"Bannare Trump dai social non serve e crea un precedente", dice l'esperto

Emanuele Perugini
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La scelta di Zuckerberg di sospendere le pagine di Trump è "un chiaro sintomo di quanto sia fuori controllo la situazione". Ed è "una scelta che crea un precedente". Lo sottolinea con AGI Walter Quattrociocchi, Professore di Data Science all'Università La Sapienza di Roma, dove coordina il Center for Data Science and Complexity for Society, commentando l'assedio a Washington di ieri notte e il ruolo svolto dai social nei fenomeni di fermento sociale.

"Le piattaforme assumono un ruolo editoriale importante?" si domanda Quattrociocchi, "Nell'esercizio di questo potere si ridefinisce il loro ruolo sociale e politico, potrebbe innescare dilemmi più complicati del previsto. Un giorno potrebbero richiedere la stessa cosa in circostanze diverse".

“Il meccanismo di polarizzazione delle folle" dice, "è strettamente umano e non dipendente strettamente dai social, per cui chiudere le piattaforme non rappresenta affatto una strategia efficace per impedire la criticità dei meccanismi sottostanti a rivolte o sommosse”.

“Si continua a porre il problema come una dicotomia tra fake e real news – afferma l'esperto – ma dobbiamo anzitutto considerare che i social nascono come realtà per l'intrattenimento e sono poi stati designati come una delle principali fonti di circolazione di informazioni e opinioni. Un post su un social sottende a dinamiche completamente diverse rispetto a un articolo pubblicato su un sito giornalistico, raggiungendo un numero più elevato di utenti e facilitando un movimento e un'interazione più articolati. Chiunque trovi una voce, grazie all'aggregazione, ha la possibilità di raccogliere consensi e raggiungere chi non sarebbe stato possibile contattare senza l'azzeramento delle distanze. Il vero problema è sempre il modo in cui le persone usano il mezzo, piuttosto che lo strumento stesso”.

Quattrociocchi precisa che le piattaforme social si appellano a regole standard per il controllo dei post pubblici, che, in pratica, riflettono il mood della classe politica dominante.  “Facebook e Twitter, ma anche gli altri social – ribadisce – non nascono e non svolgono il ruolo di enti editoriali, per cui non possono e non intendono effettuare il controllo dei contenuti, anzi, si parla proprio di piattaforme ‘free speech' quando si parla delle alternative in cui migrano gli estremismi. Il corto circuito nasce nel momento in cui la discussione si riduce alla semplice distinzione tra ciò che è vero (o meglio ciò che è socialmente accettabile) e ciò che non lo è. La ‘verità' sembra rifarsi in modo assolutistico alla propaganda del momento”.

Poi ribadisce che la matrice del fenomeno sociale legato ai social è molto più articolata della semplice bipartizione tra fake e real news. “In questo modo non si riesce a inquadrare il vero problema – commenta – e allo stesso tempo è più facile che gli utenti siano polarizzati nella stessa direzione. Se si considera che l'uso dei social possa orientare le decisioni politiche non è sufficiente chiudere una piattaforma o normare quello che può o non può essere pubblicato, perché esistono tantissime altre soluzioni che permettono alle comunità di trovare un'eco alle loro voci. Di questo passo finiremo per avere un social specifico per ogni fermento politico, sociale, economico, religioso, etnico e così via”.

“La gente è sempre più sola – conclude Quattrociocchi – viviamo in un mondo interconnesso, che permette a tutti di trovare qualcuno che la pensi in modo simile, per quanto inusuale o ‘diverso' possa sembrare, ma si tratta di atomi che si muovono e si aggregano velocemente. È un alternarsi di narrative che non affrontano i problemi. Questa continua contrapposizione tra fake news e real news porta all'esasperazione della polarizzazione, perché nessuno è disposto ad accettare che il proprio pensiero possa essere falso o improprio. Il quadro normativo delle fake news riflette infatti la difficoltà di un mondo dell'informazione che fatica ad adeguarsi al business model imposto dai social. Aver definito il problema in maniera errata sta dando i suoi risultati. La gente entra nel parlamento degli Stati Uniti facendosi i selfie come se fosse in gita scolastica. Forse sarebbe ora che anche su questi temi ci si preoccupasse di usare le competenze che abbiamo”.