Bataclan, parte maxi-processo a Salah e complici. "Abbiamo bisogno di sapere"

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Una veduta interna del Bataclan dopo l'attacco terroristico a Parigi.ANSA/MAIL ON LINE/MIRRORPIX (Photo: MAIL ON LINE ANSA)
Una veduta interna del Bataclan dopo l'attacco terroristico a Parigi.ANSA/MAIL ON LINE/MIRRORPIX (Photo: MAIL ON LINE ANSA)

“Le raffiche di mitra continuavano mentre eravamo nascosti sotto i sedili della balconata. A un certo punto vediamo entrare un uomo nella loggia che cammina lentamente. Si posiziona, prende la mira e comincia a sparare dall’alto sulla gente rimasta nel parterre del teatro. Ancora oggi ci chiediamo se non ci abbia visti o se abbia voluto risparmiarci”. Edith Seurat racconta con la voce rotta dall’emozione l’esperienza vissuta durante l’attacco jihadista nel Bataclan, alla vigilia del maxi-processo sugli attentati che la notte del 13 novembre 2015 hanno colpito Parigi provocando la morte di 130 persone. Un appuntamento atteso da quasi sei anni, che per nove mesi ripercorrerà uno dei momenti più tragici della Quinta Repubblica francese, nel tentativo di dare quelle risposte attese dai sopravvissuti e dai familiari delle vittime. Un processo “fuori norma” secondo i media d’oltralpe, che vede alla sbarra 20 accusati (di cui 14 presenti, quasi tutti complici dei terroristi) per cinque magistrati, 330 avvocati e quasi 1.800 parti civili.

Un modo per tentare di richiudere una ferita aperta nel 2015, quando per una notte Parigi si è sentita sotto assedio con un attacco cominciato allo Stade de France e continuato attraverso una lunga scia di sangue, passata per alcuni bistrot del centro e arrivata fino al Bataclan. E proprio nel celebre teatro parigino Edith era andata a vedere gli Eagles of Death Metal insieme ad un’amica. Si trovava davanti al bar quando il commando ha fatto irruzione nella sala con i mitra spianati. “Non ho capito subito cosa stesse succedendo. Ho compreso che quelle esplosioni erano spari solo dopo aver visto uno degli assalitori brandire un’arma”. A quel punto è cominciata la fuga verso un posto più sicuro. Edith corre senza sapere dove sta andando. Sale su una scala e si ritrova nella balconata del piano superiore, dove incrocia Bruno Poncet, un omone, fino a quel momento un perfetto sconosciuto.

“Mi ha gettato a terra per proteggermi, mi sono riparata sotto i sedili, mentre lui era rimasto in piedi”. Intanto, i terroristi continuavano la loro carneficina. “Nel giro di pochi minuti abbiamo cominciato a sentire l’odore della polvere da sparo mischiato a quello del sangue”, ricorda la ragazza. Dopo le prime sventagliate sono arrivati i colpi singoli a chi si lamentava per le ferite o a chi si cercava di scappare. L’obiettivo era finire i sopravvissuti. “Sparavano ogni volta che squillava un telefono o che qualcuno si piangeva”, ricordano i due sopravvissuti. Poi, quando ormai pensavano di essere al sicuro nel loro nascondiglio, è comparso davanti a loro uno degli assalitori. “Urlava: se non vi muovete non sparo! Ma al minimo segnale apriva il fuoco dal balcone, mentre noi rimanevamo nascosti”, ricorda Bruno.

Edith e Bruno sono rimasti nella loggia fino a quando le forze speciali non hanno fatto irruzione nell’edificio, dove hanno perso la vita 90 persone.

Da quella nottata i due, che da quel momento sono diventati amici, ne sono usciti fortunatamente illesi. Ma le conseguenze psicologiche si fanno sentire ancora oggi. “Ho avuto tutti i sindromi di stress post traumatici, come depressione, una grande fatica e angosce notturne”, racconta la ragazza, costretta a causa di questi problemi a lasciare il lavoro che aveva presso un’azienda, dove si occupava di web marketing. “Non potevo più permettermi una vita a Parigi, per questo mi sono trasferita fuori con il mio compagno. Come dico sempre, parlare del 13 novembre significa raccontare tutto quello che è successo a partire da quella notte, e non solamente degli attentati”.

Problemi simili li ha avuti anche Bruno, che adesso aspetta il processo per mettere un “punto finale” a questa storia e riprendere in mano la sua vita: “Sono quasi sei anni che cerchiamo di uscire dal Bataclan per ricominciare a vivere. Ovviamente non dimenticherò mai quello che è successo ma voglio voltare pagina”.

Bruno ed Edith, che testimonieranno insieme ad ottobre, potrebbero incrociare in aula Salah Abdeslam, l’unico sopravvissuto del commando, che dal giorno della cattura avvenuta quattro mesi dopo la strage si è chiuso in un silenzio impenetrabile. Molti gli interrogativi che ad oggi restano sul suo ruolo. A differenza dei suoi compari, Adbeslam non si è fatto saltare e ha abbandonato la cintura esplosiva in un quartiere nella banlieue a sud di Parigi prima di darsi alla macchia.“Non mi aspetto nulla da lui e non credo che proferirà parola”, afferma Bruno, che spiega di voler seguire il processo per avere un quadro più chiaro del “contesto”. “Non sarà certo lui o gli altri imputati che mi faranno capire cosa è successo quel giorno – continua l’uomo - Mi interessa più ascoltare i genitori dei terroristi che deporranno in aula per capire come dei giovani nati e cresciuti in Francia e in Belgio possano commettere atti simili”. Anche Edith vuole saperne di più, nonostante lo sforzo che richiederà presentarsi in aula: “È duro, faticoso raccontare questa storia. L’esercizio di testimoniare in un sala così grande sotto gli occhi di tutti mi terrorizza ma ho bisogno di ricostruire la storia e per questo voglio avere tutti gli elementi”.

Nessuna voglia di vendetta, quindi, ma solo il desiderio di capire i motivi di una strage incomprensibile. Ma per qualcuno il processo sarà anche l’occasione di dare la “parola alle vittime, permettendogli di esprimersi in un quadro ufficiale e solenne” che non siano i soliti media. Almeno questa è la speranza di Christophe Naudin, insegnante di 45 anni, anche lui al Bataclan quel 13 novembre, insieme a uno dei suoi migliori amici che purtroppo ha perso la vita. “Più si avvicina il giorno della prima udienza e più la tensione sale”, dice quasi ridendo. Per esorcizzare l’incubo rimasto dopo quella tragica nottata, Christophe ha cominciato a scrivere i suoi pensieri su quanto accaduto in una sorta di diario, diventato un libro: “Il giornale di una sopravvissuto del Bataclan”. “Avevo bisogno di sfogarmi scrivendo. Così ho iniziato un giornale. Nel corso delle settimane mi sono reso conto che mi faceva bene. È stato un po’ uno strumento per riprendermi”.

Adesso Christophe ha paura che il processo possa essere strumentalizzato dalla politica, soprattutto con le elezioni presidenziali che si terranno in Francia nell’aprile del prossimo anno. “È un pericolo che riguarda destra e sinistra. Ognuno parla del tema che più gli conviene, senza fare un discorso completo”, spiega ricordando che le manipolazioni sono già iniziate. Il riferimento è ad un gruppo di sostenitori del giornalista e opinionista ultraconservatore Eric Zemmour (sempre più in odore di candidatura) che nelle scorse settimane hanno diffuso immagini delle vittime accompagnate dalla scritta “Le nostre vite contano”.

Intanto, la Francia si prepara all’inizio di un processo che un volta per tutte cercherà di tirare una linea su una tragedia che ancora oggi presenta molti punti interrogativi.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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