Antonio Pennacchi: "Mamma non mi capiva: amava solo mio fratello. Le Sardine? Sono andato in piazza tra loro"

(Photo: Leonardo Cendamo via Getty Images)

La sua Latina, la scrittura, la politica e gli affetti più cari. Lo scrittore Antonio Pennacchi si racconta sulle pagine del Corriere della Sera, a partire dal rapporto con suo fratello Gianni, giornalista scomparso nel 2009.

“Quanto mi manca mio fratello? Tanto. Era un testa di... Però era forte. Aveva un bel cervello. Forse, diventai comunista per sfidarlo sul suo campo. Era una sfida continua e lui era nato cocco di mamma [...] Era sempre ‘Gianni sì, Antonio invece...‘. A volte, ancora mi chiedo chi sarei stato se mamma mi avesse voluto bene. Lasciamo perdere, va’”.

E sulla madre, lo scrittore ricorda l’appellativo che lei gli aveva dato:

“Mia madre diceva che non ero un attaccabrighe, ma un catabrighe. Catare, in veneto, significa trovare. Io uscivo e trovavo le brighe” [...] La volta che ne presi di più? A Trieste, da fascio. Sa Trieste libera, la Zona B? Mi ero portato due catene chiodate, ma i carabinieri menavano col fucile”.

A proposito degli affetti famigliari, Pennacchi ricorda l’incontro con sua moglie quando ancora lavorava in fabbrica.

“La vidi a un picchetto davanti a una fabbrica occupata, 45 anni fa. Le ragazze non volevano far passare un camion della ditta. Allora, il camion ingrana la marcia e parte. Tutte scappano, eccetto Ivana, che gli si butta davanti. Pensai: questa è la donna della vita mia” [...] “abbiamo tirato su, io e lei da soli, in dieci anni, la nostra casa. Abbiamo due figli e due nipoti che sono la mia gioia. Mi è stata vicina quando stavo in cassa integrazione e mi sono laureato e quando ho scritto Mammut e siamo andati con la 127 a lasciarlo a mano agli editori, a Milano”.

Poi lo scrittore dice la sua sulla politica attuale: 

“Turandomi il naso, ho votato Leu. Però di là c’era ancora Matteo Renzi [...] Se Renzi mi piaceva o no? Io considero uguali tutti gli esseri umani. Credo ci sia scintilla divina anche nel filo d’erba e identità sostanziale fra me, il filo d’erba, Matteo Renzi e persino Matteo Salvini”.

A chi gli domanda cosa abbiano a che fare l’un con l’altro Renzi e Salvini, Pennacchi dice: 

“Tutto il bene e il male che c’è in me sta pure dentro di loro. L’avversario non è un mostro alieno. La sinistra non capisce che la gente va da Salvini non per cattiveria o razzismo, ma perché al banco del mercato lui avrà pure frutta pompata, ma il Pd ce l’ha fradicia. Successe lo stesso col biennio rosso: i socialisti non avevano fatto né rivoluzione né riforme e la gente andò da Mussolini. Invece, la storia scritta dai vincitori dice che lo seguirono costretti con la violenza, ma finché ce la raccontiamo così, non capiremo nulla dagli errori del passato”.

E sulle Sardine:

“Sono andato in piazza, sardina fra le sardine, perché sto dalla parte degli ultimi. So che le Sardine, come prima i 5 Stelle, sono il segno di una crisi, ma ormai ho 70 anni... Debbo solo raccontare le mie storie”.

Tornando a parlare di letteratura e scrittura, Pennacchi rivela che scrivere ”è una condanna. È come se quando sono nato mi fosse stato dato il compito di raccontare la mia famiglia, il podere, la nostra storia. Lo capii nel ’56, in prima elementare”. Ricordando i suoi romanzi, lo scrittore associa ad ogni titolo un malanno:

″... L’infarto dopo Palude. Mio fratello diceva che era psicosomatica, io dico che è il mio tributo alla scrittura. Ogni romanzo è un malanno: Mammut due ernie, Fasciocomunista secondo infarto e tre bypass, Canale Mussolini una vertebra rotta e barre di titanio nella schiena. Però, ci sono i libri di pancia o di testa. Con i saggi non mi succede niente [...] Pensavo che Storia di Karel, essendo fantascienza, fosse un libro di testa. Ma sempre coloni erano e scavavano canali, conquistavano la terra... Insomma: sempre Latina è. Mi è venuta l’infiammazione del tunnel carpale, la mano duole e non posso più usare il bastone”.

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