Avevo il Covid-19 ma il test ha dato esito negativo per 5 volte. Ecco cosa bisognerebbe sapere sui test

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(Photo: Huffpost usa )
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di Christine Zink, M.D.

Fino a poco tempo fa, di fronte a un leggero mal di gola e a una congestione nasale, probabilmente non avremmo temuto che qualcosa di minaccioso stesse crescendo dentro di noi. Ci saremmo autodiagnosticati un banale raffreddore, per poi acquistare dei farmaci decongestionanti e metterci a riposo. In caso di febbre, magari avremmo pensato a un’influenza ma in generale si poteva tranquillamente dedurre che fosse una semplice seccatura temporanea e non una malattia potenzialmente mortale. Era solo un banale virus. Bastava toglierselo di torno e tornare al lavoro.

Ma adesso ammalarsi è tutta un’altra storia.

Sono un medico d’urgenza e di recente gli amici mi chiedono spesso se non sia il caso di temere che un sintomo che hanno sviluppato possa essere ascrivibile al Covid-19 o se non si tratti solo di un’allergia o di un altro virus. La figlia dei miei vicini ha avuto febbre accompagnata da dolori addominali – possibile che fosse Covid? Un amico ha riportato emicrania con dolori muscolari… Aveva il Covid? Mio fratello si sentiva molto affaticato e aveva la nausea: era Covid? Avrebbe dovuto sottoporsi al test? Cosa avrebbe dovuto dire a sua moglie e ai suoi figli?

Negli ultimi mesi, è diventato evidente che i sintomi di COVID-19 sono numerosi e non comprendono soltanto febbre, tosse, difficoltà respiratorie ma anche dolori, spossatezza, diarrea, nausea e la perdita di olfatto e gusto. Dato che i potenziali sintomi, e le combinazioni di sintomi, sono così tanti – c’è parecchia confusione sulla malattia in generale – sono sempre di più le persone che temono di aver contratto la malattia potenzialmente devastante e che pertanto chiedono rassicurazioni agli esperti e vorrebbero sottoporsi al test nelle primissime fasi della loro indisposizione.

A metà giugno – quando il Texas ha revocato l’obbligo di restare a casa e ha permesso alle attività di riaprire, l’ospedale in cui lavoro era molto più affollato del solito. È stato proprio in quel periodo che mio marito, anche lui medico d’urgenza, ha contratto il Covid.

Avevo il turno di notte la sera in cui ha manifestato febbre e spossatezza ed è risultato positivo al tampone. Io non avevo sintomi ma essendo stata esposta al virus tramite mio marito, l’ospedale ha subito richiesto che anche io facessi il test. Che ha dato esito negativo.

Mio marito si è immediatamente messo in isolamento in un hotel che viene usato per ospitare gli operatori sanitari contagiati, mentre io sono stata rimandata a casa. Eravamo preoccupati per il risultato positivo di mio marito, che potesse aver contagiato anche me e per quello che sarebbe potuto succedere se entrambi ci fossimo ammalati gravemente; ma in quella primissima fase della malattia non potevamo fare altro che aspettare ulteriori sviluppi.

Due giorni dopo, sono stata sottoposta di nuovo all’esame con test rapido per la ricerca dell’antigene. Anche quel test ha dato esito negativo. Non c’era da stupirsi, dato che non avevo ancora manifestato sintomi. Per condurre una verifica più accurata, sono stata sottoposta anche all’esame con test virale PCR. A differenza del test rapido per la ricerca dell’antigene, questo tipo di analisi rileva l’effettivo RNA virale ma anche in questo caso i risultati non vengono comunicati rapidamente e i miei non sarebbero stati disponibili per altri due giorni.

Questo duplice protocollo viene spesso attivato quando vi è un forte sospetto che un individuo abbia il Covid e il test per la ricerca dell’antigene risulta negativo. Sembravo star bene, eppure temevo di essere asintomatica e non volevo trasmettere la malattia a mio figlio undicenne, di cui dovevo prendermi cura da sola poiché mio marito era in isolamento in un hotel.

Volevo proteggere nostro figlio il più possibile, ma sapevo anche che aveva bisogno del mio amore, delle mie attenzioni e di cure generali. Quindi ho iniziato a disinfettare le superfici di casa in maniera maniacale, a indossare la mascherina quando dovevo entrare in stretto contatto con mio figlio e a relegarlo a giocare ai videogame in una stanza in cui io non entravo. Sapevo che era sano e, da medico, sapevo anche che in caso di COVID-19 le sue possibilità di ammalarsi gravemente erano molto basse. Eppure, non riuscivo a smettere di temere che potesse essere uno di quei pochi ragazzi che si ammalano in maniera seria – se non peggio.

Il giorno dopo, manifestavo tosse di lieve entità e brividi. Sapevo che qualcosa non andava, ma non avevo febbre e non ero allarmata dai miei sintomi. Sono stata sottoposta a un quarto test per il Covid-19 e, ancora una volta, l’esito è stato negativo.

Mio marito pensava che avessi un virus di altro tipo perché nella settimana precedente avevo seguito molti pazienti con diverse patologie. Magari si trattava di un semplice raffreddore. O forse di influenza. Non sapevo cosa pensare. Non ero del tutto convinta di dovermi sentire rasserenata dai miei tre test negativi (stavo ancora aspettando i risultati del PCR) ed ero restia all’idea di non mettere la mascherina quando c’era mio figlio. Sapevo che i test possono riportare falsi negativi e sapevo anche i sintomi di Covid possono ripresentarsi e peggiorare nel corso del tempo; quindi potevo soltanto continuare a monitorarmi.

Restando in guardia in caso si fossero manifestati sintomi nuovi o più gravi, ho iniziato a fare ricerche più approfondite sull’accuratezza dei test per la presenza del Covid-19. I test virali e antigene vengono spesso impiegati nei reparti d’emergenza degli ospedali per rilevare l’infezione in corso, mentre i test sierologici servono a rilevare un’infezione o esposizione precedenti. Tuttavia, se i test virali e dell’antigene hanno una scarsa sensibilità o vengono eseguiti troppo resto, i pazienti possono ricevere risultati falsi negativi.

Questo timore è stato illustrato a giugno da Mayo Clinic Proceedings. Internal and Emergency Medicine ha pubblicato il caso di studio di un trentenne cinese che ha avuto sette test PCR negativi prima di risultare positivo otto giorni dopo aver contratto la malattia. I ricercatori della John Hopkins hanno stabilito che eseguire i test in una fase prematura del corso dell’infezione fa aumentare le probabilità di un risultato falso negativo. Secondo il loro studio, pubblicato negli Annals of Internal Medicine, c’è il 67% di possibilità che i pazienti ricevano un falso negativo se vengono sottoposti al test entro quattro giorni dal contagio. Lo studio ha rilevato che quando il test veniva eseguito il giorno della comparsa dei sintomi, solitamente quattro giorni dopo aver contratto l’infezione, le probabilità di ricevere un falso negativo scendeva al 38%. I ricercatori hanno constatato che i test erano più accurati se eseguiti tre o quattro giorni dopo la comparsa dei sintomi ma, anche allora, le probabilità di un falso negativo sono al 20%. Il New England Journal of Medicine ha ulteriormente approfondito i problemi legati ai test per il Covid-19 e ai falsi negativi, arrivando alla conclusione che “i medici specializzati non dovrebbero fidarsi degli inaspettati risultati negativi (ad esempio, presumere che un risultato negativo sia un “falso negativo” in una persona che mostra i sintomi tipici e con un’accertata esposizione al virus).

Si può sostenere che, in alcune situazioni, i test potrebbero non essere necessari o persino pericolosi poiché porterebbero a false rassicurazioni, non cambierebbero il modo in cui la malattia è stata gestita in un particolare individuo e rischierebbero di consumare le forniture di test messe a disposizione. Dunque, è ragionevole chiedersi se tutti quelli che credono di aver bisogno di un esame per verificare la presenza di Covid-19 dovrebbero essere effettivamente sottoposti a test. E se a livello microscopico la risposta è no, non si potrebbe controbattere che a livello macroscopico è comunque importante eseguire le verifiche per favorire il monitoraggio sanitario?

Mentre è vero che i test capillari contribuiscono a determinare dove la malattia è più diffusa e come reagire, questa strategia è più utile se si adottano anche procedure educative e un solido tracciamento dei contatti. Purtroppo, attualmente programmi di questo tipo sono una rarità negli Stati Uniti. Se i test capillari sono resi disponibili senza un tracciamento e una sensibilizzazione adeguati, i pazienti con risultati negativi (soprattutto quelli che riportano sintomi lievi) potrebbero erroneamente presumere di non aver contratto la malattia e, pertanto, di non essere contagiosi o interrompere le procedure di isolamento raccomandate proprio quando più servirebbero.

A causa dei pericoli legati ai risultati falsi negativi e considerando le forniture limitate, dico ai pazienti che sono stati esposti con certezza al Covid-19 e manifestano sintomi lievi, che molto probabilmente hanno contratto la malattia e devono isolarsi senza richiedere altri test. Chiarisco che non vorrei mai offrire un test che potrebbe dare un risultato falso negativo e quindi anche false rassicurazioni. Comprendo la loro frustrazione e spiego che i test sono più accurati quando si manifestano sintomi gravi. E benché l’attesa sia sfiancante e ansiogena per quasi tutti, il distanziamento sociale, l’isolamento, e un auto-monitoraggio attento sono la scelta migliore in quella fase.

Tornando a me, dopo altre 48 ore di tosse sempre più forte, dolori acuti e una spiacevole diarrea, ero piuttosto certa di avere il Covid ma anche il test PCR virale ha dato esito negativo. Dopo due giorni, a mio figlio è venuta la febbre. Per ottenere i test per entrambi, ho deciso di recarmi in pronto soccorso, ma non nell’ospedale dove lavoro, nella remota possibilità che nella mia struttura si fosse verificato un errore. Anche quell’esame è risultato negativo per me. Tuttavia, quello di mio figlio è risultato positivo. Dal momento che ero stata l’unica a prendermi cura di lui, ero piuttosto convinta di avergli trasmesso il Covid-19 pur non essendo mai risultata positiva.

Adesso io e la mia famiglia stiamo bene e, per fortuna, nessuno di noi ha riportato condizioni gravi. Mio figlio ha avuto la febbre solo per una notte. Io e mio marito siamo rientrati al lavoro. A fine luglio, siamo risultati positivi al test sugli anticorpi a lungo termine che ci ha confermato ufficialmente che ho avuto il COVID-19 anche se ben cinque esami tra virali e antigene hanno dato esito negativo.

Continuando a saperne di più sulla malattia – e su come testarne la presenza, tracciarla e combatterla al meglio – se tutto va bene vedremo sempre meno risultati falsi negativi. Ma finché non avremo metodi più accurati e precisi per rilevare il virus, dobbiamo ascoltare il nostro corpo e le parole degli esperti. Se siete stati esposti al Covid-19 e manifestate sintomi lievi, dovreste rimanere a casa e rispettare i protocolli di isolamento più appropriati. In caso di sintomi gravi, rivolgetevi al vostro medico. E se volete, e potete, sottoporvi al test, fatelo. Ma ricordate che un risultato negativo non significa sempre che non siete stati contagiati o che non potreste contagiare quanti vi circondano.

La dottoressa Christine Zink è un medico d’urgenza e autrice freelance di testi medici. Vive a San Antonio. Ha frequentato la scuola di medicina alla Weill Cornell Medical College e ha completato la specializzazione nel 2010 presso il New York – Presbyterian Hospital. Adesso unisce la medicina clinica d’emergenza alla scrittura freelance. Potete leggere i suoi articoli su www.chrissys.ink

Questo pezzo è stato tradotto dall’inglese da Milena Sanfilippo

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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