Audio inedito di Giovanni Falcone: Cosa nostra e le sue regole

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Roma, 22 mag. (askanews) – “Da quello che mi è stato detto è stato inserito un congegno esplosivo che è stato fatto esplodere a distanza ma solo per fermare la macchina. Se così è, perché non inserire un bel congegno esplosivo che facesse saltare in aria tutta la macchina? Perché doveva essere fermata la macchina in quel punto, e lì doveva essere ucciso in maniera chiara e ammonitrice per tutti”, è Giovanni Falcone che parla, nel settembre del 1989, a Palermo. E’ un audio inedito del magistrato, ottenuto da Askanews, che pubblica così un secondo estratto. Le sue parole sono il miglior modo per ricordarlo a 29 anni dall’attentato di Capaci.

All’inizio di quella estate, il 21 giugno 1989, Falcone era già scampato ad un attentato, nella villa al mare affittata per le vacanze sul litorale dell’Addaura. Ora è settembre, il magistrato parla ad un gruppo di persone che sanno bene cosa è la mafia, a uomini della polizia giudiziaria. Parla di un omicidio di Cosa nostra avvenuto poco tempo prima, quello di Antonio D’Onufrio, ma le sue parole “un congegno esplosivo che facesse saltare in aria tutta la macchina”, suonano ora come un presagio di quello che il 23 maggio 1992 succederà sull’autostrada A29, quando il tritolo della mafia fece saltare in aria l’auto blindata e il corteo della scorta, uccidendo Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

Il magistrato incontra periodicamente chi fa le indagini a Palermo, il focus della riunione è il nuovo Codice di procedura penale, che sta per entrare in vigore, il 24 ottobre 1989. Falcone però non guarda alla mafia solo come magistrato. Cosa nostra la vede nella sua terra, radicata, la vede nella sua interezza e sa qual è la vera posta in gioco. Cosa nostra è “una organizzazione unica ed unitaria”, ché “altrimenti certe regole non si spiegano”, dice. E ricorda l’omicidio del barone Antonio D’Onufrio, possidente terriero, ucciso il 16 marzo del 1989 a 39 anni, perché ritenuto informatore della polizia. Un omicidio che – per lo stato delle indagini a quel momento – “dimostra tante cose: primo, dimostra che è completamente finito il controllo dei Greco in territorio di Ciaculli. Secondo, per le modalità con cui è avvenuto, dimostra l’elevato grado di addestramento militare di questi personaggi. Terzo, dimostra il grado di infiltrazione della mafia nel tessuto sociale. Se un barone D’Onufrio viene ucciso in modo così plateale è perché all’esterno venga recepita in modo chiara la lezione che si dà a chi in qualche modo ha sgarrato. Su questo non c’è dubbio”.

Servizio di Serena Sartini, Giovanna Turpini, Andrea Tuttoilmondo

Montaggio: Alessandra Franco

Audio esclusivo askanews

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