"Arriverò a Palazzo Chigi dalla porta principale", dice Matteo Salvini

alberto ferrigolo

“Io a Palazzo Chigi ci arriverò dalla porta principale, cioè dalle elezioni. Continuano a rinfacciarmi di aver detto ‘pieni poteri': un'espressione forse equivoca ma sarei l'unico dittatore che chiede di dare la parola agli italiani. Renzi invece ha paura delle urne perché il suo partito è dato fra il tre e il cinque per cento”. In una intervista lunghissima, di ben tre pagine de Il Foglio, il leader della Lega Matteo Salvini attacca a testa bassa anche il premier Conte. “Ma ti pare che il presidente di uno stato sovrano pietisca consigli su come arginare l'avanzata di uno che ti ha portato al governo?” dice riferendosi al suo colloquio captato in bassa frequenza con Angela Merkel. E al premier che si è paragonato al Bettino Craxi di Sigonella, Salvini replica: “Tra Craxi e Conte esiste un abisso, sono come il giorno e la notte" ma “ormai il presidente del Consiglio ha perso la testa, è capace di dire qualunque cosa”.

I capitoli dell'intervista sono numerosi e spaziano ad ampio raggio. Sul Russiagate, il capo della Lega dice che “il tempo sarà galantuomo, sempre e comunque” e se sul caso Hotel Metropol non ha querelato ancora nessuno è perché: “Io non batto cassa con le querele”, a parte Saviano “perché ‘ministro della malavita' è troppo”.

E poi, “al di là delle indiscrezioni giornalistiche, io non vedo reati in questa storia moscovita. Perché dovrei mettere alla gogna una persona per mezza intercettazione smozzicata?” si chiede Salvini, che subito dopo aggiunge: “Savoini non è un dirigente della Lega, lo conosco come una persona perbene. In generale, se qualcuno sbaglia paga, se è della Lega paga doppio, e se prende soldi viene cacciato, anzi lo prendo a calci nel sedere. C'è una procura che indaga da mesi, ripongo massima fiducia nel lavoro dei magistrati milanesi. Mi devono dimostrare che sono usciti i soldi: Per poi avanzare la sua previsione. “Questa storia finirà in una bolla di sapone”.

Tantopiù, sottolinea Salvini, che “il Copasir adesso ha un presidente, il nostro Volpi, e svolgerà i dovuti approfondimenti. Mi sembra che in questo caso si parli di fatti concreti, non di fuffa come la storia dei rubli che io non ho mai visto” dice chiudendo il capitolo Russiagate per aprire subito dopo una polemica con i Cinquestelle sul Reddito di cittadinanza. “Tornando indietro non rifarei di certo non nel modo in cui è stato fatto. Purtroppo" spiega "era una misura bandiera dei Cinque stelle: prendere o lasciare. Non c'è stato verso di farli ragionare”. Ciò che gli dà anche il pretesto per tirare in ballo Luigi Di Maio diventato ministro degli Esteri: “quando l'ho letto, non ci credevo. Va bene tutto, ma un minimo di umiltà nella vita ci vuole. Se l'avessero proposto a me, che pure non difetto di autostima, avrei detto: no, grazie. Non ci si può improvvisare così, bisogna avere rispetto delle istituzioni. So che detto da me può suonare strano, i miei avversari mi dipingono come un mezzo eversivo ma io ho un enorme rispetto delle istituzioni”.

Il punto è che “per guidare la Farnesina servono competenze specifiche, devi saper maneggiare con disinvoltura la politica estera, la diplomazia, la geopolitica, le lingue straniere… I casi sono due: o Di Maio è un genio o Di Maio si vende per poco. Sarà la storia a giudicare”.

Mosca o Washington? Con chi si schiera Matteo Salvini? Il leader della Lega non ha dubbi: “Con la seconda”. Ma premette che non si appassiona a modelli preconfezionati: “La la democrazia russa ha pochi anni alle spalle, quella americana qualche secolo. Se è per questo, anche il ‘sogno americano', il suo immaginario culturale sono intriganti perché diversi dal nostro. Io sono sempre incuriosito dal diverso. Mi descrivono come un gretto che vuole innalzare muri: ma quali muri? Ma quale chiusura? Io dico: apriamo le finestre, aria, aria… senza farci fregare però”.

E “quando tornerò al governo, perché ci tornerò dalla porta principale – promette –, sogno di mettere attorno allo stesso tavolo Mosca e Washington: è meglio tenere con loro il filo del dialogo piuttosto che sentir parlare di riarmo e missili a medio raggio, come stava facendo la Russia qualche tempo fa”.

Sull'Europa assicura di non volerne uscire e sull'euro aggiunge: “Assolutamente irreversibile”. Ovvero: “Io voglio stare in Europa, e non per passione ideale ma perché nel mondo di oggi l'Italia, fuori dall'Europa, è destinata a non contare nulla”. Per poi chiosare: “E quando tornerò a governare imposteremo un discorso nuovo in Europa. Per renderla più forte e per contare di più”.

E alla giornalista che ricorda al leader della Lega che in Europa lui è alleato con quelli di AfD, i cui esponenti, in base a una recente sentenza del tribunale amministrativo di Meiningen, sono stati dichiarati “fascisti”, Salvini risponde: “Nessun imbarazzo, le spiego perché. Questa del fascista è l'etichetta che mi ricamano addosso da quindici anni. Se uno in Germania dovesse farsi un'idea di me e della Lega dalla stampa italiana, penserebbe di avere a che fare con un criminale. Per come vengo ritratto, io stesso avrei paura a incontrarmi. In democrazia però contano i cittadini. Alle ultime elezioni regionali gli amici di AfD hanno preso milioni di voti: o i tedeschi son diventati tutti fascisti, nazisti, trogloditi e antisemiti, oppure non è come ce la raccontano. Siamo nel 2019: non c'è alcun pericolo che tornino nazismo o fascismo, entrambi puniti dalla storia”.