Avamposto Vietnam. L'asse col Giappone (benedetto dagli Usa) fa infuriare la Cina

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Dragon Carp on the east bank of the Han River in Da Nang , Vietnam (Photo: wichianduangsri via Getty Images)
Dragon Carp on the east bank of the Han River in Da Nang , Vietnam (Photo: wichianduangsri via Getty Images)

Il Vietnam ha firmato oggi un accordo con il Giappone per la cooperazione e il trasferimento di tecnologia militare, e la Cina non l’ha presa per niente bene. L’intesa viene solo due settimane dopo la visita del Segretario di Stato Usa Kamala Harris ad Hanoi e si inserisce “a gamba tesa” nella già delicata disputa sulle acque del Mar Cinese Meridionale tra Washington, Pechino e Tokyo. Nell’accordo, infatti, Vietnam e Giappone hanno sottolineato la necessità di tutelare la libertà di navigazione ed il rispetto della sovranità territoriale nelle rispettive acque territoriali.

Una nuova doccia fredda sulle pretese che Pechino accampa ormai da tempo su buona parte delle distese marine dell’area, un ostinato atteggiamento che l’ha messa in aperta rotta di collisione con tutte gli attori internazionali coinvolti, dal Giappone al Vietnam, appunto, fino a Taiwan, alla Malesia, alle Filippine e al Brunei. Oltre, naturalmente, agli Usa e – in pratica – all’intera comunità internazionale, che ha sempre respinto le pretese sovraniste cinesi.

Tutte le nazioni coinvolte nella disputa contestano la pretesa di Pechino su gran parte delle acque del Mar Cinese Meridionale, affermando che viola la loro sovranità e i diritti marittimi sanciti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. L’unica a restarne ostinatamente fuori è l’Indonesia. Giacarta afferma di non essere coinvolta della disputa, anche se, in realtà, la parte settentrionale della zona economica esclusiva delle sue isole Natuna si sovrappone alla “linea dei nove trattini “, ovvero al confine (ritenuto appunto assolutamente arbitrario) che secondo Pechino delimita le sue vaste pretese, che arrivano ad includere quasi il 90% delle acque contese. “Queste pretese illegittime sono state respinte dalla decisione del tribunale arbitrale del 2016 e le azioni di Pechino continuano a minare l’ordine basato sulle regole e minacciano la sovranità delle nazioni”, aveva detto senza mezzi termini la Harris ad Hanoi, riferendosi in particolare a una sentenza sfavorevole alla Cina nella causa intentata dalle Filippine presso la Corte di giustizia internazionale fin dal 2013.

L’annuncio dell’accordo militare tra Hanoi e Tokyo ha fatto definitivamente saltare in nervi alla diplomazia cinese che, per bocca del potentissimo ministro degli Esteri, Wang Yi, ha lanciato un chiaro “avvertimento” al Vietnam sui rischi di “ingigantire il conflitto” nelle acque contese del Mar Cinese Meridionale, incitando provocatoriamente altri paesi della regione a prendere ciascuno la propria parte di responsabilità nella disputa, ovvero, a scegliere uno, o l’altro schieramento. Meglio quello cinese, secondo Pechino, ovviamente. E in questa intricata e delicatissima situazione non va dimenticato il ruolo della piccola Taiwan, “l’isola ribelle”, secondo i cinesi, che presto o tardi, con le buone o con le cattive (e negli ultimi tempi pare sempre più probabile che la Cina ricorra alle cattive…) verrà riunita alla grande “Madrepatria cinese”.

Anche Taiwan, infatti, sarebbe coinvolta nella spinosa vicenda delle acque contese, perché parte di queste ricadono nelle acque territoriali di Taipei. Se non fosse che, per Pechino, il problema non si pone, perché Xi Jinping e i suoi sono sempre stati compatti nel sostenere che non esistono acque territoriali di Taiwan in quanto… non esiste una nazione indipendente chiamata Taiwan. Ma soltanto una “provincia rinnegata”, appunto, che fa parte di quel totem nazionalistico più che mai caro a Xi e ai suoi, che va sotto l’evocativa definizione di “Una sola Cina”.

Il piccolo Vietnam – un’economia in grandissima espansione, le cui potenzialità di crescita e il cui mercato fanno sempre più gola, soprattutto alla Cina – si trova da tempo preso in mezzo tra i due blocchi, quello pro-Pechino da una parte e quello degli alleati americani dall’altro. E la Cina non si limita alle minacce, più o meno velate, per spingere il governo di Hanoi a passare nel suo schieramento ma, come sua abitudine, ci mette il carico da venti della sua particolare diplomazia “degli aiuti”.

Nel caso del Vietnam, ha messo in campo tutta la potenza di fuoco della “diplomazia dei vaccini”, che in tempi di pandemia senza freni in quell’area, appare con ogni evidenza la più appropriata. In concomitanza con la visita del ministro degli Esteri cinese nella capitale vietnamita, lo scorso 11 settembre, Pechino ha annunciato la donazione di tre milioni di dosi di vaccino contro il coronavirus, che si vanno ad aggiungere a quelle precedentemente donate, per un totale di 5,7 milioni di dosi. Un’offerta che, di questi tempi, è difficile, anzi impossibile, pensare di poter rifiutare. E infatti, come ha riferito l’emittente televisiva statale vietnamita VTV, Il primo ministro Pham Minh Chinh ha detto sabato che i due paesi dovrebbero usare il dialogo per risolvere eventuali differenze. Un ramoscello di ulivo che stride però parecchio con le più recenti prese di posizione del governo di Hanoi, che aveva precedentemente accusato la Cina di ostacolare le sue attività di esplorazione del gas nel Mar Cinese Meridionale, dove Pechino ha costruito diverse isole dotate di piste di atterraggio e installazioni militari; per non parlare poi di questo nuovo trattato militare firmato col Giappone con lo scopo, dichiarato proprio dal premier Pham Minh Chinh, di “intensificare la cooperazione militare tra i due Paesi di fonte alle preoccupazioni per la crescente influenza militare della Cina”. Tokyo, da parte sua, protesta regolarmente contro la presenza della Cina vicino alle isole Senkaku controllate dai giapponesi, che anche la Cina rivendica e chiama Diaoyu.

Le acque dell’area dell’Indo-Pacifico, insomma, rischiano a questo punto di diventare il centro di uno scontro – che potrebbe facilmente sfociare in un aperto confronto militare – tra le due superpotenze globali, Usa e Cina, attraverso il coinvolgimento dei rispettivi alleati, in quello che The Economist ha recentemente definito “The most dangerous place on Earth – Il posto più pericoloso al mondo”: le acque dello Stretto di Taiwan. Un’escalation di tensione che preoccupa il presidente americano Joe Biden il quale, mentre rivendicava la correttezza della sua scelta di andarsene dall’Afghanistan, diceva senza tanti giri di parole che adesso gli interessi e le preoccupazioni dell’America si sono spostate proprio nell’area dell’Indo Pacifico, con la Cina (e la Russia) al primo posto.

Secondo quanto riferito nei giorni scorsi dal Financial Times, l’amministrazione Biden starebbe valutando di consentire il cambio di denominazione all’ufficio di rappresentanza taiwanese a Washington, che tradizionalmente – come per tutti gli uffici di rappresentanza in paesi che non riconoscono Taiwan a causa delle pressioni cinesi - si chiama di “Taipei”, per non far imbufalire la Cina che, come si è detto, non vuol nemmeno sentir lontanamente parlare di una “Repubblica di Taiwan”. E come se questo non bastasse ad alzare a livelli d’allarme la tensione tra Washington e Pechino, l’ex comandante delle forze americane nel Pacifico, Harry Harris, ha apertamente chiesto al governo Usa di rivedere, al rialzo, la sua politica di sostegno militare a Taipei. Un’esortazione che è sembrato venisse colta al volo, quando, lo scorso 9 settembre, la presidente indipendentista taiwanese Tsai Ing-wen ha presenziato alla cerimonia per il varo di una nuova corvetta multiuso di classe Tuo Chiang, dotata di armi innovative come il missile di difesa aerea Sea Sword II di ultimissima generazione, in grado di effettuare attacchi rapidi. Il tema dello Stretto resta dunque uno di quelli più delicati nei rapporti bilaterali Usa-Cina, e sicuramente non è servita a a risolverlo – o almeno a fare qualche passo verso una sperata distensione - la telefonata di venerdì tra Joe Biden e Xi Jinping. Ma forse sarà proprio Joe Biden il presidente che farà – in un modo o nell’altro – uscire gli Stati Uniti dall’eterna ambiguità nei confronti di Taiwan, visto che l’America aderisce formalmente al diktat cinese di “Una Sola Cina”, ma ha passato gli ultimi 70 anni a garantire che ce ne fossero due.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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