Baggio non era il rigore che ha sbagliato, Southgate rischia di esserlo

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England's coach Gareth Southgate looks on during the UEFA EURO 2020 semi-final football match between England and Denmark at Wembley Stadium in London on July 7, 2021. (Photo by Paul ELLIS / POOL / AFP) (Photo by PAUL ELLIS/POOL/AFP via Getty Images) (Photo: PAUL ELLIS via Getty Images)
England's coach Gareth Southgate looks on during the UEFA EURO 2020 semi-final football match between England and Denmark at Wembley Stadium in London on July 7, 2021. (Photo by Paul ELLIS / POOL / AFP) (Photo by PAUL ELLIS/POOL/AFP via Getty Images) (Photo: PAUL ELLIS via Getty Images)

“Non ho mai pensato a te come all’uomo che mi è costato o che è costato alla nostra squadra inglese un trofeo”, ha scritto Alan Shearer a Gareth Southgate dopo la vittoria contro la Germania. C’è di mezzo un rigore che non avrebbe dovuto essere mai battuto, una squadra che non avrebbe dovuto essere mai sconfitta. È il 1996, l’Inghilterra gioca in casa gli Europei, non vincono da trent’anni. In semifinale la Germania, finisce ai rigori, dopo i primi cinque le squadre sono ancora pari. Terry Venables, commissario tecnico dell’Inghilterra, si gira. I cinque rigoristi hanno battuto già, e poi? Poi alza la mano Southgate, difensore del Middlesbrough, si fa avanti. Parte, tira lievemente alla destra del portiere, che indovina l’angolo. È una tragedia nazionale: “Tutta l’Inghilterra viveva sensazioni positive e cavalcava l’onda e io sono uscito dallo stadio con la sensazione di essere la persona che aveva fermato tutto quell’entusiasmo”, ha detto anni dopo all’Evening Standard.

Shearer è magnanimo. L’ex attaccante del Newcastle lo assolve dopo la vendetta consumata dopo 25 anni, tutto il paese lo guarda con ammirazione e affetto. Ma se perdesse la finale? Noi d’altronde il nostro Southgate lo abbiamo avuto. Anzi più di uno. Il parallelo più semplice è quello di Luigi Di Biagio. Il centrocampista della Roma si presentò nel 1998 dal dischetto in Francia, si giocavano i mondiali. La sparò in tribuna, andammo a casa. Anni dopo si ritrovò sulla panchina dell’Under 21, la nazionale dei ragazzini, proprio come Southgate. E proprio come Southgate è arrivato quasi per caso ad allenare la prima squadra. L’uno, Di Biagio, dopo il disastro del mondiale russo, la sciagurata gestione di Giampiero Ventura che si fermò allo spareggio contro una modesta Svezia, giusto il tempo per reclutare Roberto Mancini, una stretta di mano e arrivederci. L’altro, Southgate, doveva rimanerci per quattro partite, dopo lo scandalo corruzione che travolse l’allora ct Sam Allardyce. È arrivato alla finale dell’Europeo.

È un nuovo ’96 per gli inglesi, un Europeo la cui sgangherata formula multi-paese consentirà alla nazionale dei tre leoni di giocare sette partite su otto in casa. “It’s coming home, it’s coming home, it’s coming. Football’s coming home” cantavano The Lightning Seeds per Euro 96 e cantano i tifosi oggi allo stadio, come gli azzurri cantano “Un’estate italiana” nel pullman, simulacro di un mondiale casalingo che a noi tanto meglio non andò. “Il calcio è mai stato a casa? Non so, l’avete mai vinto?”, ha ironizzato Kasper Schmeichel, portiere danese che gioca nel Leicester prima della semifinale. Eh, ma il ’66, gli hanno risposto, “ma quello era il Mondiale”, ha continuato Schmeichel, una gag che lo ha reso un idolo nel resto del mondo per 24 ore e che per il resto della vita gli si ritorcerà contro.

Ma a pensarci bene il nostro Southgate non è stato Di Biagio, perché alzi la mano chi si ricorda quel rigore, come fu battuto, chi c’era in porta per la Francia all’epoca. No, c’è stato un altro rigore che ha segnato la storia del nostro paese, di cui tutti si ricordano la rincorsa, il tiro, la palla che esce dall’inquadratura, altissima. O almeno la foto delle mani sui fianchi quando tutto era ormai compiuto, lo sguardo trasognato di chi si guarda dentro e non vede null’altro, il codino zuppo di sudore. Nel calcio italiano c’è un pre-Pasadena e un post-Pasadena, per la nostra generazione di tifosi della nazionale c’è un prima e un dopo il rigore che Roberto Baggio, tre anni prima Pallone d’oro, spedì in tribuna.
Nello strano Mondiale esotico di Usa ’94, partite giocate alle due del pomeriggio per avere il prime time in Europa in un periodo nel quale soldi e televisione iniziavano a plasmare il mondo del pallone, l’Italia arrivò in finale dopo aver tribolato un bel po’, fu preso a pallate dal Brasile di Romario, la portò ai rigori. E perse per quello sciagurato rigore.

Baggio non era Southgate. Racconta l’allenatore inglese in un suo libro, pubblicato qualche anno fa: “Mi dico sempre che il tempo è passato, che la gente non ci pensa più. Poi mi ritrovo in una hall d’hotel e una ragazza dice al suo fidanzato: ‘sembra che sia quello che ha sbagliato il rigore’. Lui la zittisce, ma è già troppo tardi”. Era impossibile per Baggio essere semplicemente “quello che ha sbagliato il rigore”, Baggio era Baggio, è lo è ancora: ancora quello della Fiorentina e della Juventus, ancora quello che insieme a Guardiola rese leggendario ed effimero lo scintillare della provinciale Brescia, allenata dal provincialissimo Carletto Mazzone, era quello della classe sopraffina e dei muscoli fragili, quello del Pallone d’oro e dei confronti con i più grandi della storia del calcio.

Ma quel rigore gli rimase attaccato addosso, divenne un meme prima che inventassero i meme, ma anche la storia di una grandezza dolorosa e incompiuta: “Quando vado a dormire ancora ci penso”, ha detto il Divin codino nel 2019, venticinque anni con la testa sul cuscino a rimuginarci su. Quando Netflix ha deciso di fare un film sul numero 10 dell’Italia, quasi la metà del tempo passa a girarci attorno, ad arrivarci pian piano, storia di grandezza e dannazione.
Ma Baggio era Baggio, il campione di un calcio, quello Italiano, che negli anni ’80 e ’90 era il sogno di ogni grande giocatore, la pentola di zecchini alla fine dell’arcobaleno, non un difensore arcigno e tecnicamente rivedibile nella Premier League quando ancora non era la vetrina caleidoscopica e scintillante che conosciamo oggi. Ma soprattutto, quella “colpa” è stata espiata nella catarsi del 2006, la coppa alzata in Germania davanti ai tedeschi, che sono quindici anni ma sembra ieri, e allora pazienza se una decade prima i nostri sogni da bambini affogarono nelle lacrime.

Non c’è nessun 2006 a salvare Southgate, c’è un ottavo di finale contro la Germania che sarà polvere se a 55 anni di distanza non porterà “il calcio a casa”, perdendo in finale. “Ora le persone che mi incontrano mi parlano della gioia che hanno provato durante la nostra cavalcata del 2018, fino a pochi mesi fa non era così”, ha detto un paio d’anni fa. Oggi Southgate è quello della seconda finale della storia, della vendetta personale e collettiva contro l’eterna nemica Germania, quello che ha riportato l’Inghilterra là dove i suoi tifosi pensano che debba stare. Fino a domenica, almeno, quando il suo destino incerto sarà finalmente compiuto, perché, per dirla con le parole di uno che ne sapeva qualcosa, “arrivare secondo significa soltanto essere il primo degli sconfitti”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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