Attesa per oggi la sentenza del Maxiprocresso dei Nebrodi

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Patti (Messina), 31 ott. (Adnkronos) – (dall'inviata Elvira Terranova) – E' attesa per oggi pomeriggio al Tribunale di Patti (Messina) la sentenza del 'Maxiprocesso della mafia dei Nebrodi' che vede alla sbarra 101 imputati. Il collegio del Tribunale di Patti, presieduto da Ugo Scavuzzo con i giudici a latere Andrea La Spada ed Eleonora Vona, si sono ritirati dallo scorso 24 ottobre. Un processo che molti definiscono 'storico', il più importante nel messinese dai tempi di Mare Nostrum. Per i 101 imputati la Procura ha chiesto la condanne per quasi mille anni di carcere e 30 milioni di euro di confische. Alla sbarra la cosiddetta “Mafia dei pascoli” e quel sistema attraverso cui la criminalità drenava milioni di euro di contributi europei destinati ai terreni agricoli garantendosi linfa finanziaria. Un meccanismo i cui ingranaggi furono fermati dal protocollo di legalità Antoci. Era stato proprio l'ex Presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, a firmare il protocollo che ha di fatto danneggiato la 'mafia dei pascoli'. Il "Protocollo Antoci" fu poi recepito nei tre cardini del Nuovo Codice Antimafia e votato in Parlamento il 27 settembre 2015. Il protocollo è stato ideato per porre un freno alle truffe ai danni dell'Unione Europea, obbligando le aziende che vogliono affittare i terreni del Parco a fornire il certificato antimafia dalla prefettura, non potendo più autocertificarsi per bando con importi inferiori a 150mila euro.

Il Maxiprocesso dei Nebrodi scaturisce dall’operazione del 15 gennaio 2020 denominata "Nebrodi" con 94 arresti e il sequestro di 151 aziende agricole per mafia, una delle più vaste operazioni antimafia eseguite in Sicilia e la più imponente, sul versante dei Fondi Europei dell’Agricoltura in mano alle mafie, mai eseguita in Italia e all’Estero. L’ex Presidente del Parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci, oggi Presidente Onorario della Fondazione Caponnetto, ha rischiato la vita nell'attentato del 2016 dal quale si è salvato grazie all’auto blindata e al violento conflitto a fuoco ingaggiato dai poliziotti della sua scorta, tutti promossi per merito straordinario e medaglia al valore.

L’inchiesta Nebrodi della Dda di Messina, guidata fino a poche settimane fa dal Procuratore Maurizio De Lucia oggi alla guida della Procura di Palermo, ha messo a nudo gli interessi dei mafiosi che nei fondi pubblici hanno trovato ormai da tempo un nuovo business con meccanismi sempre più raffinati che il protocollo Antoci evidentemente non è riuscito a interrompere del tutto ma ha dimostrato alle vittime “che si possono fidare dello Stato”.

"Sarò presente in aula alla lettura della sentenza – ha fatto sapere Giuseppe Antoci -. Si chiude un cerchio si scrive una pagina di storia, si libera un territorio. Da quel 2013 non avrei mai immaginato di attraversare una strada così tortuosa, non avrei mai pensato di dover rischiare la mia vita e perdere la mia libertà, così come non avrei certamente mai pensato di contribuire a creare una norma dimostratasi devastante per le organizzazioni mafiose". "Sono stati anni di sofferenze e preoccupazioni – ancora Antoci – ma anche di vittorie. Spero in un verdetto esemplare che possa alleviare almeno in parte tutto il dolore di questi anni. Sono infatti convinto che nell’accidentato cammino della vita – gravido di inside, tragedie, paludi, meschinità, zavorre e miserie – la resilienza e la difesa senza se e senza ma della dignità rimane la sola vitale questione dell’essere umano. Ecco, io ho tentato di fare solo questo e solo questo porterò dentro quell'aula ascoltando una sentenza emessa nel nome del Popolo Italiano", conclude