Avanguardia green e paure dell'Olanda, "Paese basso" minacciato dal clima

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Ramspolbridge and storm barrier wit the delta of the river IJssel in the background Inflatable rubber dam at Ramspol near Kampen in The Netherlands. Inflatable rubber dams are cylindrical rubber fabrics placed across channels, streams and weir or dam crests to raise the upstream water level when inflated. (Photo: Sjo via Getty Images)
Ramspolbridge and storm barrier wit the delta of the river IJssel in the background Inflatable rubber dam at Ramspol near Kampen in The Netherlands. Inflatable rubber dams are cylindrical rubber fabrics placed across channels, streams and weir or dam crests to raise the upstream water level when inflated. (Photo: Sjo via Getty Images)

L’aumento della temperatura di due gradi equivarrebbe a “una condanna a morte per il popolo di Barbuda, di Antigua, delle Maldive, della Dominica, del Kenya, del Mozambico, di Samoa, delle Barbados e altri”. Nel drammatico elenco delle popolazioni a rischio per l’aumento del livello del mare, stilato dalla Premier delle Barbados Mia Mottley in apertura della Cop26 di Glasgow, bisogna inserire anche quella olandese. Se non fosse per la costruzione di dighe, argini e altri strumenti per governare l’acqua, i Paesi Bassi si troverebbero il 65% del proprio territorio inondato. Questa percentuale attualmente sfiora il 30% e comprende crocevia internazionali fondamentali, come il porto di Rotterdam - il più grande del continente – e l’aeroporto di Amsterdam Schipol, tra i primi cinque in Europa. Il punto più basso dell’Olanda si trova a nove metri sotto il livello del mare. Una buona metà del Paese, invece, emerge di appena un metro sopra il livello del Mare del Nord. Problemi di oggi che rischiando di diventare drammi di domani a causa del riscaldamento globale, con Amsterdam sempre presente nella lista delle metropoli che potrebbero finire sott’acqua nel giro di pochi decenni.

Nonostante ciò, agli occhi di qualcuno sembrerebbe un falso problema. “Non credo che l’acqua possa rappresentare una minaccia per le prossime generazioni”, afferma Marteen Oijevaar ad Huffpost. Produttore in una piccola azienda di fiori nella città di Creil (-3 metri sotto il livello del mare), nella provincia di Flevoland, Maaerten è sicuro che gli ingenti investimenti che il governo ha riservato per modernizzare i sistemi idrici siano una garanzia di sicurezza. “Semmai, è la grande quantità di pioggia a preoccupare”, sottolinea non a torto. L’Olanda, infatti, è vittima di lunghissimi periodi di pioggia, con intensità fuori dalla norma. Basti pensare all’alluvione di questa estate nel Sud del Paese, che ha interessato anche gran parte degli Stati centro-settentrionali europei e per cui è stato necessario l’intervento dell’esercito per mettere in salvo centinaia di famiglie costrette ad abbandonare la propria casa. Nella sola cittadina di Roermond, una delle tante coinvolte dall’alluvione, ne sono state evacuate 550, così come 350 persone sono state portate via da due distretti di Maastricht.

Le conseguenze del cambiamento climatico sono quindi tangibili, nonostante l’ottimismo di Maaerten che sembrerebbe ingiustificato di fronte alla realtà dei fatti. Una spiegazione ci arriva da Johan Oppewal, giornalista olandese che scrive per la rivista De Boerderij – La Fattoria. Quella di Maaerten sarebbe una visione piuttosto comune all’interno dei Paesi Bassi. Tuttavia, rispetto al produttore di fiori, per Johan Oppewal la questione delle acque assomiglia molto più a “un incubo” se si pensa al prossimo decennio quando le acque del mare potrebbero raggiungere intere città. “Ci sono dei posti che è impossibile evacuare. Abbiamo bisogno di più spazio per gestire l’acqua”, afferma ad Huffpost.

Tra questi figurano senza dubbio i polder, che caratterizzano per lo più la costa centrale olandese. Questi luoghi sono il frutto delle opere di bonifica avvenute con la costruzione delle dighe, che hanno asciugato il territorio e permesso alla terra di venir fuori. Il terreno viene quindi svuotato di tutta l’acqua in eccesso attraverso la costruzione di argini e canali, rendendo così l’area coltivabile. Grazie a questo sistema, utilizzato anche come strategia di difesa contro l’avanzamento di un esercito, sono nate molte cittadine di cui la più famosa è Beemster, nominata patrimonio dell’Unesco a fine secolo scorso. Come lei tante altre, compresa la già citata provincia di Flevoland, sorta dal mare grazie a un progetto di bonifica attuato nella prima metà del Novecento.

The Netherlands, Zuid Beemster, Beemster Polder, Unesco World Heritage site. Houseboats in canal. (Photo: Frans Lemmens via Getty Images)
The Netherlands, Zuid Beemster, Beemster Polder, Unesco World Heritage site. Houseboats in canal. (Photo: Frans Lemmens via Getty Images)

Anche se le percezioni di Maaerten e Oppewal sui cambiamenti climatici appaiono contrastanti, i due sono concordi nel dare merito all’operato dei vari governi che si sono susseguiti negli ultimi anni: “Grazie agli investimenti che abbiamo fatto, né la mia né la prossima generazione finiremo sott’acqua”, assicura il giornalista facendo eco al titolare dell’azienda floreale.

Piuttosto, l’attenzione dell’Olanda deve concentrarsi sui fiumi, per via di quelle continue piogge che si abbattono con violenza sul Paese. Proprio con l’inondazione di questa estate, il fiume Mosa ha raggiunto la portata record di oltre 3.300 metri cubi al secondo. Le alluvioni sono state oggetto dello State of the Global Climate 2021, redatto dall’Organizzazione metereologica mondiale (Wmo) e presentato domenica a Glasgow prima della Conferenza sull’ambiente. Nel rapporto viene dato risalto su come il riscaldamento globale abbia aumentato drasticamente il livello degli oceani, passato da 2,1 mm all’anno nel periodo 1993-2002 ai 4,3 mm di oggi. Eppure, per molti i dati non sembrano essere sufficienti a giustificare un allarme. Come ci spiega Oppewal, “i più diffidenti arrivano proprio dalla comunità rurale. Sono una piccola parte, ma ci sono anche qui”. Oltre a un maggior conservatorismo tipico di queste aree, gli agricoltori e gli allevatori fanno orecchie da mercante di fronte alle richieste che provengono dall’alto. Per affrontare seriamente la questione ambientale, infatti, andrebbe ripensato l’attuale sistema produttivo, che rappresenta un ostacolo di prim’ordine nella lotta al cambiamento climatico. Naturalmente, un cambiamento così drastico e repentino avrebbe degli effetti anche in termini economici e, proprio per questo, dal mondo dell’agricoltura olandese si è levato un grido di resistenza abbastanza forte.

Proprio pochi giorni prima dell’inizio di Cop26, l’Agenzia olandese per la valutazione ambientale (PBL) ha presentato il suo report annuale sulla politica ambientale del Paese, secondo cui il governo di Mark Rutte ha compiuto diversi passi in avanti rispetto al 2020. La tassa per le aziende più inquinanti, per esempio, è entrata in vigore dal primo gennaio di quest’anno nonostante la preoccupazione che le società potessero fare le valigie e spostarsi altrove. A quelle che investono in strumenti più sostenibili, inoltre, sono previsti incentivi statali. Le buone notizie sono arrivate anche dalle aule di tribunale. Alcune Ong ambientaliste avevano fatto causa alla Shell, costretta lo scorso maggio a ridurre del 45% le sue emissioni entro il 2030. Quella contro la multinazionale petrolifera è stata una causa storica, tanto da venire ribattezzata “il popolo contro Shell”. In virtù di questi progressi, le emissioni provenienti dalle industrie olandesi saranno molto vicine ai target stabiliti entro la fine del decennio.

A quanto pare, però, tutto ciò non basta. Alla riduzione dei gas delle aziende non segue quella di case, edifici e, appunto, del settore agricolo, molto restio al cambiamento. Già nel 2015 il governo era stato considerato responsabile della salute dei cittadini e per questo costretto ad adottare delle misure che riducessero le emissioni di gas serra del 25% rispetto ai livelli del 1990. Di sollecitazioni in questo senso ne sono arrivate da ogni dove e l’Olanda ha iniziato a colpire i settori più inquinanti – anche se maggiormente redditizi. A settembre scorso è entrata in vigore una legge secondo cui, entro il 2030, le metà delle aree naturali devono registrare concentrazioni di azoto entro i limiti previsti per la salvaguardia sanitaria della popolazione. A subirne di più gli effetti sono stati gli allevamenti intensivi - di cui i Paesi Bassi sono pieni data la grande concentrazione di polli, suini ma soprattutto bovini – ai cui proprietari il governo ha imposto una riduzione del 30% del bestiame.

Neanche a dirlo, i mugugni del mondo agricolo sono stati eloquenti. La loro disaffezione alle istituzioni nasce da un sentimento diffuso tra queste comunità, che si sentono bersagliate dalle decisioni del governo. Come hanno dimostrato i trattori che hanno sfilato per protesta a L’Aja due anni fa, per contadini e allevatori il peso del cambiamento climatico è solo sulle loro spalle. “Per il loro pragmatismo riconoscono il problema, ma non credono che possano essere le istituzioni a risolverlo”, ci spiega Oppewal. Una disillusione che non si ferma ai soli confini nazionali. Al contrario di tanti altri, l’intransigenza del governo Rutte in Europa sembra piacere a Maaerten, che analizza lo scontro interno all’Ue in modo semplice: “Probabilmente, l’Olanda sta correndo più veloce degli altri membri”.

A queste parole dà manforte Rachele Gianfranchi, Head of Government Affairs alla Everbridge, società di fintech con sede anche ad Amsterdam. Il luogo dell’appuntamento in cui la incontriamo – il Café Plantage di Amsterdam, nella zona dell’orto botanico – sembrerebbe esser stato scelto appositamente. “L’Olanda è un Paese schietto, dove non ci si fanno troppe domande. Se c’è un problema, si risolve. Qualora ci si accorge che si poteva fare meglio, ci si corregge. Ma nel frattempo si è mossa”. La concretezza di cui parla la sintetizza nel Global Centre on Adaptation Board, di cui i Paesi Bassi sono stati tra i primi promotori (non a caso ne ospitano la sede a Rotterdam) e alla cui base c’è la volontà di dare seguito alle tante parole che vengono pronunciate durante le varie conferenze. Lo spirito olandese all’interno degli organismi internazionali, Unione europea inclusa, è sempre volto all’azione e per questo molte volte si trova su lunghezze d’onda differente rispetto agli altri interlocutori. Anche durante la Cop26, “sono sicura che prenderà una posizione netta come fatto con il Global Centre. Vuole rendere operative le decisioni prese attraverso un processo di misurazione dei progressi ottenuti ed eventualmente segnalare dei ritardi sulla tabella di marcia”.

Netherlands' Prime Minister Mark Rutte arrives for the COP26 UN Climate Summit in Glasgow on November 1, 2021. - More than 120 world leaders meet in Glasgow in a
Netherlands' Prime Minister Mark Rutte arrives for the COP26 UN Climate Summit in Glasgow on November 1, 2021. - More than 120 world leaders meet in Glasgow in a

Il progresso, d’altronde, in Olanda assomiglia molto al presente. “Qui il cambiamento è già in atto. Ci si sta concentrando su fonti di energia rinnovabili da tempo, c’è tantissima ricerca a cui deve seguire un cambiamento nel nostro modo di agire. La nuova generazione è molto sensibile su questi temi. Sono coscienti che per salvare il clima sono necessari degli accordi, ma l’impegno deve essere personale”, afferma con una punta di amarezza pensando ad altri Paesi, compresa anche l’Italia. “Non ho sentito grandi dibattiti come li sento qui in Olanda tutti i giorni. Credo sia un problema di informazione, non siamo ben informati. Il nostro è un Paese che sta diventando sempre più autoreferenziale su temi che non appartengono a questo secolo. Ci si concentra sul dettaglio, senza guardare al quadro. Tutti i problemi sono strettamente collegati con l’ambiente. Penso alle migrazioni: la gente si sposta o per fame o per guerra”. Il consiglio che suggerisce è quello di “guardare agli altri Paesi, cosa che l’informazione non fa. Si rimane sempre dentro il nostro confine. In Olanda è diverso, si guarda all’esterno. Ci si domanda il perché di quello che accade anche a livello internazionale, molto più di quanto accade in Italia”.

Gianfranchi ci tiene a precisare come non vuole essere troppo dura nei confronti del suo Paese di origine, dove la coscienza ambientale è viva “ma di nicchia” e perciò andrebbe allargata. Come accade in Olanda, dove il tema è dibattuto da anni. “Sono almeno 15 anni che ci sono studi relativi ai cambiamenti climatici e che osservano all’innalzamento delle acque”. In effetti, quando le riportiamo le parole di Maaerten, ce le conferma: “È vero, l’Olanda corre di più dell’Europa. Ha un ruolo centrale e si è visto anche con l’emergenza Covid-19. Il governo Rutte è stato malvisto da altri Paesi come Italia e Spagna per la questione dei fondi”, ma quando parliamo dell’Olanda “dobbiamo ricordarci che si tratta di un Paese molto piccolo, di appena 17 milioni di persone, e per questo deve essere più estremo nella trattazione per arrivare a un risultato che può andar bene agli Stati più piccoli, di cui si erge a portavoce”.

La determinazione si è vista anche nell’avvicinamento alla Cop26, con l’Olanda (insieme all’Italia) in prima linea nel volere un termine temporale di cinque anni per le riforme da adottare, contro i Paesi del carbone – Cina, Russia, India su tutti. Come nel caso dei fondi per la ricostruzione post pandemia, in tema di elargizione di soldi per permettere ai Paesi in via di sviluppo un’accelerazione nel processo green l’Olanda ha storto in naso. Non si tratta di una questione di discriminazione, ma rientra nella loro visione di come affrontare gli ostacoli. “Quello che si domandano è: se lo Stato non è in grado di utilizzare e spendere bene i propri soldi, perché dobbiamo dargliene degli altri? Nella loro ottica la responsabilità di affrontare un problema è il tuo. Non la puoi delegare a qualcun altro. È un concetto poco europeo, che non a caso è caratteristico dei Paesi più freddini sul sentimento europeista. Si tratta di una questione culturale, in altri Paesi lo Stato appare come un ente paternalista. In Olanda, chi fa da sé fa per tre. Nella loro ottica, donare soldi in questo modo non risolverebbe la questione”.

Forse, le ragioni di questo comportamento affondano proprio nella storia ambientale dell’Olanda, quando era tutt’altro che l’avanguardia green europea. “Ricordiamoci sempre che è il Paese della Shell. A nord ci sono impianti chimici e altamente inquinanti. Negli anni Settanta, i canali di Amsterdam erano dei posti invivibili, simili a delle pattumiere a cielo aperto”. Da allora è cambiato tutto, con “la Compagnia delle acque che si è imposta per renderli puliti. Ci sono dei sensori che monitorano l’inquinamento delle acque in tutte, per vedere se ci si può anche tuffare. In molti si fanno il bagno, anche mio figlio. L’acqua del rubinetto non solo è bevibile, ma è anche buona. L’Olanda è effettivamente un Paese che vive sul futuro”.

Activists of the environmental NGO Greenpeace climb a storage tank to hang a banner and glue posters during an action at the Dutch oil company Shell's refinery at the Pernis site in the port of Rotterdam on October 4, 2021, calling for an European Union ban on fossil fuel advertising. (Photo by Kenzo TRIBOUILLARD / AFP) (Photo by KENZO TRIBOUILLARD/AFP via Getty Images) (Photo: KENZO TRIBOUILLARD via Getty Images)
Activists of the environmental NGO Greenpeace climb a storage tank to hang a banner and glue posters during an action at the Dutch oil company Shell's refinery at the Pernis site in the port of Rotterdam on October 4, 2021, calling for an European Union ban on fossil fuel advertising. (Photo by Kenzo TRIBOUILLARD / AFP) (Photo by KENZO TRIBOUILLARD/AFP via Getty Images) (Photo: KENZO TRIBOUILLARD via Getty Images)

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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