Avvenire: caso Bija, fatti e domande rimangono aperte

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Roma, 9 ott. (askanews) - Nel primo commento all'inchiesta del giornalista Nello Scavo sulla presenza del boss di Zawiyah Abd al-Rahman Milad, alias Bija, a incontri con funzionari e ufficiali italiani e di organizzazioni internazionali avvenuti in Sicilia e a Roma, il direttore di Avvenire Marco Tarquinio, definisce insufficiente la replica del ministero dell'Interno.

"Cancellare Bija e le relazioni che ha intessuto con pezzi delle nostra istituzioni non si può. Non si può e non si deve. Certo non si può pensare di farlo con un sussurro", scrive il direttore del giornale Cei. "Già, un sussurro. Come quello arrivato ieri dal Viminale, sede del nostro Ministero dell'Interno, in forma di una dichiarazione anonima a cinque giorni dalla prima pubblicazione su queste pagine della foto e della ricostruzione sobria e accurata che ha, appunto, dato lineamenti al volto indicibile e atroce delle intese ricercate con capibanda e signori della guerra libici per bloccare gli esseri umani inermi un fuga dai centri di detenzione ufficiali e 'privati' che costellano, ma dovremmo dire sfregiano e insanguinano, l'ex Jamahiriya. A quella prima si sono aggiunte altre tre tappe del nostro viaggio di cronisti tra ombre, dubbi e orrori".

"Siamo cronisti, e abbiamo raccontato fatti verificati e documenti, offerto elementi di valutazione, raccolto dichiarazioni di esponenti di questo e di altri governi, ottenuto chiarimenti da organismi internazionali", scrive Tarquinio. "Allo stato delle cose non abbiamo conclusioni da trarre, ma proviamo vera angoscia per le ombre che questa storia fa ulteriormente addensare sulla condotta del nostro Paese (e dell'Europa) soprattutto negli ultimi tre anni di 'gestione' della crisi libica bellica e migratoria. Le domande che la nostra inchiesta scandisce sono semplici e giustificate. Meritano di trovare risposte non sussurri".