Armi fatte in casa, manga e videogame. Chi è il killer di Halle

Roberto Brunelli

Prima dell'assalto alla sinagoga nel giorno di Yom Kippur e prima dell'assassinio a sangue freddo due persone poche decine di metri più in là, Stephan Balliet, il killer di Halle che voleva "uccidere il più alto numero possibile di ebrei", non era nessuno. Nessun reato, nessuna segnalazione negli ambienti dell'estrema di destra in Sassonia-Anhalt, il Land dell'ex Ddr dov'è nato nel 1992 e dove viveva, neanche una multa o un furto, niente. Questo finchè, vestito in mimetica da combattimento e con telecamere montata sull'elmetto, non è arrivato con la sua macchina carica di armi nella Humboldtstrasse, il 27enne era totalmente ignoto alle forze di polizia.

Eppure, come rivelano oggi gli inquirenti, era ben organizzato: prova ne sono i quattro chili di esplosivo, le armi automatiche e i fucili a canne mozze 'fai da te' che si era portato dietro. "Non era mai mai in armonia con sè stesso nè col mondo: la colpa di tutto era sempre degli altri", ha raccontato alla Bild suo padre.

Uno squarcio nella sua personalità è offerta proprio dal video di 35 minuti che mostra l'assalto e l'assassinio a sangue freddo di due persone: "Merda", grida Stephen quando si rende conto di non riuscire a far funzionare la telecamera sul casco, poi ripete "Fuck" e, ancora, "sono un fallito, un fallito completo", quando non riesce a sfondare il portone della sinagoga, e quando sembra che le sue armi si stiano inceppando.

Nato vicino ad Eisleben, la città di Martin Lutero, Stephan è cresciuto poco lontano da dove ha compiuto il suo attacco. Oggi in questa zona si registrano tassi altissimi di disoccupazione, tra i più alti della Germania. Sempre a quanto scrive la Bild, colui che sarebbe diventato il killer di Halle ha studiato chimica, ma ha lasciato gli studi dopo solo due anni, per trovare poi un impiego come tecnico radiotelevisivo. Deve aver lavorato per mesi per mettere insieme le sue armi, pensano gli inquirenti, forse era da mesi che aveva in mente il "colpo" alla sinagoga.

Dal "manifesto" di 11 pagine che Stephan Balliet ha scritto - prendendo evidentemente come modello quello realizzato dal killer di Christchurch, Brenton Tarrant, così come l'idea di realizzare un video da pubblicare in rete - si apprende che la prima idea era di colpire una moschea oppure il ritrovo di un gruppo antifascista.

Poi, invece, ha deciso "di uccidere il maggior numero possibile di ebrei". A quanto risulta, non aveva legami con ambienti classici di estrema destra: nell'epoca di Internet, valutano gli esperti, semplicemente non è più necessario, tanto in rete si trova tutto quello che si cerca. Il manifesto, scritto in buon inglese, sembra libretto di istruzioni per un videogame: oltre agli "obiettivi" e ai "risultati", alla fine c'è il "bonus". In altre parole: la strage.

Per il resto si parla di "un governo dominato dai sionisti", mentre lui stesso si definisce "Anon", che sta a significare "anomymous user". Ovviamente nega che ci sia mai stato l'Olocausto e definisce gli ebrei "la causa di tutti i mali". Nel sottofondo, musica da manga giapponesi.

A detta del procuratore federale, Peter Frank, Stephan Balliet "voleva essere emulato". L'attentatore di Halle, spiega, "è un emulatore nel duplice senso della parola", nel senso che "ha imitato azioni analoghe e a sua volta voleva spingere altri a compiere ulteriori attacchi simili al proprio". Tradotto: sul modello di Tarrant, che ha ucciso il più alto numero possibile di musulmani dall'altra parte del globo, lui voleva uccidere quanti ebrei possibili. E grazie al manifesto e al video piazzati in rete, sperava che altri seguissero il suo esempio. Per raggiungere la gloria di un massacro.