Arisa: “Vivere è complicato ma ricominciare è possibile. Diventare mamma? Mi piacerebbe"

Giuseppe Fantasia
·12 minuto per la lettura
Arisa (Photo: -)
Arisa (Photo: -)

“Mi chiamo Rosalba Pippa, ho quasi 38 anni, sono nata a Genova, sono cresciuta nel mio paesino in provincia di Potenza che si chiama Pantano di Pignola, poi a Roma e ora a Milano. Da piccola mi vergognavo tanto, non solo del mio cognome. La gente non lo pronunciava mai, perché per molti, dire “Pippa”, era uno sfotto’. Un giorno, dopo l’ennesimo episodio spiacevole, promisi a mio padre che presto sarebbe arrivato il momento in cui nessuno ci avrebbe più preso in giro per questa cosa. Oggi quel cognome è citato nella mia etichetta discografica indipendente, la Pipshow, e lo uso ovunque, anche negli hashtag su Instagram: è una bella rivincita, non le pare?”.

Arisa, la cantante italiana dalla voce bella e raffinata, è come un libro che si trova in un mercatino d’antiquariato, uno di quelli che sono sempre stati lì, - in mezzo agli altri, senza alcuna distinzione – e che viene fuori all’improvviso dimostrando tutto il suo valore: poche pagine bianche, molte già scritte e moltissime ancora da scrivere, alcune da leggere ad alta voce, altre solo con la mente, l’importante è tenersene dentro il ricordo e saperlo maneggiare con cura. Siamo a Santa Margherita di Pula, poco distanti da Cagliari e la sera prima lei si è esibita live alla terza edizione del Filming Italy Sardegna Festival. Nel villaggio dove siamo, ci hanno fatto il test molecolare e si può girare senza mascherina. Fuori, però, il mondo è tutta un’altra cosa, tra Covid ed esplosioni. “Quando ho visto le immagini di Beirut, sono rimasta senza parole, mi è mancato il respiro”, ci dice fissandoci negli occhi. In spiaggia arriva col costume e un paio di ciabatte di spugna, quelle che danno negli hotel, dimostrando così di non voler abbandonare mai quel suo lato eccentrico che la fece conoscere ed apprezzare nel 2009 quando vinse Sanremo Giovani con “Sincerità”. “È una canzone pulita”, ci dice. “Ha rappresentato per me il sogno che si realizza”.

Che ricordo ha di quel momento e come lo gestì?

“All’epoca abitavo a Roma. L’ho vissuto molto tranquillamente, perché ho sempre cantato. Pensi che la prima volta che ho cantato nel mio paese avevo tre anni e mezzo. Ho sempre tenuto a far star bene gli altri, la mia famiglia e mia madre in primis. Lei era sempre provata, volevo metterla di buon umore e nel tempo ho continuato, mi sono abituata a fare il giullare”.

Come finì a Sanremo?

“Grazie a un concorso pubblico organizzato dalla Regione Lombardia e dal comune di Sanremo. Si chiamava Sanremo Lab ed eravamo 450 persone. Con il mio fidanzato dell’epoca, Giuseppe Anastasi, che poi mi scrisse tutte le canzoni che portai a Sanremo, ci eravamo andati, perché volevo che mettesse la testa a posto. Voleva fare il cantante, ma vivevamo con pochissimi soldi. Avevo 25 anni e lui ne aveva 30, come potevamo fare? Papà ci mandava dei soldi, ma non erano sufficienti. Per avere più chance decidemmo così di portare due pezzi, ma alla fine successe questa cosa che presero il mio, io al posto suo. Piansi per una settimana, non volevo parlare né vedere nessuno. Gli dicevo sempre che ci saremmo lasciati e che saremmo diventati un assegno per le persone che avevamo attorno, che saremmo stati messi uno contro l’altro dalla gente e a ben vedere è stato proprio così. Dopo un anno ci siamo lasciati”.

Siamo in molti a ricordarla, prima ancora che per quella canzone, per il suo look: aveva studiato il personaggio?

“No, in realtà ero – come sono anche adesso - molto spontanea. Sa, ho aspettato quel momento per ventisei anni. All’inizio mi piaceva fare degli omaggi a delle persone grandissime della Storia. All’epoca mi piacevano gli anni Venti e Quaranta, ero pazza di Charlie Chaplin. Feci così una ricerca di abiti e references, riuscii persino a trovare delle scarpette di vernice con la punta rialzata. Era destino che le indossassi (ride, ndr). Ho trovato una marca di abiti di Prato che aveva un concetto diverso da quello che avevo creato io mettendo insieme i loro pezzi. Silvia, la ragazza del marchio, mi diceva: “contenta te!”. Mi davano le cose e io facevo il mio miscuglio. Mi sentivo a mio agio, poi ero bella coperta”.

A Sanremo ci è tornata tante volte, lo ha vinto una seconda tra i Big con “Controvento”: cosa rappresenta per lei il palco dell’Ariston?

“Ormai è un po’ casa mia come la città stessa. Conosco gli abitanti del posto, i proprietari della pasticceria, del bar, della pizza al taglio dove vado, quelli del mio negozio di vestiti preferito…negli anni sono diventati degli amici. Ho un legame con la Liguria che è molto forte, dovuto anche al fatto, come le dicevo, che sono nata lì”.

Come si sopravvive al successo?

“Non voglio dire una banalità, ma rimanendo se stessi”.

Una gran fatica che sono in tanti a riuscire a fare.

“Sì, io faccio fatica ancora oggi, perché rimango sulle mie, non sorrido alla gente perché devo, mi faccio sentire e litigo se necessario. L’ho fatto, ad esempio, su un testo, sull’ultimo che ho portato a Sanremo che si intitola “Mi sento bene”. Ad un certo punto dice che “vivere non è difficile”, si rende conto? Come si può dire una frase simile? Vivere non è difficile? Impossibile, semmai è l’esatto contrario. Vivere è molto difficile. Ci sono persone come me che sono molto fortunate e ne ho avuto conferma ulteriore dopo che sono stata ad Haiti e in Messico. Ho sempre professato dei valori per gente comune e dire una frase come quella mi avrebbe fatto allontanare da un certo mio pubblico che amo e che mi ama. Per quella frase c’è stata una lotta che sembrava che stessi stravolgendo la Traviata o la Costituzione italiana. Così ho messo “ridere non è difficile”, una frase molto più vicina a come sono io. Anche nei momenti di difficoltà più assoluta si può fare. Si può ridere, perché no?”.

“Se cogli il buono di ogni giorno ed ami sempre fino in fondo”, cito le parole della sua canzone…
(Arisa ci interrompe)

“Sì, lo so, qualcuno mi dice che faccio canzoni da catechismo, ma a me non interessa. Io vado avanti. È difficile quando ti snobbano. Pensi a “Guardando il cielo”(un’altra sua canzone, ndr) in cui dico: “Tanto a cosa serve a un uomo svegliarsi e dire che oggi non andrà/È troppo presuntuosa la previsione di una verità”. Alcune persone mi hanno detto che è un po’pretenziosa, ma non è così, io dico il mio punto di vista. Dico “Dio”, perché mia nonna mi ha insegnato a chiamarlo così, ma per me Dio è questo: è l’universo, è il creato, è la magia di tutto quello che abbiamo ricevuto. Mi hanno detto che sono saccente, ma non è così: dico solo quello che è per me. Se vuoi abbracciare il mio pensiero, lo fai, altrimenti no. Nessuno è obbligato”.

In realtà prima volevo solo aggiungere la sua frase finale dell’altra sua canzone che è “adesso voglio vivere così”. Come vuole vivere adesso?

“Oggi voglio essere ancora più libera. Quello che voglio fare, posso farmelo anche da sola. Fino a poco tempo fa, non ero molto soddisfatta, non mi sentivo realizzata, avevo dei problemi di comunicazione con chi lavoravo. Ci sta che io abbia un modo ostico di esprimermi, ma non sapevo se ero io ad avere difficoltà d’esposizione o se erano loro che non volevano capire”.

È sempre stata molto diretta, le cose non le ha certo mandate a dire. Ha pagato delle conseguenze per questo?

“Sì, sì, certo”.

Si è mai pentita?

“Diciamo che io studio molto la comunicazione, leggo tanti libri su come esprimersi bene per non irritare gli altri, ma in realtà succede che molti sono irritati dalle donne che hanno un pensiero, dalle donne forti. Se devo fare un percorso insieme ad una persona per andare in un posto e vedo che si ferma ogni cinque minuti, io prendo e vado da sola. Ci tengo al mio tempo”.

Come lo gestisce?

“Il tempo è una cosa che deve essere utilizzata al meglio: è come se fosse il gettone che abbiamo per giocarci la nostra partita che è la vita. L’universo mi ha dato una carta importante che è quella di avere il dono della comunicazione che fa sì che la mia voce sia ascoltata. Voglio utilizzare al meglio questa opportunità. Mi va di fare le canzoni che mi piacciono, così come di dire delle cose in cui credo, altrimenti mi sentirei come un manichino”.

Com’è Arisa vista da Arisa? Che donna è?

“Dipende dai giorni. Non è sempre uguale. A me piace più che altro sapere quello che gli altri pensano di me”.

Davvero? Dall’esterno da’ un’impressione diversa, quella di una ragazza che decide indipendentemente dagli altri e dal loro giudizio.

“Sono una persona indipendente, forte e autonoma questo sì. Ho degli ideali che sono la mia fortuna, perché è come se avessi delle voci a cui aderiscono determinate cose. Mi fanno una proposta? Benissimo: io ho una sorta di catalogo interno che mi dice se è o non è per me, se rispecchia o non rispecchia un mio ideale. Ultimamente è successo e ho detto di no”.

È stato difficile?

“Sicuramente, ma sono riuscita a farlo e ne sono orgogliosa. Non posso sicuramente cambiare le sorti del mondo, ma posso tirarmi indietro per certe cose”.

I soldi, in questo, consentono una maggiore libertà: è d’accordo?

“A volte i soldi ti danno la libertà di poter dire di no. Non ne ho molti né ne voglio tanti. In generale mi basta quello che ho. Non voglio stravolgermi troppo rispetto a come ero prima”.

Che adolescenza ha avuto?

“Sono stata figlia unica fino ai sei anni, poi è arrivata la prima sorella e quando ne avevo dieci, la seconda. Per tanto tempo sono stata la più piccola della famiglia. Mia madre ha avuto in tutto otto gravidanze: due prima che io nascessi, due bambini nati morti. Quando sono nata io è stato un evento, perché pensava di non poter avere figli. Ho avuto due genitori molto apprensivi. Prima di avere una sorella, comunque, mi sentivo sola, una bambina che era sempre in attesa. Ho maturato così una certa solitudine. Ero piccola, ma aspettavo che qualcuno arrivasse, peccato però che non arrivasse nessuno. Iniziai a pensare che andava bene anche così e mi ci sono piano piano abituata. Sono molto solitaria proprio per questo”.

Come si manteneva?

“A 13 anni lavoravo in una pista di co-kart a Potenza il sabato e la domenica. L’ho fatto fino ai sedici anni. Poi vinsi un concorso canoro e nei week end cominciai a cantare. Ho sempre lavorato. Andai a Milano, la situazione in Basilicata mi stava stretta. Papà non mi faceva uscire e questo portava a litigare anche con mamma”.

Cosa facevano i suoi genitori?

“Papà guidava gli autobus, mia madre faceva la rappresentante di una marca che produceva oli essenziali. Poi, quando ha iniziato a stare male, ha ovviamente lavorato meno. A Milano ho fatto la cameriera, ho provato a studiare, ma l’Università non l’ho portata avanti, non ce la facevo, i miei, poi, non potevano aiutarmi. Non voglio fare la vittima: potevo starmene tranquillamente a casa mia e avere tutto quello che potevano darmi lì, ma io volevo andare, volevo scoprire, conoscere, fare, vedere i concerti, perché a Potenza non succedeva mai nulla, volevo la libertà. Per un periodo ho lavorato al LoolaPaloosa (noto locale milanese, ndr). Stavo a casa di mio cugino Canio, eravamo in tre, lavoravo anche in un supermercato, persino in un’officina”.

In un’officina? Cosa faceva?

“Revisioni e altre mansioni da ufficio”.

Prima che il canto divenisse una sua professione, ha sempre svolto lavori molto maschili: come mai?

“Ho un mio lato maschile. Il mio ragazzo (Lorenzo Zambelli, ndr) mi dice che sono una ‘bulla’. Somiglio molto più a mio padre che a mia madre: guido tanto, mi faccio lunghi viaggi in macchina anche di dodici ore, potrei fare anche la camionista”(ride di nuovo, ndr).

È stata mai attratta da donne?

“Sì, è successo. Diciamo però che sono molto attratta dalla bellezza. Io mi innamoro, è normale. Penso che siamo tutti così. Freud diceva che abbiamo tutti delle caratteristiche femminili e maschili e che in alcuni momenti della giornata o della vita, c’è un faro che illumina una parte di noi. Lo trovo bellissimo. Secondo me io e Lorenzo funzioniamo proprio per questo. Lui è geloso delle donne come degli uomini anche se io non do’ retta a nessuno. Stiamo insieme da undici anni”.

Vorrebbe diventare madre?

“Si, mi piacerebbe. Per ora ho due nipoti e due cani, ma un figlio è un’altra cosa. Lo vorrei, perché so che Lorenzo oltre ad essere un grande lavoratore, lavora in tv, sarebbe un ottimo padre, ma vedremo”.

Come ha vissuto il lockdown?

“È stato un momento in cui mi sono ripresa me stessa. Sono stati giorni duri dal punto di vista lavorativo e privato, perché mia madre non è stata bene. La Basilicata ha risposto bene, siamo contadini, ‘scarpe grosse e cervello fino’. Ci siamo difesi alla grande. Mi sono ritrovata ad aprire gli scatoloni a casa mia, a Milano, avevo fatto da poco il trasloco. Ho trovato le cose di ‘Sincerità’, gli occhialoni, le foto e altre foto che si aggiungevano, perché me le mandava mia madre che era in fase amarcord. Ho riso e pianto molto. È nata una nuova consapevolezza e una nuova canzone”.

Si intitola “Ricominciare ancora”, un titolo più che mai attuale.

“In realtà è una canzone che risale a due anni fa, poi recuperata per lanciarla questa estate. Segna l’inizio di un percorso da indipendente con la mia etichetta fondata con mia sorella e Lorenzo e distribuita da Believe. È stata scritta da Federica Abbate con Claudia Franchini e la considero un manifesto di rinascita, una carezza, una spinta verso una dimensione più consapevole che ci descrive protagonisti del nostro tempo e artefici del nostro destino”.

Un ricominciare che vale per tutti, ma lei da cosa esattamente vuole ricominciare?

“Da me, dalla mia musica e dalle persone che mi seguono. Mi sono convita che devo fare le cose autonomamente e che voglio ritornare alla dimensione dell’artista-artigiano che fa le cose partendo da un’idea, sviluppando quell’idea circondandosi delle persone che possono aiutarlo a realizzarla. È una nuova dimensione, molto sacrificante e anche molto dispendiosa, ma mi piace molto, ci sta”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.