazione, non si può fare altro. Per il momento il ricorso alla cassa integrazione si è molto ridotto, nei mesi più recenti, rispetto alla fase più drammatica della prima ondata. È chiaro, però, che l’evoluzione della pandemia condiziona negativamente le prospettive economiche.

Era stata annunciata come una manovra di sviluppo e invece quella varata dal governo di cui lei fa parte sembra avere tutte le caratteristiche di una manovra di emergenza.

Non condivido una lettura solo emergenziale della politica economica del governo. La manovra che abbiamo costruito è fatta di tre componenti: la prima, a valere sulle risorse nazionali, è un extra deficit di 24 miliardi, che serve anche a finanziare la prima tranche di un fondo pluriennale di 50 miliardi per investimenti pubblici e altre misure per la crescita. La seconda è l’avvio dell’utilizzo delle risorse europee per 15 miliardi, per progetti funzionali ad un disegno di sviluppo di medio e lungo periodo: digitalizzazione, transizione ecologica, infrastrutture, istruzione, coesione sociale e territoriale.

La terza componente?

È il trascinamento sul 2021 e gli anni successivi dei decreti che abbiamo approvato da marzo in avanti. Noi abbiamo parlato in questi mesi solo dei 100 miliardi che abbiamo messo sul 2020, ma una parte consistente di essi si trascina anche negli anni successivi. Sono 31 miliardi nel 2021, 35 nel 2022 e 41 nel 2023, quindi la vera manovra – tenendo conto non solo della legge di bilancio, ma anche dell’effetto sugli anni successivi delle decisioni di questi ultimi mesi – nel 2021 sarà di 71 miliardi. È una manovra di grande portata e la maggior parte di essa è per lo sviluppo.

Quale è una delle cose più rilevanti che si trascinano dai decreti nei prossimi anni?

Di sicuro la disattivazione totale delle clausole di salvaguardia dell’IVA. Se ne parla pochissimo, ma è stata una scelta molto importante, che ha tolto di mezzo per sempre la spada di Damocle che da anni condizionava la politica economica e riduceva drasticamente il reale spazio di manovra delle leggi di bilancio. Avere eliminato i maxi aumenti IVA restituirà certezza anche ai consumatori, perché non avranno più l’incubo del “l’anno prossimo aumenta l’IVA e devo essere prudente”.

La manovra fissa 4 miliardi per la sanità, che andranno tutti per rispondere all’emergenza. Zingaretti intanto parla del Piano per la Sanità: con quali risorse?

Per quanto riguarda la sanità, con l’ultima legge di bilancio avevamo già stanziato 2 miliardi in più per il 2020 e altri 1,5 miliardi per il 2021 (e altri 500 milioni per abolire il super ticket), superando definitivamente la stagione dei tagli. Da marzo in poi abbiamo aggiunto 8 miliardi per l’emergenza ma non solo. Anche qui c’è un pezzo che si trascina sul 2021: sono 1,2 miliardi, a cui si aggiungeranno i 4 miliardi della legge di bilancio. In Next generation Eu ci sarà, infine, un cospicuo investimento sulla sanità digitale e l’assistenza territoriale. Sulla sanità lo sforzo in atto, insomma, è su due fronti: lavoriamo sull’emergenza, però iniziamo a gettare le basi per la sanità del futuro, tra investimenti nazionali e risorse europee.

Ci sarà bisogno del Mes per fare tutto questo? Su quello Conte e Gualtieri frenano.

Mes o non Mes è una scelta di approvvigionamento delle risorse. Il punto chiave è un altro: l’Italia deve finanziare e realizzare un piano pluriennale di potenziamento del sistema sanitario nazionale. L’amara lezione di questi mesi drammatici è che abbiamo dovuto affrontare una pandemia senza precedenti con una sanità oggettivamente indebolita dai tagli degli ultimi dieci anni.

Per il Recovery fund, da lei citato, dovremo aspettare giugno prossimo, reggeremo nell’attesa?

Sì, perché l’Italia ha pieno accesso ai mercati e si finanzia a tassi decrescenti. Le ultime emissioni sono andate molto bene, lo spread si è molto ridotto e abbiamo uno scudo formidabile da parte della Banca centrale europea, quindi noi non abbiamo criticità nell’approvvigionamento finanziario del nostro deficit.

Frenare sul Mes, quindi, è una mossa a ragion veduta?

Bisogna accelerare il rafforzamento della sanità. Poi, con quale strumento recuperare queste risorse, è un tema strettamente finanziario. Possiamo farlo o o emettendo titoli di Stato, o attraverso strumenti alternativi, come la linea di credito speciale del MES, che a giudizio di tanti di noi è uno strumento utile e conveniente per il Paese. La cosa cruciale, però, è la scelta politica di fondo, una Sanità pubblica più forte. Il resto deve essere deciso analizzando i numeri e leggendo le carte. Senza ideologia, con grande pragmatismo ed evitando di fare del MES un terreno di scontro tutto politico.

Guardando all’Europa, è stato sollevato il tema del Recovery fund permanente e di nuove regole di bilancio. L’Europa non tornerà più a essere la matrigna, alcuni la definivano così, di prima del Covid?

Io credo che in questi mesi l’Europa abbia fatto un salto in avanti straordinario, da un punto di vista politico prima ancora che economico. Dentro Next generation Eu c’è il superamento del tabù degli eurobond, c’è una maggiore capacità fiscale autonoma dell’Unione, perché queste risorse in parte verranno restituite con entrate comunitarie come il contributo sulla plastica o la tassa digitale europea. Il centro di governo di tutto questo, infine, è comunitario più che intergovernativo, quindi il cuore delle decisioni è tra la Commissione e il Parlamento più che nel Consiglio europeo.

Una buona notizia per gli europeisti?

Sì, perché dimostra che l’Europa si può cambiare, che sbagliavano quanti dicevano un giorno sì e un giorno no “Usciamo dall’euro e dall’Europa perché è una matrigna nemica dell’Italia”. Dobbiamo però prendere coscienza che questi cambiamenti non sono un fatto acquisito per sempre. Quello che accadrà nell’immediato futuro in Italia, come noi useremo queste opportunità, verrà visto e valutato con grande attenzione da tutti gli altri Paesi dell’Unione, perché l’Italia è il maggior beneficiario di Next generation Eu. Se noi sapremo usare al meglio le risorse europee, aiuteremo a consolidare questo cambiamento in Europa. Se noi le sprecheremo, torneremo indietro all’Unione scarsamente solidale, all’Europa dell’austerità che aveva prevalso dal 2010 in avanti.

Il governatore di Bankitalia Ignazio Visco è preoccupato per il sistema bancario, prevede che lo shock dell’emergenza farà qualche vittima tra gli istituti esteri. Cosa pensa delle nostre banche?

Il sistema bancario italiano è entrato nella pandemia più forte, dal punto di vista patrimoniale e gestionale, rispetto alla situazione di dieci anni fa. Accorpamenti e razionalizzazioni ci hanno restituito una situazione più solida, con alcuni indicatori che sono migliorati anche nei primi sei mesi del 2020. Ciò detto, la profonda recessione del 2020 avrà degli effetti sui bilanci delle banche in relazione al cattivo andamento di alcuni comparti produttivi. Noi abbiamo cercato di prevenire il più possibile questo effetto prevedendo garanzie statali fino al 100 per cento sui nuovi prestiti erogati dalle banche.

Da questo punto di vista credo che abbiamo imparato la lezione del 2009?

Direi di sì. Nel 2009 il credit crunch, cioè la chiusura dei rubinetti delle banche, provocò la moria di migliaia di aziende che sarebbero potute rimanere sul mercato. Le garanzie statali che abbiamo previsto con i decreti Cura Italia e Liquidità permetteranno alle banche di reggere meglio la crisi di alcuni settori produttivi continuando a erogare credito. Ciò detto, monitoreremo costantemente la situazione.

In manovra c’è un elemento di discontinuità rispetto al passato?

L’investimento che la manovra fa sui giovani. Che l’Italia non fosse un Paese per giovani era evidente da tanti anni. I giovani sono stati le prime vittime della crisi del 2008-09 e rischiano di esserlo ancor di più con la crisi Covid.

In effetti i dati occupazionali dicono proprio questo: ad agosto abbiamo perso 400.000 posti di lavoro rispetto allo scorso anno e tre quarti di questi posti di lavoro sono concentrati nella fascia tra i 15 e i 34 anni di età. In sostanza, questi, che sono meno del 20 per cento degli occupati, subiscono i tre quarti della perdita di posti di lavoro.

Sì, per non parlare dei ragazzi che non hanno potuto seguire le lezioni a distanza perché non in possesso di un computer o di una connessione adeguata. È la triste realtà di una famiglia su otto, una su cinque nel Mezzogiorno. Con la manovra di bilancio costruiamo alcune scelte che per la prima volta mettono al centro l’universo giovanile. Ne cito alcune: la decontribuzione totale per le assunzioni sotto i 35 anni che varrà per i prossimi tre anni, i fondi per il servizio civile triplicati, permettendo a ulteriori 50.000 ragazzi di accedervi ogni anno; le risorse aggiuntive per scuola, università e ricerca e poi l’assegno unico per i figli a carico, che è il cuore della riforma fiscale, che parte a luglio del 2021. A regime vale circa 6 miliardi in più rispetto agli strumenti di sostegno attualmente disponibili per le famiglie con figli. È una scelta di portata storica, per un Paese che tradizionalmente ha aiutato molto poco le famiglie per il loro investimento più importante: i figli.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.