Baggio e Firenze, storia di un amore spezzato /1: il ct del Brasile guardava solo lui, ma...

Carlo Pallavicino e Alberto Polverosi

Pezzo raccolto da Iacopo Nathan.

La storia del calcio e dei suoi personaggi raccontata in doppia luce. Da una parte Alberto Polverosi, per 41 anni al Corriere dello Sport-Stadio, prima a Firenze, poi a Milano, inviato per quel giornale ai campionati del Mondo dal 1986 al 2014 e agli Europei dal 1988 al 2018. Dall’altra Carlo Pallavicino, fondatore di Calciomercato.com nel 1996  e della agenzia Branchini Associati spa nel 1988 con Giovanni Branchini insieme al quale ha svolto il ruolo di procuratore per 30 anni.  All’epoca dei fatti qui narrati ricopriva anche il ruolo di responsabile squadre e stampa per Italia 90 a Firenze. Con Polverosi e Pallavicino (a cui si aggiungeranno in seguito altri personaggi) ricostruiremo le vicende più ingarbugliate di questo lungo periodo, analizzeremo giocatori e allenatori che hanno fatto la storia del calcio italiano, ripercorreremo, con curiosità e aneddoti, i momenti più elettrizzanti.

Abbiamo iniziato con una storia che trent’anni fa ha fatto esplodere Firenze, il trasferimento di Baggio dalla Fiorentina alla Juventus. Polverosi aveva 32 anni e Pallavicino cinque di meno. Sono testimoni diretti di una storia pazzesca. Ma prima sarà meglio iniziare proprio da Baggio, da ciò che lui rappresentava per Firenze e i fiorentini

GLI INIZI A FIRENZE- Alberto Polverosi: “Carlo, se cominciamo a parlare di Baggio diventa un problema, perché io non smetto più”. Carlo Pallavicino: “Partiamo dagli anni a Firenze, e da come mai questo ragazzo è diventato il simbolo di una squadra e di una città”.

AP: "Quando arrivò, fu sufficiente vederlo una volta in campo per capire che un giocatore così non si era mai visto. Giocò la prima gara di campionato contro la Sampdoria con Bersellini sulla panchina viola (21 settembre 1986 Fiorentina-Sampdoria 2-0 ndr). Luigi Ferrajolo, all’epoca inviato del Corriere dello Sport-Stadio prima di diventarne vicedirettore sotto la direzione di Mario Sconcerti, faceva il commento di quella gara per il mio giornale e quando fu il momento di assegnare i voti nelle pagelle voleva mettere 6 a Baggio che in verità non aveva fatto una grande partita. Mi ricordo per che gli dissi: Metti almeno 6,5 perché stai dando il voto al miglior giocatore italiano dei prossimi 15 anni”.

CP: “Quel giorno contro la Samp ero allo stadio e mi accorsi che correva senza doversi preoccupare del pallone. Come se si trattasse di un accessorio connaturato al proprio corpo. Qualcosa al di fuori dell'ordinario. La cosa più significativa, però, credo sia che Baggio divenne Baggio, ovvero una piccola grande star, prima ancora di essere Baggio”.

AP: “E’ vero. E’ successo per una serie di motivi. Per esempio, Pur essendo un predestinato rimaneva un ragazzo umile. Andava sempre a giocare a calcio balilla al Bar Sorriso, proprio davanti al Franchi, insieme a Rocchigiani, altro ex Fiorentina e suo grande amico, e ai tifosi. Era un fanatico di Benigni, il comico più amato a Firenze.  Entrò senza alcuna fatica in grande sintonia con tutti i tifosi della Fiorentina. Empatia totale. In campo poi faceva la differenza. Poco prima che Oriali smettesse di giocare, andai a intervistarlo e mi disse una cosa verissima di Baggio: «Si capisce subito che è un giocatore differente. Appena prende palla lui, hai la sensazione che possa succedere di tutto»".

CP: “Baggio capitò a Firenze in un periodo in cui obiettivamente la Fiorentina era una squadra senza troppe ambizioni, avevano venduto Galli e Massaro al Milan, Passarella all’Inter e Antognoni era ormai agli sgoccioli della carriera. C’era grande fame di nuovi campioni e di riscatto. Baggio fu tutto questo. Voglio chiederti un’opinione: almeno per me, finché è rimasto a Firenze, non si capiva se potesse diventare veramente una star mondiale, che ne pensi?“.

AP: “Forse sono condizionato dai ricordi, ma per me che Baggio fosse a Firenze era una cosa pazzesca, quasi inammissibile. Per me Baggio era da Barcellona o Real Madrid, era il top del top, non poteva essere un giocatore da Fiorentina, di quella Fiorentina. Poi aveva la grande capacità di farsi volere bene da tutti, era di una simpatia incredibile. Quando lo convocarono in Nazionale la prima volta fu per una partita a Pescara (19 ottobre 1988, Italia-Norvegia 2-1 ndr). Partimmo direttamente da Pistoia, dove la Fiorentina, in campo neutro, aveva appena battuto l’Ascoli. Chiesi un passaggio all’autista della società viola, Fernando, in macchina c’erano Baggio, il professor Masieri, firma storica de La Nazione, e il sottoscritto. Io ero seduto dietro a Roberto che, a un certo punto, mi pare verso Calenzano, mi chiese se poteva buttare giù il sedile per riposare. «Ma se non hai fatto nemmeno uno scatto», gli dissi scherzando. E lui: bruuuu, giù il sedile. In un secondo me lo ritrovai praticamente in braccio. Dopo due minuti già dormiva. E russava. Era solo un ragazzino di 20 anni e non c’era modo di non volergli bene”.

LA STAGIONE 89-90- AP: “Si arriva per forza di cose all’ultima stagione con la maglia della Fiorentina, quando Baggio segnò 17 gol. Quella era la Fiorentina di Giorgi e poi di Graziani e senza quei suoi gol la squadra sarebbe retrocessa. Fu anche l’anno della finale di Coppa Uefa contro la Juve e quel torneo Roberto lo giocò in maniera fantastica, finale esclusa. Ho ancora negli occhi la  partita di Kiev (6 dicembre 1989, Dinamo Kiev-Fiorentina 0-0, ritorno degli ottavi di Finale di Coppa Uefa ndr), dove i viola posero fine alla grande epopea degli ucraini del colonnello Lobanowsky. Quando arrivammo a Kiev trovammo la neve alta più di un metro, con tutte le strade ghiacciate. Baggio giocò quella partita, contro una avversaria di prestigio, pattinando su un campo che era una lastra di ghiaccio. Fecero una partita pazzesca lui e Dunga, che era l’altro protagonista di quella Fiorentina. A fine partita entrai nello spogliatoio con gli altri giornalisti e trovai un Baggio che sembrava un bambino al Luna Park. Saltava, cantava, abbracciava tutti. In quel momento pensai che uno così non avrebbe dovuto lasciare la Fiorentina. I Pontello erano già in fase di sganciamento, girava la voce che Baggio avesse avuto la notizia del possibile arrivo di Cecchi Gori e stesse sperando nel cambio di proprietà”.

CP: “Voglio dirti una cosa che credo nessuno sappia. Io sono convinto che Baggio fosse stato già ceduto, a sua insaputa, l’estate prima alla Juventus da Previdi. La Fiorentina prese Volpecina, Pioli e Iachini dal Verona, club controllato dalla Juventus, in una estate in cui la società viola non aveva i soldi nemmeno per comprare un barattolo, oltre che Buso in prestito dalla Juventus. Una sorta di opzione o addirittura qualcosa in più in vista del trasferimento di Baggio alla Juve 12 mesi più tardi. Intanto però Baggio, partita dopo partita, si stava legando a questa città in maniera quasi irrazionale. Il mondo lo reclamava eppure i suoi occhi sembrava chiedere solo di lasciarlo lì tra gli amici a giocare. E Firenze perse la testa definitivamente. Come Renzo e Lucia nei Promessi Sposi se il paragone non fosse irriverente. Comunque un amore folle e disperato proprio come  quando una coppia sta per separarsi contro il proprio volere.  E la certezza dell’addio la ebbi poi un giorno di marzo ‘90, quando volai a Londra con Branchini per fare il contratto di Sebastiao Lazaroni, all’epoca ct del Brasile, con la Fiorentina per il 90-91. Era l’ultimo periodo dei Pontello. La Fiorentina era in semifinale UEFA e quasi in B in campionato. La Fiorentina voleva tenere buono Dunga (in vista della cessione su Baggio) mettendo in panchina Lazaroni. Per la società viola arrivarono da Firenze Previdi e Orlandini  con una borsa piena di video cassette delle partite della squadra viola della stagione in corso. Ci accomodammo in una stanza del “Claridge” e cominciammo a guardarle al video registratore. Servivano per far capire a Lazaroni quali giocatori scegliere per l’anno successivo. Ricordo che Sebastiao continuava a osservare solo Baggio mentre noi parlavamo di cifre e durata contrattuale. A un certo punto Previdi capendo che quella delle cassette per convincere Lazaroni poteva non essere stata una grande idea, vista la pochezza di quella Fiorentina Baggio-dipendente, si alzò e disse con la sua flemma e il forte accento emiliano: «Signor Lazaroni, le faccio risparmiare tempo, se davvero vuole allenare la Fiorentina si concentri sugli altri giocatori perché Baggio il prossimo anno non lo potrà avere». Un tuffo al cuore, per me, una smorfia per Laza che dopo qualche ora firmò comunque il biennale con la Fiorentina da un milione di dollari e volò in Brasile a preparare Italia ‘90 in procinto di iniziare tre mesi dopo”

(1) Continua