Banca d’Italia, l’Italia senza figli non può crescere

(Adnkronos) - Il calo della natalità ha un impatto rilevante anche sulla crescita economica dell’Italia. Un recente paper della Banca d’Italia analizza gli andamenti macroeconomici del Paese alla luce dei trend demografici, ricostruendo da un punto storico le dinamiche che sono intervenute.

Dall’Unità d’Italia a oggi la popolazione residente nel Paese è più che raddoppiata, passando da circa 26 a 60,5 milioni all’inizio del 2018. Questo percorso di crescita ha incontrato una pausa nelle ultime due decadi del XX secolo per poi ripartire nel nuovo millennio solo grazie all’apporto della popolazione immigrata.

Lungo l’arco del Novecento l’Italia ha percorso il sentiero della “transizione demografica”, con una progressiva flessione nei tassi di mortalità seguita dalla riduzione dei tassi di natalità. I progressi per quanto concerne l’aspettativa media di vita sono stati enormi e proseguiranno nel futuro: l’Istat stima che nel 2065 la speranza di vita alla nascita sarà di 90,2 anni per le donne e 86,1 per gli uomini (a fronte di 84,9 anni per le donne e 80,6 per gli uomini nel 2017).

A partire dal secondo dopoguerra, ma soprattutto dalla fine degli anni Ottanta, si assiste a un progressivo mutamento strutturale che ha condotto la popolazione più anziana a superare quella più giovane alla fine del XX secolo.

La contrazione della natalità e della mortalità ha però inciso profondamente sulla struttura della popolazione, determinandone un progressivo invecchiamento della forza lavoro, componente fondamentale per la crescita del Pil.

La quota di popolazione in età da lavoro, infatti, dopo aver raggiunto un massimo del 70% all’inizio degli anni ’90 negli ultimi venticinque anni ha cominciato a flettere e, sulla base delle previsioni, continuerà̀ a ridursi nel prossimo cinquantennio fino a scendere sotto il minimo storico (59% registrato nel 1911) dopo il 2031.

In pratica, il dividendo demografico ovvero la crescita economica che, sul piano contabile, può derivare dall’aumento nella quota di popolazione in età lavorativa – è divenuto negativo a partire dall’ultimo decennio del XX secolo.

Gli sviluppi demografici sarebbero stati ancora più penalizzanti per l’economia italiana, se non fosse intervenuto negli ultimi 25 anni un significativo flusso migratorio in entrata.

Ma come avverte la stessa Banca d’Italia, i flussi migratori previsti potranno limitare il calo della popolazione complessiva e della popolazione in età lavorativa ma non saranno in grado di invertire il segno negativo del complessivo contributo demografico.

Più di recente l’allarme lanciato dal presidente dell'Istat, Giancarlo Blangiardo, in una tavola rotonda al Meeting di Rimini 2022 mette in guardia sull’urgenza del tema: “Il Pil di oggi è circa sui 1.800 miliardi, nel 2070 avremo qualcosa come 1.200 miliardi, cioè 560 miliardi in meno, ossia un 32% di Pil in meno solo per il cambiamento di carattere demografico".

Politiche di bilancio severe da sole non potranno bastare a tenere in ordine i conti pubblici se non si affronta la questione demografica con lungimiranza, per garantire una reale crescita umana ed economica del Paese.